shanghai fashion week

Fra nuovi autori e ottimismo creativo, ecco perché Shanghai è la nuova capitale fashion d’Oriente

di Angelo Flaccavento


default onloading pic

4' di lettura

La Cina è vicina. In tema di moda è addirittura vicinissima, e non certo per i nuovi accordi commerciali che si dice faranno solo un gran bene all'export. Il fatto è che nel Paese con l’economia attualmente più vivace e dinamica del pianeta c'è una fame di vestiti, di stile, di nuovi modi di rappresentarsi che pare insaziabile e che, mutatis mutandis, ricorda la febbre fashion che colpì il mondo occidentale, Italia in primis, all’uscita dal buio bombarolo degli anni Settanta: il boom economico degli Ottanta che seguì mandò in soffitta l’impegno, i capelli arruffati e i velluti a coste e fece ricchi molti, all’improvviso, rendendo la moda un culto laico da officiare spendendo e spandendo, in ultimo consumando a più non posso, al solo fine di dimostrare subito e in maniera inequivocabile, a tutti, il proprio status e l’acquisita modernità.

Questa bulimia insaziabile di prodotti, questa inclinazione indefessa al consumo cospicuo ha reso la Cina il nuovo eldorado dei marchi del lusso, che vanno a fare lì i migliori affari. Va però riconosciuto che c’è una scena modaiola locale che prolifera e che si impone in maniera sempre più decisa all'attenzione internazionale, perché è chiaro che la Cina aspira a diventare non solo consumatrice, ma produttrice di mode progressive.

Oddio, quanto a produzione il Paese è avanzatissimo: ormai “Made in China” non è sinonimo di roba scadente, e in molti, grandi e piccoli, fast fashion e lusso, hanno delocalizzato da quelle parti. Adesso però in loco si producono autori, e lo scarto in avanti è evidente: non è un caso che una selezione di undici giovani designer cinesi sarà protagonista, a giugno, di uno speciale showcase, accompagnato dal fashion show del duo Pronounce, nel corso del prossimo Pitti Uomo, dove la Cina avrà il ruolo di guest nation. Se anche una fiera come Pitti, così in sincrono con il contemporaneo, riconosce la validità dei talenti e del punto di vista locali, c'è solo da prender nota. Anche Renzo Rosso, patron estremamente dinamico di Diesel, rinsalda i rapporti con la giovane creatività locale.

Nel corso della ultima edizione di Shanghai Fashion Week - appuntamento sempre più importante nel calendario internazionale della moda, ben più accattivante della fashion week di Pechino, alquanto ingessata e istituzionale - Rosso ha fatto parte della giuria di Bof China Prize - prima edizione del premio dedicato da Business of Fashion, con il supporto finanziario di Yu Holdings, ai talenti cinesi, vinto dalle creazioni eteree di Caroline Hu - sviluppato una partnership con Labelhood, vero hub dei migliori creativi cinesi, e lanciato una collaborazione con Xander Zou. Chi scrive ha partecipato a tre edizioni consecutive di Shanghai Fashion Week, e può testimoniare in prima persona la crescita esponenziale da una stagione all’altra. Quest’anno il BoF Prize, Pitti e Diesel hanno segnato il definitivo passaggio della fashion week da evento potenziale per cacciatori di novità a luogo da considerare con attenzione per avere una visione veridica della scena della moda globale.

Traino indubbio del fenomeno Made in China è la piattaforma Labelhood, diretta con occhio attento e grande sensibilità da Tasha Liu, non a caso coinvolta nella curatela del progetto di Pitti Uomo. È stata lei a scoprire talenti del calibro del sottile Samuel Gui Yang, designer dal tratto delicato e concettuale, l'unico davvero intriso di cultura locale, o Museum of Friendship, marchio dall'estetica trasformista e sorprendente. Anche il duo Pronounce, araldo di una mascolinità carnevalesca e liberata, ha mosso i primo passi a Labelhood. Tra i nomi degni di nota, in prospettiva degni di attrarre attenzioni internazionali, vanno citati Staff Only per l'idea di streetwear come divisa, lo sperimentale Shushu Tong, il tailoring street di 8on8, Penultimate per la ricerca multimaterica e Shuting Qiu per il gusto sperticato nell'accostamento di materie e colori. E poi Caroline Hu, fresca di BoF prize, etera e femminile.

La fashion week di Shanghai, va detto, è affare logisticamente e organizzativamente complesso - quasi incomprensibile per noi occidentali vista l'estensione della città. Alle sfilate nella tenda nel quartiere di Xintiandi, e al trade show Mode Shanghai, entrambi controllati direttamente da Shanghai Fashion Week Committee, si affiancano infatti diversi trade show indipendenti e di ricerca, da Labelhood a Pulse a Not Showroom, tutti caratterizzati dalla varietà caleidoscopica della proposta. L a maggior parte dei giovani designer che presentano attraverso queste piattaforme, con o senza fashion show, si è formata in Europa, tra Milano, Londra e Anversa, e il tratto che colpisce è proprio lo scarso interesse per le tradizioni vestimentarie locali. La proiezione dinamica è verso il mondo globale, con una estetica decisamente pop e polimorfa. C'è ancora molto da fare in termini di ricerca tessile e di linee, ma i germi di un futuro radioso ci sono. Di certo, al momento Shanghai ha sottratto a Tokyo il primato di capitale fashion del mondo orientale. C’è vita e c’è desiderio, e soprattutto un ottimismo che rinfranca.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...