Fra tragicità e speranza, la moda propone la sua necessaria riflessione
Da Balenciaga Demna Gvasalia firma un evento toccante che evoca il suo stesso passato da profugo. Valentino, invasione dell’ottimismo in rosa, e Hermès indaga nuovi codici
di Angelo Flaccavento
3' di lettura
Divinazione e profezia, nella moda, non sono solo espedienti narrativi o iperboli linguistiche, ma, in alcuni casi, tangibili dati di fatto. È difficile tradurre a parole, perché l'atto e il processo creativo seguono logiche e connessioni non sistematiche, ma ci sono autori le cui antenne captano minime scosse elettriche nell'etere du temps, ed elaborano prima che le cose accadano.
Demna è uno di questi, e Balenciaga è il suo laboratorio di previsioni che si avverano. L'ultimo show fisico della maison, a marzo 2020, era stato una fantasmagoria oscura e apocalittica di elementi scatenati e umanità sommersa. Il lockdown sarebbe iniziato una settimana dopo. Adesso Balenciaga torna a sfilare con uno spettacolo iperbolico quanto commovente: una visione di donne e uomini che, dentro un cilindro di vetro, marciano a fatica affrontando una abbacinante tempesta di neve, gli abiti sbrindellati o tenuti insieme con lo scotch, in mano un sacco, i tacchi a spillo che rendono i passi ancor più incerti.
Pensare a un'orda di profughi è più che possibile, anzi automatico, incluso il dubbio legittimo se tutto ciò sia lecito nel perimetro di un marchio di lusso, se non si tratti di feticizzazione della sofferenza a uso dei ricchi. Nel caso di Demna, che trent'anni fa arrivò in Germania con la famiglia come profugo georgiano, l'impasto di biografia e cronaca impellente rende questa scelta drammaturgica viva, pulsante come un nervo scoperto, plausibile. Sulle sedie gli ospiti trovano una bandiera ucraina in forma di t-shirt; la voce di Demna recita versi in ucraino in apertura di sfilata; e gli ultimi due look sono un abito turchese e una tuta gialla. La congiunzione è magica, e il messaggio di pace e bellezza arriva ineffabile. Eppure niente era partito come un progetto politico. «È sei mesi che lavoriamo a questo show - dice Demna - Volevo qualcosa di estremamente luminoso, quasi una realtà virtuale resa fisica. E volevo riflettere sulla artificialità della visione attraverso uno schermo e della neve: un fenomeno naturale che il cambiamento climatico, in cinquant'anni, potrebbe rendere un ricordo, costringendo a sostituirlo con quella di sintesi. I fatti degli ultimi giorni, poi, hanno dato a questa fantasia un altro significato».
È tale l'emozione, che la moda passa in secondo piano, ma è in realtà di massimo valore anche quella: una iterazione fluttuante del codice Balenciaga, toccato da una leggerezza greve e dall'idea che tutto si possa riporre in poco spazio e impacchettare. Perché Demna, prima che un narratore è un vero designer, che traduce bisogni e visioni in vestiti.
È un designer anche Pierpaolo Piccioli, che per Valentino questa stagione radicalizza il dettato e opta per un crudo riduzionismo cromatico che è invero esclusivamente estetico, ma che i fatti degli ultimi giorni rendono potentemente politico. La collezione è una successione di silhouette monocromatiche: pink PP (un magenta sintetico e brillante, che avrà subito il suo pantone dedicato) e nero, spalmati su tutto, dagli abiti agli accessori. È pink PP anche l'intero set. Frivolezza e rigore, energia e calma si compenetrano, mentre la moda reitera il segno aggraziato e femminile di Piccioli, trasfigurandolo in uno statement senza sbavature. L'overdose, però, è in agguato, e lo show lascia satolli come un macaron di troppo.
Da Givenchy, Matthew Williams riesce a trovare un equilibrio tra le perle e lo chic di Hubert e le proprie inclinazioni metropolitane, tra archivio e presente, tra ruvidezza e grazia. Gli echi dello status quo - tutti vogliono fare Balenciaga, oggigiorno - sono evidenti, ma mescolati a rimandi al lavoro di Riccardo Tisci che si traducono in una proposta, se non originale, almeno fresca.
Il tema equestre, da Hermès, è un tratto di dna, che questa stagione prende una china sensuale e atletica - guaine, orli brevissimi, aderenze irremissibili - ma convince ben poco. Manca ogni idea di lusso senza tempo, mentre la concessione alle mode del momento è poco convinta.
Le silhouette verticali e severe di Ann Demeulemeester, marchio belga adesso di proprietà italiana ma privo di un direttore creativo, hanno fascino e desiderabilità, ma la proposta è monocorde, strippata a nudo di quel senso di romanticismo ribelle che Ann, la fondatrice, infondeva in tutto. Manca, insomma, un punto di vista. Da Lanvin il punto di vista c'è, ed è quello di Bruno Sialelli, che è capace ma dovrebbe mettere meglio a fuoco l'identità di questa maison storica. Le eccentricità e i languori anni trenta mescolati al tailoring affilato e sensuale non bastano.
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