fine della luna di miele?

Francia, lascia il capo di stato maggiore in polemica con Macron

di Gianluca Di Donfrancesco

Il presidente francese Emmanuel Macron e il capo di Stato maggiore Pierre de Villiers alla parata del14 luglio

3' di lettura

Prima pesante tegola sulla presidenza Macron, ad appena due mesi dal trionfo elettorale che l’ha portato all’Eliseo. Con un colpo di scena senza precedenti (o quasi), il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Pierre de Villiers, ha presentato le sue dimissioni e lo ha fatto sbattendo la porta, dopo una rovente polemica sui tagli al bilancio militare proposti dal nuovo Governo: tagli criticati duramente dal generale il 12 luglio, a due giorni dalla parata della Presa della Bastiglia.

In una audizione parlamentare a porte chiuse, il sessantenne de Villiers, noto per i modi spicci e comandante del contingente francese in Kosovo, ha usato termini coloriti quanto inequivocabili contro il taglio di 850 milioni di euro al budget della difesa, decisi da Macron per contenere la spesa pubblica (che dovrà scendere di 60 miliardi nei prossimi 5 anni): «Io non mi faccio f... così », avrebbe detto il generale secondo quanto riferito da due deputati («Je ne me laisserai pas baiser comme cela»).

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Dopo una rottura del genere, le dimissioni - subito accettate da Macron - sono state solo l’inevitabile conseguenza ed è chiaro che non sono arrivate immediatamente solo per non creare uno scandalo proprio alla vigilia della parata del 14 luglio, alla quale sarebbe stato presente il presidente americano Donald Trump.

Alle parole di de Villiers, Macron ha subito replicato senza mezzi termini e per affermare la propria autorità ha scelto il gala estivo delle forze armate. Davanti a decine di generali e alle loro famiglie, il presidente ha voluto ristabilire le gerarchie: «Il capo sono io», ha detto. Messaggio poi ribadito durante la parata del 14 luglio, con la decisione di sfilare lungo gli Champs Elysées, in piedi su un veicolo militare scoperto, con un terreo de Villiers al suo fianco.

Il comunicato con cui oggi il generale ha motivato il rumoroso passo indietro è più formale nei toni, ma egualmente duro nei contenuti: «Nelle circostanze attuali, considero di non essere più in grado di assicurare la sostenibilità del modello di esercito al quale credo per garantire la protezione della Francia e dei francesi, oggi e domani. Di conseguenza, mi sono assunto le mie responsabilità presentando oggi le dimissioni al presidente della Repubblica, che le ha accettate». L’incarico di de Villiers era in scadenza il 31 luglio, ma Macron, dopo l’insediamento all’Eliseo, gli aveva chiesto di rimanere al suo posto per un anno ancora, promettendogli che non avrebbe tagliato la spesa per la difesa.

Le dimissioni, le prime di un Capo di Stato maggiore da quando la figura è stata introdotta nel 1962, riapre il dibattito sulle forze armate francesi, che da trent’anni vedono il proprio budget restringersi, a scapito delle immutate ambizioni di potenza che Parigi cova e degli impegni in numerosi teatri di guerra, con 30mila soldati schierati in Mali, Sahel, Iraq. Impegni ai quali dal 2015 si è aggiunto il dispiegamento di 10mila uomini su suolo francese per proteggere la cittadinanza dalla minaccia terroristica, dopo i recenti attentati.

Uscito di scena il generale “ribelle”, Macron cerca di ricucire con l’esercito promettendo un aumento delle spese militari di 1,5 miliardi nel 2018. Al posto di de Villiers, il Consiglio dei ministri ha immediatamente nominato il generale François Lecointre. E nel comunicato finale ha confermato l’impegno di portare il budget del ministero della Difesa al 2% del Pil entro il 2025.

Macron (che ieri ha voluto seguire la 17ma tappa del Tour de France a bordo dell’auto del direttore della corsa) ha conquistato il cuore dei francesi con una campagna elettorale che ha saputo risvegliarne l’orgoglio, senza però cedere a toni populisti. E dopo le elezioni ha visto il suo consenso crescere proprio grazie alla sua capacità di proiettare l’immagine di una presidenza forte e di una Francia forte, al punto da conquistare anche la maggioranza dei seggi dell’Assemblea nazionale. Per restituire al Paese un ruolo guida in Europa, alla pari con la Germania, Macron ha però bisogno di renderlo più virtuoso e quindi di riportare il rapporto tra deficit e Pil sotto il 3%. Questo significa 4,5 miliardi di tagli alla spesa pubblica nel 2017 e altri ancora l’anno prossimo. La scorsa settimana è emerso che nei conti francesi c’è un buco di 9 miliardi e la Commissione europea ha comunicato che presto Parigi potrebbe restare l’unico partner Ue a non rispettare le regole sul bilancio.

Risanare i conti non sarà possibile senza scontentare molti e i militari non sono neppure i primi della lista: gli insegnanti sono già sul piede di guerra per il taglio del fondo da 331 milioni per istruzione superiore e ricerca e i Comuni sono infuriati per la minaccia di dover “risparmiare” 13 miliardi entro il 2022 (3 in più del previsto). In attesa della riforma del mercato del lavoro, che scatenerà i sindacati.

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