astensione record al 56%

Francia, Macron conquista la maggioranza assoluta in Parlamento

dal nostro corrispondente Marco Moussanet


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Il presidente Emmanuel Macron

4' di lettura

Emmanuel Macron potrà contare su una larghissima maggioranza assoluta in Parlamento (sia pure inferiore alle previsioni) per poter mettere in pratica il suo programma di riforme, da quella del diritto del lavoro a quella delle pensioni.
Le prime proiezioni confermano sostanzialmente i sondaggi della vigilia sull'esito del secondo turno delle elezioni legislative: “La République en marche” (Lrem), il partito del presidente creato poco più di un anno fa, dovrebbe ottenere un numero di deputati alla Camera Bassa - l'unica che conta davvero vista la sua prevalenza sul Senato, dove comunque è in corso la costituzione di un gruppo Lrem - pari a circa 360.
Largamente superiore alla soglia della maggioranza assoluta (289 sui 577 seggi dell'Assemblée Nationale). Anche senza i posti conquistati dagli alleati centristi del MoDem (una cinquantina).
La destra dei Républicains,
che limita i danni e sarà la principale forza di opposizione, dovrebbe avere circa 130 deputati, poco più della metà di quelli che conta nell'Assemblea uscente.
Il partito socialista,
che vive il peggior tracollo di sempre, avrà comunque un gruppo (per il quale servono 15 deputati) con circa 45 seggi rispetto ai circa 300 uscenti. Così come la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon (“La Francia ribelle”), con 25 seggi.
L'estrema destra del Front National,
infine, avrebbe 7 seggi, cinque in più rispetto a oggi ma con un risultato del tutto insoddisfacente, che non gli consente appunto la costituzione di un gruppo parlamentare.

Un risultato complessivo dovuto all'effetto di amplificazione del sistema maggioritario a due turni. Che premia il primo partito, consente al secondo di limitare i danni e penalizza tutti gli altri. Soprattutto quelli, com'è il caso in particolare della sinistra radicale e dell'estrema destra, che non possono contare su una riserva di voti in vista dei ballottaggi.
Un sistema elettorale – scelto nel 1958, con l'avvento della Quinta Repubblica, per porre fine a un lungo periodo di instabilità politica – il quale fa sì che con il 30 e rotti per cento dei voti (che poi, con un'astensione in aumento al livello record del 58%, vuol dire meno del 15% degli iscritti) Lrem e MoDem avranno il 70% circa dei seggi. Un dato non lontano dai primati della destra nel 1958 (82%) e nel 1993 (83%). Con un radicale rinnovamento della Camera, in cui siederanno poche decine di superstiti di quella uscente.

Lo strapotere parlamentare del presidente pare inoltre destinato ad aumentare ulteriormente con il sostegno che gli verrà in aula da alcuni deputati dei Républicains e dei socialisti (i cosiddetti “costruttivi”), i quali hanno già annunciato che in caso di elezione voteranno a favore delle riforme presentate dal Governo.
Per sapere quale sarà esattamente la maggioranza reale su cui potrà contare Macron bisogna aspettare il voto di fiducia del 4 luglio all'Esecutivo guidato peraltro da un esponente della destra “moderata”: Edouard Philippe. Il quale potrebbe chiamare al Governo qualche sottosegretario proveniente dal suo ex partito.
Uno scenario che ha già riaperto, ovviamente, il dibattito sull'opportunità di una riforma del sistema elettorale con l'introduzione di una quota di proporzionale (probabilmente intorno al 20%) che consenta di avere una rappresentanza parlamentare un pochino meno infedele rispetto al voto popolare. Anche perché la scarsa – a volte quasi insignificante – presenza all'Assemblea di pezzi importanti di elettorato rende praticamente impossibile una reale ed efficace opposizione parlamentare. Con il rischio di vedere questa opposizione concretizzarsi nelle piazze. La massima stabilità politica potrebbe cioè tradursi in massima instabilità sociale.

Spetterà a Macron dimostrare di avere la sensibilità, l'accortezza, l'abilità di utilizzare nel migliore dei modi lo strapotere di cui godrà (a maggior ragione con l'ingresso in Parlamento di tanti neofiti che gli devono tutto), andando alla ricerca del dialogo, del confronto, della mediazione, rinunciando alla tentazione di usare la forza che i numeri gli permetterebbero. E nel contempo non abdicare però al varo in tempi rapidi delle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno (il cui calendario verrà presentato ai deputati della maggioranza in un seminario previsto per il 24 e 25 giugno).

La strada è stretta, così stretta che lo stesso Macron avrebbe probabilmente preferito una vittoria meno imponente.
Per gli altri – dai Républicains ai socialisti, passando per la sinistra radicale e l'estrema destra, che certo non possono consolarsi con l'ingresso in Parlamento di Mélenchon, vittorioso a Marsiglia, e di Marine Le Pen, che conquista il seggio a Hénin-Beaumont – si apre invece la fase della riflessione, della resa dei conti interna, della ricostruzione. A partire proprio dai socialisti, il cui segretario Jean-Cristophe Cambadélis si è dimesso.

Quanto, infine, all'elevatissimo tasso di astensione, le spiegazioni sono numerose. La prima è che dalla riforma del 2002, la quale ha collocato il voto appena dopo quello delle presidenziali, la partecipazione è comunque crollata perché l'appuntamento con le urne viene vissuto come una conferma, quasi formale, dell'esito registrato un mese prima in occasione dell'unica, vera, elezione che interessa ai francesi (com'è in effetti sempre accaduto in questi anni). La seconda ragione è che il risultato era largamente scontato, non c'era suspense. La terza è che i francesi sono arrivati stanchi e svogliati alla fine di un periodo elettorale così lungo – iniziato con le primarie della destra in novembre – che li ha sfiancati. Se a queste ragioni di fondo si aggiunge la bellissima, e caldissima, giornata di sole in tutta la Francia...

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