Classica

Francesco Meli scala le classifiche con “Prima Verdi”

Al compositore diletto il tenore genovese dedica un album che rappresenta il suo debutto discografico

di Grazia Lissi

Francesco Meli, © Simone Falcetta

2' di lettura

La sua interpretazione di Macduff nel Macbeth scaligero è ricca di sfumature, intelligente e profonda. D'altra parte Francesco Meli con Giuseppe Verdi ha un rapporto unico e speciale; al compositore diletto il tenore genovese dedica un album che rappresenta il suo debutto discografico: “Prima Verdi”, Direttore Marco Armiliato, Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (Warner Classics CD). E scala subito le classifiche di musica classica.

Maestro, lei è considerato il maggior tenore verdiano. Condivide?

«Finché lo dicono gli altri ne prendo atto e ringrazio. Io penso di essere un musicista che cerca di approfondire sempre la conoscenza della scrittura verdiana. Gli appellativi non mi piacciono molto ma sono molto lusingato di essere considerato un tenore verdiano così apprezzato».

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Fra i ruoli del compositore che ha interpretato quale sente più affine?

«Sicuramente Riccardo nel “Ballo in maschera”. E' un ruolo che amo particolarmente, mi ha sempre riservato grandi soddisfazioni ed è stato uno dei primi ruoli che mi ha fatto entrare nel mondo verdiano. Mi piace molto sia dal punto di vista drammaturgico che musicale; penso che Verdi abbia saputo esprimere appieno l'anima e i sentimenti illuminati del monarca svedese».

Come s'interpreta oggi Verdi?

«Verdi s'interpreta come voleva Verdi! Non esiste alternativa alla sua scrittura per capire appieno quello che il nostro personaggio vive, i suoi tormenti e le gioie, le speranze e le sconfitte. Non dobbiamo fare altro che affidarci a quello che il compositore ci ha lasciato scritto sulla partitura e farlo nostro».

Tanti tenori l'hanno preceduta nei ruoli verdiani diventando star dell'opera. Fra le voci ascoltate a chi è più affezionato?

«Sicuramente Carlo Bergonzi, re del repertorio verdiano, interprete ideale sia dal punto di vista vocale, morbidezza di emissione e piglio maschio (come diceva lui), e grande perizia musicale, dinamica e il miglior fraseggio che si possa desiderare. Penso che Verdi stesso non avrebbe potuto chiedere di più da quel grande musicista quale era. Bergonzi è stato un interprete a tutto tondo, le sue interpretazioni degli eroi verdiani sono esempio per le generazioni venute dopo di lui. Ovviamente sono legato alle vocalità di tanti altri tenori, Pavarotti dalla voce bella e senza eguali, Di Stefano dallo squillo argentino e pieno di calore, Pertile grande interprete e precursore della bergonziana idea di rispetto dello scritto verdiano».

Esiste ancora il divismo nell'opera lirica?

«E' molto cambiato e, forse, non esiste più, perlomeno come lo intendiamo noi guardando ai grandi divi del passato. È cambiato perché il mondo cambia e, di conseguenza, il pubblico, i cantanti sono sempre più persone “normali” che vivono una vita normale. La vita da divo votata alla fama e alla notorietà non ha più ragione di esistere, adesso siamo musicisti/cantanti/attori, perché questo è quello che un cantante lirico deve essere affrontando la vita in maniera sana, normale».

E' attento alle nuove generazioni, quali suggerimenti per coinvolgerli all'ascolto di Verdi?

«M'interessano molto, anzi moltissimo; è il motivo per cui collaboro con il Teatro Carlo Felice di Genova nella neonata Accademia di alto perfezionamento. Penso che, arrivato a un certo punto della propria carriera, sia giusto e doveroso condividere con i giovani le proprie esperienze e quello che si è imparato durante il proprio percorso artistico. Verdi dovrebbe essere pane quotidiano per le orecchie dei giovani cantanti, come nessun altro unisce parola emozioni e musica in un'unica cosa. Questo insegna a ogni cantante quanto sia importante non tralasciare mai nessuna parte della partitura che si affronta».

Prima Verdi – Francesco Meli, tenore, Marco Armiliato, direttore, Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (Warner Classics CD)


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