A Seed&Chips

Tra superfood e tracciabilità: le startup che puntano sul made in Italy

di Gianni Rusconi


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5' di lettura

Tre giovani imprese innovative fra le tante che affollavano i padiglioni dell'edizione 2019 di Seed&Chips per reclamare visibilità nel panorama sempre più affollato dell'agrifood e del food tech. Tre startup con in comune, seppur in modo molto diverso fra loro, il fatto di aver sviluppato soluzioni che puntano sul “made in Italy”. Una scommessa tutt'altro che scontata, visto e considerato che meno di una persona su tre guarda l'etichetta d'origine per decidere l'acquisto di un prodotto, mentre due su tre vogliono avere maggiori informazioni circa la provenienza delle materie prime o il processo di lavorazione del prodotto lungo l'intera filiera (lo dice una recente ricerca condotta da EY su un campione di 80mila consumatori a livello mondiale).

Etichette intelligenti per la trasparenza della supply chain
La tracciabilità dei prodotti (italiani in primis, ma non solo) è non a caso la missione di Dick Trace, giovanissima impresa abruzzese nata a gennaio di quest'anno in provincia di Chieti da un'idea di Anna Rita Mastrangelo e Maria Delia Boi. Tutto parte dalla partecipazione, a fine 2018, al concorso AppAbruzzo, bando rivolto a nuove attività ad alto contenuto tecnologico. Il progetto presentato, risultato tra i vincitori e premiato con un grant di circa 18mila euro, è oggi la prima soluzione che la startup sta sviluppando: si chiama eatTrace.com ed è una piattaforma che vuole portare la tracciabilità alimentare anche sullo smartphone, direttamente online e senza l'ausilio di app e della tecnologia blockchain. Il tutto per creare “un patto di fiducia tra consumatore e produttore basato sulla trasparenza della filiera”.

Supportata da diversi collaboratori esterni (Web designer, sviluppatori software, esperti di privacy), Dick Trace sta cercando oggi aziende produttrici che credono in questa filosofia.

“La nostra idea – aggiunge Mastrangelo - si differenzia da altre concorrenti perché non richiede alle aziende partner di cambiare sistema di etichettamento. È la soluzione che rende intelligenti le etichette esistenti, offrendo al consumatore l'accesso tutte le informazioni utili su prodotto e produttore”. L'obiettivo è quello di raggiungere l'intero mercato dell'agrifood, partendo ovviamente da quello italiano e cavalcando i regolamenti europei che impongono la tracciabilità alle aziende di questo settore. “Con eatTrace.com – conclude la Ceo e Cto – tutti i produttori possono rendere trasparente la filiera e utilizzare la tracciabilità come veicolo promozionale. Il prossimo passo nello sviluppo della piattaforma sarà l'e-commerce, per garantire alle aziende la possibilità di vendere i loro prodotti online, mentre l'obiettivo finale è quello di utilizzare questo modello anche in altri settori in cui la tracciabilità ha grande valore per i consumatori, a partire dall'abbigliamento.

Un viaggio esperienziale fra vino e caffè
Fra i suoi clienti ci sono aziende del calibro di Esselunga, Eataly e Lavazza e la sua specialità è un avanzato sistema, basato su algoritmi di intelligenza artificiale, per la profilazione del gusto dei palati delle persone. Nata a Milano nel 2017, sulla base dell'esperienza di Vino à Porter, questa startup, come spiega Matteo Parisi, uno dei fondatori, “ha l'obiettivo di far divertire i consumatori semplificando e migliorando l'esperienza di prodotti come il vino, il caffè e altri che abbiamo in cantiere, permettendo a chiunque di scoprire e conoscere meglio i propri gusti e superando le incomprensioni che solitamente nascono in un mondo in cui produttore ed esperti da un lato e utenti dall'altro parlano due lingue differenti”. Da qui l'idea di creare una soluzione che porta le persone, attraverso logiche di gaming ed education, al centro di un viaggio esperienziale nel quale le preferenze vengono tradotte in un risultato semplice e chiaro che permette al consumatore di orientarsi e comprendere le proprie esigenze e alle aziende produttrici di conoscere meglio i clienti partendo dai dati relativi alle loro abitudini comportamentali. Un piccolo ecosistema del gusto, insomma.
A servirsi di Vinhood sono operatori del retail, grandi marchi e ristoranti (che compongono il mercato di sbocco B2B2C, per il momento il più importante per la società) ma anche aziende B2C che sfruttano il motore intelligente della startup in sede di eventi. L'Italia è il mercato di partenza ma, come conferma Parisi, l'idea è di sviluppare l'attività in tutta Europa e in Nord America. Per farlo, oltre a un previsto secondo round di finanziamento, Vinhood punterà molto sulla tecnologia: “Gli sviluppi futuri vedranno il consolidamento delle logiche di machine learning degli algoritmi, il lancio di un'applicazione sul gusto già in cantiere e la semplificazione delle procedure di implementazione della soluzione, per arrivare a plugin sul gusto in grado di raccomandare i vari prodotti su portali e-commerce di terzi”.

Sostenibilità legata al territorio
La storia di Biospira, startup nata nel 2016 nella piccola cittadina di Alvignano, in provincia di Caserta, nei pressi dell'oasi naturale di Selvapiana e di uno dei tratti ancora incontaminati del fiume Volturno, è infine interessante per almeno due motivi. Il primo è legato all'idea di partenza di Antonio Mirto e Vito Onofrio Biasi (entrambi biologi), e cioè quella di coltivare spirulina naturale, pura e di alta qualità. Il secondo, come spiegano i due, è legato a un'avventura imprenditoriale che vuole valorizzare un territorio (l'Alto Casertano) apparentemente “povero” e contadino. L'impianto dove opera Biospira per la produzione e la trasformazione della spirulina trova infatti posto nell'area di una vecchia azienda agricola ormai in disuso e sfrutta le conoscenze maturate nel campo delle micro-alghe e delle loro applicazioni.

La produzione è partita a marzo dello scorso anno e grazie al bando “Startup Innovative” della regione Campania, a inizio 2019, è scattato il piano di espansione e completamento del progetto iniziale. “I nostri primi obiettivi – dicono i due fondatori - sono quelli di acquisire tecnologie per automatizzare la produzione, che oggi raggiunge circa 500 Kg l'anno, migliorare l'efficientamento energetico per rendere l'azienda ancora più sostenibile e contribuire alla divulgazione delle proprietà della spirulina, per convincere sempre più persone a utilizzarla al posto di tanti altri integratori di sintesi chimica”. Se la startup si sta muovendo in questo senso studiando la possibilità di trovare finanziatori e/o avviare campagne di crowdfunding, il mercato potenziale a cui rivolgersi è tutto in questi numeri. Secondo le ultime stime, come osserva Mirto, “In Italia vengono consumati circa 250 tonnellate di spirulina essiccata ogni anno e oltre il 90-95% sono di origine cinese o indiana, produzioni la cui qualità è però inferiore da un punto di vista organolettico rispetto a quella italiana e sicuramente meno controllate in termini igienici”. L'utenza di riferimento? Vegetariani e vegani, che la utilizzano come integratore nell'ambito di una dieta povera di proteine, sono al momento i principali clienti ma, conclude Onofrio, “sta prendendo sempre più piede anche tra gli sportivi e tra tutti coloro che utilizzano normalmente integratori alimentari”.

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