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Francia, per il vincitore Macron subito la sfida delle elezioni legislative

I francesi vogliono il primo ministro di un altro partito, potrebbe essere una donna

di Riccardo Sorrentino

Macron ai francesi: "Grazie per aver scelto di affidarvi a me"

3' di lettura

Emmanuel Macron ha vinto, ma non basta. Ora si apre subito un’altra partita, quella delle elezioni legislative, previste per il 12 e il 19 giugno: in gioco c’è la maggioranza che il partito del presidente, insieme agli alleati, vuole conquistare, e che l’opposizione - e i francesi... - vuole invece togliergli.

Macron, con il suo 58,6%, ha vinto bene. Non benissimo, forse, ma il margine di vantaggio è ampio. Nessun presidente, a parte lui stesso nel 2017 (66,1%) e Jacques Chicac contro Le Pen padre nel 2002 (82,21%), ha fatto meglio in termini percentuali. Ha però perso due milioni di voti e si è fermato a 18.779.641, dai 20.743.128 voti: ha comunque conquistato più consensi di François Hollande nel 2012, e poco meno di Nicolas Sarkozy nel 2007, anche se i due predecessori non avevano come rivali personaggi politici estremisti come Le Pen.

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Nelle grandi città, inoltre, Macron ha stravinto: 85,10% a Parigi, 79,48% a Lione, 77,48% a Tolosa, 81,15% a Nantes. Solo a Marsiglia (59,84%) e a Nizza (55,39%) si è avvicinato alle percentuali nazionali: nella regione della Provence-Alpes-Côte d’azur ha prevalso Marine Le Pen (con il 50,48%), così come in Corsica e negli Hauts-de-France.

L’aumento di voti della candidata dell’estrema destra è però un segnale. Suo padre, contro Jacques Chirac nel 2002, aveva ottenuto 5.525.032 voti, mentre Marine dopo un’intensa ma incompleta opera di dédiabolisation del partito è passata dai 10.638.475 voti del 2017 ai 13.297.728.

È uno dei sintomi, questo, del problema che ora assilla Macron e che lui stesso, almeno in parte, ha creato. Dopo aver decostruito - “rottamato”, si potrebbe dire - il quadro politico assorbendo la destra e la sinistra tradizionali ormai piuttosto sterili politicamente (anche se forti a livello locale), Macron ha ora di fronte importanti forze radicali: al primo turno - dove però è in rilievo il candidato e non il partito - hanno ottenuto il 57,8% dei voti, che salgono al 62,5% se si aggiungono i verdi (che in Francia tendono a essere più pragmatici). Sono formazioni di sinistra per il 32,3% e di destra per il 25,5%; e sono forze che - da Le Pen a Mélenchon, passando per Zemmour - puntano a un cambio di regime, alla nascita di una Sesta repubblica, per via referendaria, in senso plebiscitario.

Mancato l’obiettivo dell’Eliseo, ora puntano tutti all’Assemblée nationale. Macron ha fatto trapelare l’intenzione di nominare un primo ministro donna. Si sono fatti i nomi di Élisabeth Borne, attuale ministro del Lavoro, ma persino quello di Christine Lagarde, presidente della Bce. Non è escluso che la nomina possa avvenire presto, prima delle elezioni (che Macron, si è detto, potrebbe persino anticipare per ridurre i tempi a disposizione degli avversari). Il presidente ha però un problema: privo dell’effetto-novità del 2017 non ha costruito un vero movimento politico. En Marche!, poi rinominato La République en marche (Lrem) è un partito così personale da comprendere nella sigla le iniziali di Emmanuel Macron...

«Non lasciate pieni poteri a Macron, un leader autoritario», ha chiesto allora Marine Le Pen, che ha lasciato la presidenza del partito, ad interim, al delfino Jordan Bardella. Il Rassemblement national vorrebbe riunire le forze contro il presidente ma è consapevole - ha detto Le Pen - di essere «solo». Vorrebbe «incarnare l’opposizione», secondo il portavoce Sébastien Chenu, ma attacca Zemmour, che invoca un’«unione della destra» e Mélenchon.

A sinistra, dopo la delusione del primo turno - uniti avrebbero raggiunto il ballottaggio - si fanno tentativi di accordo. «Macron è il presidente peggio eletto della V repubblica», ha detto Mélenchon (ma non è vero): la sua France Insoumise guarda ora al Partito socialista ma chiede «chiarimenti programmatici» . Al momento sono «discussioni tattiche», ha detto il suo portavoce David Guiraud.

I francesi non sembrano oltretutto disposti a concedere una maggioranza a Macron: il 63% secondo un sondaggio OpinionWay e il 56% secondo una rilevazione Ipsos vogliono che il presidente sia costretto a una cohabitation con un primo ministro di altra estrazione politica. Solo, rispettivamente, il 35% e il 20% vogliono che ottenga una maggioranza per portare a termine il programma.

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