l’agenda del presidente per il 2018

Francia, Macron vuole ridisegnare lo Stato

di Riccardo Sorrentino


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(REUTERS)

4' di lettura

Tenere il ritmo. Un ritmo «sfrenato», come lo ha definito un suo anonimo ministro in un’intervista a Le Monde . Per il giovane presidente francese Emmanuel Macron, che ieri ha compiuto 40 anni, è un obiettivo essenziale. Ha già raggiunto un risultato importante: ha portato il proprio gradimento, che era bruscamente calato in alcuni sondaggi fino al 30% a ottobre, fino al 52%. Ora si tratta di consolidare e rafforzare il consenso, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Il presidente ha quindi bisogno di non perdere l’iniziativa e ha predisposto per la prima settimana di gennaio, dopo il consiglio dei ministri del 3 e prima del viaggio in Cina dell’8, una serie di “seminari” per mettere a punto i passi del prossimo trimestre. Dopo l’ampia riforma del lavoro - la stessa che gli è costata molti consensi, perché ha scardinato molti tabù della società francese - deve allargare i suoi obiettivi. Deve innanzitutto completare l’opera iniziata in tema di occupazione: varare nuove norme sull’apprendistato, sulla formazione professionale, sui sussidi di disoccupazione. Altri temi sono ormai giunti a maturazione: il presidente vuole irrigidire la politica su immigrati e rifugiati - cosa non facile, anche perché il suo stesso movimento appare diviso - affrontare la politica abitativa e introdurre un abbozzo di cogestione (mitbestimmung) alla francese nelle imprese. Senza dimenticare il nuovo limite di velocità a 80 km/h su tutta la rete stradale francese, non particolarmente popolare.

La riforma dello Stato
A Macron interessa però soprattutto affrontare subito il nucleo stesso del suo progetto di rinnovamento, la riforma dello Stato, Costituzione compresa. Macron vorrebbe introdurre molte novità: ridurre il numero dei parlamentari, limitare a tre i mandati consecutivi di tutte le funzioni elettive, introdurre una correzione proporzionale al sistema elettorale (un maggioritario doppio turno), riformare il Consiglio superiore della magistratura e abolire la Corte di giustizia della Repubblica, che giudica i crimini compiuti dai ministri.

È il dossier più difficile, questo: non tutte le innovazioni sono ben accette dal Senato, dominato da quella destra républicaine e gaullista che, insieme al centrosinistra socialista, è uscita lacerata e confusa dal successo di Macron. È da questo arcipelago che arriva la sfida più temibile alla sua leadership e il presidente stesso ha invitato a non sottovalutarla.

La controffensiva dei Républicains

La componente Les Républicains ha reagito alla sconfitta - determinata anche dallo scandalo che ha coinvolto il candidato François Fillon e la moglie Penelope - con una brusca svolta a destra: il nuovo presidente del partito Laurent Wauquiez, 42 anni, sta costruendo la propria figura di leader anti-Macron adottando posizioni decisamente radicali, invise anche alle correnti più moderate del suo partito, nel tentativo di catturare gli elettori delusi del Front National (verso il quale Wauquiez non mostra, come tutta la destra francese, alcuna condiscendenza). A un po’ di euroscetticismo, soprattutto in tema di bilancio pubblico - in passato aveva chiesto l’abolizione della Commissione Ue - il leader della destra aggiunge quindi un po’ di post-conservatorismo americano - per lui Trump è un’ispirazione. Meno brillante e soprattutto meno dirompente di Macron - che la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha descritto icasticamente come «più giovane di Kennedy, più liberale di Blair, più europeista di Schröder» - il nuovo leader della destra userà comunque tutte le occasioni possibili per contrastare il presidente: bisogna «opporsi insieme a Emmanuel Macron», ha detto ai suoi deputati e senatori. La riforma costituzionale, che rischia di ridurre ulteriormente il peso del Parlamento, sarà quindi uno dei campi di battaglia principali.

La riforma dell’Eurozona
A segnare il dibattito è però destinata la politica estera, e quella europea in particolare. Prima delle presidenziali del 2022, quando la leadership di Macron sarà direttamente messa in discussione, ci saranno nel 2019 le elezioni europee, che si svolgeranno peraltro con un sistema elettorale proporzionale, dove sarà più difficile per il movimento del presidente, La république en marche, prevalere sugli avversari.

Il piano di riforme nazionali e il tentativo del presidente di rafforzare e consolidare il consenso riconquistato, si svolgeranno tenendo il timone dritto sull’obiettivo di vincere questa che sarà la sua prima vera sfida dopo le presidenziali. Macron si presenterà con il suo progetto di ampia riforma dell’Unione europea, e di Eurolandia, dal sapore quasi federalista. Il presidente ha raccolto all’estero una vasta attenzione: quanti leader e aspiranti leader vorrebbero presentarsi come il Macron del loro paese, malgrado le specificità tutte francesi del personaggio e del suo successo? Questo potrebbe permettere alla Francia di godere di un discreto soft power, da giocare anche in politica interna, soprattutto se l’ambizioso presidente riuscisse a sganciarlo dal suo personaggio e spostarlo sulla sua impostazione politica. A questo programma Wauquiez opporrà temi più tradizionali, come l’Europa delle nazioni, à la de Gaulle, e l’opposizione - geopoliticamente ardua, ma capace di raccogliere consensi - all’allargamento dell’Unione nei Balcani.

In gioco c’è il clima politico della seconda metà del quinquennato di Macron, che il presidente vuole dominare con le cose compiute e i risultati ottenuti. Un obiettivo che gli avversari cercheranno in tutti i modi di sottrargli.

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