Poesia

Frammenti poetici per “Quasi una cosmologia”

In libreria il volume di Niccolò Nisivoccia per i tipi di Interno Libri Edizioni

di Vittorio Lingiardi

2' di lettura

Il titolo è un omaggio ai frammenti filosofici di Eugène Minkowski, Verso una cosmologia. Alla preposizione che indica direzione e attesa, Niccolò Nisivoccia sostituisce però l'attenuazione insatura del Quasi. Come chiamare questi componimenti brevi in cui traspare l'impronta di chi fin da adolescente – lui come me – ha avuto il dono di leggere René Char?

Frammenti poetici

Per continuità d'omaggio potremmo chiamarli frammenti poetici, chiarendo però due cose: che l'insieme dei frammenti forma un discorso, ebbene sì amoroso; e che questo discorso cancella il confine che separa la poesia dalla prosa. C'è un altro confine che viene superato: quello tra la parola e il corpo. Nell'incertezza cosmologica del Quasi, infatti, Nisivoccia non ha dubbi su cosa porre al centro del suo cosmo: “il corpo, al centro della scena: in ogni sua gioia, in ogni sua pena”.

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Fino a immaginare l'inferno, che tutti noi pensiamo come l'abisso dei supplizi fisici, come luogo invece di assenze sensoriali e condanna all'impercepibile. Queste poesie (questo poema?) sono una rivelazione progressiva e magnetica di sensi abitati da pensieri e di pensieri che si fanno corpo, un testo di parole che sono al contempo recettori tattili e sinapsi. Dopo la privazione pandemica, dopo la lunga attesa e l'incombere, direbbe Minkowski, della sua temporalità inversa, la cosmologia palpabile di Nisivoccia cura la nostra nostalgia di relazioni toccanti: “è tutto nei sensi”, “siamo corpi immersi nella Storia”, Anche se possiamo immaginare che ogni frammento è sostenuto da una memoria (“touch has a memory”, scriveva John Keats), questa non viene mai esibita, semmai accennata con pudichi riferimenti di luoghi e giorni: “le strade di Siena”, “il corpo che torna alla vita, nella luce calda di un mattino d'aprile”. Il corpo cantato rimane infatti di tutti e per tutti: senza nomi, pronomi, età. Un corpo immerso in quella mente che Elvio Fachinelli definiva estatica, col “vento sulla fronte” e “un senso di gratitudine”. “Verso chi?”, si domandava lo psicoanalista eccentrico, cercando anche lui la risposta in una poetica prosa: “Non meditazione né raccoglimento. Accoglimento a occhi socchiusi”.

Il vento

Il vento che tocca le pagine di Nisivoccia, il loro “vivere nel vento”, ancora una volta è figlio di Char: “Sul ciglione, fatto l'amore, m'addormenta il vento”. Tra le pagine di questa quasi-cosmologia vi attende un mindscape primigenio: “l'odore come territorio – come il territorio originale, primordiale, che non smettiamo mai di esplorare, di rinnovare”. Ma siccome, ci ricorda l'autore, “non è possibile toccare senza essere toccati”, il suo paesaggio è sempre abitato da un tu, che spesso è un noi. Così la poetica mostra la sua fibra etica, sostenuta dalla parola oracolare di Edmond Jabès, dal dolore orfano di Hisham Matar, dal cuore pensante di Etty Hillesum.

Leggendo verrete sfiorati da piccoli miracoli: scoprirete che è “nel toccarsi il senso del perdono” e che anche l'impresa impossibile, “far combaciare corpo e parola”, può diventare possibile.

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