a tavola con

Franca Valeri, la Signora dell’ironia non feroce

di Paolo Bricco

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8' di lettura

«Gli italiani esistono. Anche se ci tengono poco ad esistere». Franca Valeri ha esercitato il suo sguardo ironico ma non sarcastico, dolceamaro ma non velenoso su un popolo che non di rado appare dedito alla religione della noncuranza.«Il nostro Paese è pieno di Storia e di Bellezza. Anche se è così trascurato...».

Ha il volto tondo e privo di rughe, gli occhiali blu e viola, un maglione bianco candido e unghie perfette, con una limatura precisa e uno smalto di colore rosso elegante. Le mani sono appoggiate sulla tavola del suo appartamento romano nel quartiere Flaminio, che un tempo è stato un quartiere elegantemente residenziale e che oggi – fra le buche nelle strade e la pioggia che forma piccoli fiumi, la spazzatura non portata via alle tre del pomeriggio e gli escrementi dei cani su ogni marciapiede – sembra la versione moderna della Roma settecentesca di Giovanni Battista Piranesi, senza però la magnificenza delle sue rovine.

L’acqua, il caffè con la moka di metà pomeriggio e lo zucchero di canna vengono disposti con amorevole cura dall’assistente Simone.

A 97 anni, lei è esattamente quella che è stata per tutta la vita. Una borghese lombarda che ha amato follemente l’opera lirica – la Scala è stata il cuore e l’anima di un pezzo d’Italia del Novecento – e che ha avuto come perno della sua esistenza l’amicizia con gli uomini e con le donne. Una autrice di testi e una attrice di teatro, cinema e televisione che ha dimostrato come – anche nell’Italia del Novecento segnata dalla spaccatura verticale fra cultura elitaria e cultura popolare – la vera arte – fra Dante e Mina, Boccaccio e Adriano Celentano – sia quella di miscelare e amalgamare, rispettare e unire, tenere distinto e dare una coerenza complessiva all’alto e al basso.

La Signorina Snob («Pronto, ciao stellin sono io, sì, senti, no ti prego, ma gioia non posso...stamattina ho fatto una levataccia pregallica...alle nove e mezza in punto...») e la Sora Cecioni («Pronto mammà, ma che te sei scordata qualcosa sulla tomba de’ nonno? Ah, l’ombrello? Lo sai che s’arabbia se je famo disordine attorno...»). Con la capacità di passare dal micro al macro, di ricostruire per induzione una intera classe sociale – la borghesia di Milano o il popolo di Roma – di provocare prima il sorriso e, poi, l’identificazione e la riflessione.

Fuori piove ed è quasi buio. Tutti i movimenti sembrano rallentati. Prima si fa versare un bicchiere di acqua minerale e poi cambia idea.

«Una cosa che mi piace molto – racconta – è avere degli estimatori giovani che mi trovano simpatica e che apprezzano il mio lavoro. Mi danno grande emozione e stupore quando li incontro. Alcuni sanno a memoria pezzi di miei film come «Parigi o cara» e «Il vedovo». Il vedovo è una commedia del 1959 diretta da Dino Risi e interpretata da lei e da Alberto Sordi. Parigi o cara è una commedia del 1962 diretta da Vittorio Caprioli, suo marito, e interpretata con lo stesso Caprioli. Franca Valeri ricorda con vividezza e passione l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. «Gli anni migliori della nostra vita – racconta – sono stati quelli del secondo dopoguerra. Non soltanto perché io ho lavorato con successo e soddisfazione. Ma perché abbiamo vissuto la dimensione morale della libertà, dopo il periodo nero del fascismo».

Il cane Aroldo – detto Rorò – prima si struscia contro le mie gambe, poi si avvicina alla sua padrona, quindi sale sul divano e – tempo un minuto – inizia a dormire emettendo un sibilo di soddisfazione, come se sognasse: «A Trevignano, sul lago di Bracciano, dove ho la casa di campagna dal 1970, ho cinque cani. Il mio terreno ospita un canile municipale dove si trovano diciassette cuccioli trovatelli», dice. «È stato brutto vivere l’adolescenza durante il fascismo. In casa il regime non era gradito. La quotidianità era irrigimentata. Io ho frequentato il liceo Parini di Milano. Studiavamo molto. Avevo un docente di italiano, il professor Fermi, che veniva arrestato, in maniera preventiva, tutte le volte che Mussolini veniva a Milano. Negli anni prima del 1939 e del 1940 si sentiva nell’aria arrivare la guerra. Una forma di timore guadagnava i giovani borghesi e i giovani popolani. Avevi la sensazione che stessero per verificarsi il dramma e la tragedia».

La costruzione di una personalità avviene nel nido della famiglia. «Io ho preso da mia mamma Cecilia lo spirito comico e da mio padre Luigi lo spirito satirico. Devo a mia mamma il titolo della mia autobiografia «Bugiarda no, reticente».

Nell’Italia di oggi, che ha appena vissuto il travaglio di una lunga campagna elettorale terminata con il giorno delle consultazioni politiche nazionali domenica 4 marzo, in molti tendono a considerare una cosa naturale e scontata l’esercizio del diritto di voto. «Io non ricordo più i dettagli del 2 giugno 1946, il giorno del referendum con cui scegliemmo la repubblica invece della monarchia. Non ricordo dove ero, non ricordo come ero vestita, non ricordo con chi ero. Ma ricordo la sensazione di quel giorno. I Savoia ci avevano molto disgustato con la loro fuga da Roma, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Noi italiani non abbiamo mai avuto una monarchia strutturata e colta, forte e amata dal popolo come hanno avuto gli inglesi e i francesi».

Gli italiani e il loro carattere nazionale. Conosciuto e sperimentato, amato e non svillaneggiato da una donna puntutamente divertita, ma senza sottili violenze moralistiche. «Siamo un poco balenghi. In fondo, non siamo mai stati in pace con noi stessi. Tendiamo a dividerci. Siamo ancora ai Guelfi e ai Ghibellini. Anche negli anni Cinquanta e Sessanta. Gli anni della democrazia e della prosperità. Gli anni di una grande classe dirigente. La Dc e il Pci. Tutti i partiti avevano personalità di primo piano. Gli anni delle donne. Di noi donne, che siamo state coscienti e libere di natura, quasi all’improvviso. Anche allora, noi italiani non siamo stati pienamente in pace. Fino agli anni Settanta, quando è tornata la violenza».

L’Italia, gli italiani e le italiane. L’amore. Per esempio per il direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, morto nel 1995. Un rapporto cementato più dalla quotidianità che non dalla esclusività, come racconta lei stessa in Bugiarda no, reticente: «Faceva sempre un bagno caldo prima di dirigere. Mentre lo insaponavo vedevo dalle sue labbra che ripassava la partitura. Poi uno scatto: “Basta. Mica so’ sporco”. Era un bagno terapeutico. Penso, chissà se è giusto, che quando si ama qualcuno è più affascinante possederlo con i gesti della tua vita che con quelli del sesso, ché con quelli sono capaci tutti, tutte in questo caso. Che una stesse nel suo letto mezz’ora prima di incontrarlo certo non mi faceva piacere, ma se gli avesse lavato i capelli l’avrei uccisa».

Gli uomini e le donne del secolo scorso e gli uomini e le donne del secolo attuale. Una comunione di generi complicata e difficile per tutto il mondo occidentale, di cui il caso Weinstein ha rappresentato soltanto il fenomeno più apparente e visibile. «In realtà – dice Franca Valeri – io credo che, almeno in Italia, i rapporti fra uomini e donne siano migliorati. In particolare, grazie a una migliore comprensione reciproca. La cultura e l’educazione, in questo, sono stati e sono fondamentali. Quando mancano la cultura e l’educazione, l’uomo continua a sentirsi più forte, più sicuro e più prepotente. E tornano l’antico predominio maschile basato sul sesso e l’antica debolezza femminile basata anche sulla necessità. Gli uomini e le donne sono creature che condividono la stessa natura umana. Le donne hanno il potere di fare i figli e gli uomini di farli insieme a loro». Il potere e la facoltà di fare figli. «Se mi è dispiaciuto non avere figli? Ma io una figlia ce l’ho. Si tratta della mia figlia adottiva, la cantante lirica Stefania Bonfadelli. Sono stata circondata e molto amata dai figli di mio fratello Giulio, Claudia, Francesca e Tommaso, che abitano con le loro famiglie a Milano. E adoro la figlia della mia figlia adottiva: Lavinia, una bimba meravigliosa. Lavinia ha 9 anni ed è nata nello stesso anno e nello stesso mese del mio cane Rorò».

Gli uomini e le donne. La famiglia e gli amori. E il senso di un popolo così difficile da sintetizzare in un concetto e in una idea. L’antropologia italiana è segnata dalla complessità della cultura popolare e dalla qualità individuale dei suoi artisti, che sembrano quasi essere astratti dal loro tempo. «Mi ha sempre colpito – osserva – l’assenza della tradizione come fondamento della nostra cultura popolare. In Francia, in Inghilterra e in Germania non è così. Noi non abbiamo il culto della tradizione. In una realtà tanto particolare, esiste una distanza dal genio italiano. Ricordo Arturo Toscanini. Mia madre Cecilia portò me e mio fratello Giulio al suo ultimo concerto alla Scala, era l’Aida di Verdi, prima che lasciasse l’Italia e andasse negli Stati Uniti, in contrapposizione al regime fascista. Quella volta mia mamma acquistò i biglietti in platea».

L’11 maggio 1946 Toscanini tornò alla Scala, ricostruita dopo essere stata distrutta dai bombardamenti che avevano colpito Milano fra il 7 e il 15 agosto 1943. Toscanini diresse l’ouverture della «Gazza ladra», il coro dell’«Imeneo», il Pas de six e la Marcia dei Soldati dal «Guglielmo Tell», la preghiera dal «Mosè in Egitto», l’ouverture e il coro degli ebrei dal «Nabucco», l’ouverture dei «Vespri Siciliani», il «Te Deum» di Verdi, l’intermezzo e alcuni estratti dal terzo atto della «Manon Lescaut», il prologo ed alcune arie dal «Mefistofele». «Quella volta alla Scala – rammenta Franca Valeri – io e i miei amici eravamo in un palco. Fu bellissimo».

Gli amici e l’amicizia. Mentre il cane Aroldo continua a dormire placido, le parole più pronunciate nella nostra conversazione sono queste. «Io non sono mai sola. Ho molti amici. Il vero privilegio della vita è l’amicizia, che è una cosa scelta e costruita. Anche se molti amici scompaiono prima di te. E questo è un grande dolore. Non mi va di ricordare i loro nomi, perché mi sembrerebbe quasi di dimenticarne qualcuno», spiega senza alcuna forma di sentimentalismo. Anche se, a un certo punto, mentre i capelli neri le vanno quasi sugli occhi, tre nomi li pronuncia: «Nora Ricci, Giuseppe Patroni Griffi e Silvana Ottieri, che per me è stata una sorella».

A Silvana Ottieri si deve il nome d’arte di Franca Valeri, il cui cognome alla nascita è Norsa, inventato leggendo le poesie di Paul Valéry, pubblicate in Italia da suo zio Valentino Bompiani.

Quando il cane Rorò si risveglia uggiolando, Franca Valeri dice: «Se non le dispiace, mi fermerei qui, vorrei ritirarmi, mi sento un poco stanchina». E, a quel punto, intanto che fuori sul piccolo giardino della sua abitazione ha smesso di piovere, mi viene in mente la poesia dedicata da Valéry alle ballerine. Una poesia che sembra scritta proprio per lei, ballerina sotto il cielo del nostro tempo e della nostra storia: «Quelle che sono fiori leggeri son venute, figurine d’oro, bellezze minute dove iride diviene, debole luna...Eccole fuggire melodiose nel bosco rischiarato. Di malva e d’iris e di notturne rose le grazie nella notte, sotto la loro danza, schiuse. Che velati profumi, da quelle dita d’oro!».

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