GALLERIE D’ITALIA

Fra le macerie di una Milano ferita

Settanta foto scattate a caldo documentano le devastazioni causate dagli aerei alleati del 1943 e il coraggio dei cittadini

di Laura Leonelli

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Settanta foto scattate a caldo documentano le devastazioni causate dagli aerei alleati del 1943 e il coraggio dei cittadini


3' di lettura

La forza è nell’avversativa, nel titolo che coraggiosamente, erroneamente avrebbero detto a scuola, inizia con un ma. Ma noi ricostruiremo, a dispetto di tutto. Ieri, contro «l’umiliazione che il lungo tempo aveva resa ancora più amara», come ricordava Antonio Greppi, socialista, primo sindaco di Milano, e il titolo è una citazione dal discorso inaugurale del maggio 1945. Oggi, contro un’epidemia, il Covid-19. A unire le immagini di una Milano ferita dalle bombe sganciate nell’agosto del 1943 e il ritratto della stessa città, svuotata e spettrale nei mesi della quarantena, è la bella mostra Ma noi ricostruiremo. La Milano bombardata del 1943 nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo , selezione di settanta immagini a cura di Mario Calabresi delle oltre tremila che in quei giorni drammatici documentavano i danni ingentissimi, ma soprattutto testimoniavano la compostezza, il coraggio, lo spirito tenace dei cittadini di fronte a prove così estreme.

Perché Milano fu bombardata

Chi vorrà visitare la mostra, aperta nella Sale delle Colonne delle Gallerie d’Italia a Milano, è chiamato a tornare indietro nel tempo, all’estate di più di settant’anni fa, in piena guerra, quando gli Alleati decisero di «colpire al cuore l’alleato del Terzo Reich», noi, come racconta nel suo intervento in catalogo Umberto Gentiloni, docente di Storia Contemporanea alla Sapienza di Roma. Perché allora erano i tedeschi i nostri alleati. Quelli che sarebbero diventati gli alleati della Liberazione bombardano il 19 luglio Roma, poi il 7 e l’8 agosto Milano, con un secondo passaggio devastante il 13 e il 14 dello stesso mese, quando scaricarono sulla città 1250 tonnellate di bombe. Una tempesta di fuoco che Mario Calabresi ha voluto riassumere in undici luoghi simbolo, undici bersagli, tra cui il Cenacolo, la Scala, la Galleria Vittorio Emanuele, Sant’Ambrogio, Brera, l'Università Statale, e Piazza Fontana.

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“Ma noi ricostruiremo 1943 – 2020”

“Ma noi ricostruiremo 1943 – 2020”

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I fotografi-cronisti del 1943

Anche la sede di Publifoto, in via Solferino, era stata colpita e Vincenzo Carrese era riuscito a salvare solo diecimila negativi dell’archivio già vastissimo dell’agenzia. E Carrese, insieme ad alcuni dei suoi fotografi, soprattutto Enrico Taverna, uno dei pochi riformati, aveva percorso le strade di Milano a una settimana dai bombardamenti e aveva deciso di ritrarre una città operosa, in movimento, attiva.

Nelle immagini le macerie sono già state accumulate ai lati delle strade e sull’asfalto circolano i passanti, le biciclette, le poche macchine, i tram carichi di persone e con i paraurti bianchi per segnalarne la presenza nel buio del coprifuoco. E i passanti, gli uomini con il cappello, le donne negli abiti leggeri e fioriti dell’estate, calzando i sandali autarchici di legno e di sughero, contemplano per un attimo le rovine, nessuna lacrima - le molte vittime sono state già portate via - e riprendono a passo svelto il corso della giornata.

Dal 1943 al silenzio in era-Covid

Colpiscono le fotografie che ritraggono le poche cose salvate e raccolte sul marciapiede, sedie, tavoli, materassi arrotolati, un armadio, e su quelle poltrone, che pochi giorni prima accoglievano gli ospiti nel salotto buono, e persino su un cassetto in verticale usato come sgabello, si ritrovano forse i padroni di casa, forse qualcuno dei cinquemila operai e duemila soldati che avevano aiutato a rimuovere i detriti. Per strada si mangia, un fornello su due mattoni, si raccolgono le cose rimaste in una valigia e si fugge. E per le stesse strade, durante la quarantena, ha camminato Daniele Ratti, che seguendo le inquadrature del ’43 ha ritratto la città di oggi. Un altro fotografo aveva sorpreso Milano e l’Italia, ancora intatta, ed era uno dei ragazzi di Sidney Cotton, capo del Photographic Development Unit, che nel 1939 aveva sorvolato e fotografato il nostro paese e i possibili obiettivi strategici, l’Alfa Romeo, la Magneti Marelli, la Caproni, la Pirelli, la Breda, l’Ansaldo, le acciaierie Falck. Quasi tutti a Milano o nelle vicinanze. Strana storia quella della fotografia che, senza se e senza ma, aiuta a distruggere e a ricostruire.

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