Persone

Franco Cassano e la filosofia meridiana

di Giuseppe Lupo

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(ANSA)

4' di lettura

Il destino ha voluto che il nome di Franco Cassano, sociologo, professore universita-rio, scomparso ieri, a Bari, all'età di 77 anni, fosse inesorabilmente legato al Mediter-raneo in virtù dei suoi libri, uno in particolare, Il pensiero meridiano, uscito nel 1996. Eppure Cassano era di origini marchigiane, nato ad Ancona nel 1943, dunque su un braccio di mare assai periferico rispetto all'altro e tutto sommato parziale, espressione d'un sentimento d'oriente che due città più a nord di Ancona, Venezia e Trieste, rie-scono a cogliere assai meglio. Per abbracciare il mito mediterraneo e trasfonderlo nel-la nozione di meridiano, è stato forse necessario scendere più a sud, approdare nel ca-poluogo pugliese e metterci radici, come docente di Sociologia della comunicazione presso l'università e, soprattutto, come personalità di spicco di quella che è da tutti conosciuta come “école barisienne”. Cosa abbia dato il levante pugliese, con i suoi rapporti di prossimità con la Grecia e le coste albanesi, con le sue vocazioni commer-ciali più accentuate, a un uomo che veniva da un altro levante, può essere difficile da circoscrivere. Certo è però che Cassano non poteva, se non a Bari, mettere a fuoco la matrice meridiana del Mezzogiorno italiano, all'indomani certo del primo, grande ap-prodo di albanesi, avvenuto nel 1990, ma con un occhio aperto a quei fenomeni che cominciavano a interessare il “mare tra le terre” appena dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Sembrerà un paradosso, ma la fine della Storia – l'inizio della cosiddetta epoca post-ideologica – registrava i primi sussulti interpretativi da un pun-to di osservazione che, per quanto periferica rispetto ai grandi centri della produzione culturale, si candidava a erede di una tradizione nobile e ormai secolare: la città di Ba-ri e la casa editrice Laterza, un matrimonio di intelligenza critica che molto aveva det-to in termini di meridionalismo lungo il Novecento. All'indomani della pubblicazione del suo libro più celebre, Il pensiero meridiano appunto, Cassano riscriveva il dizio-nario con cui ragionare sui mondi minori, primo fra tutti il Mezzogiorno che però, da quel momento in avanti, avrebbe mutato la propria fisionomia allargando i suoi oriz-zonti, fino ad abbracciare geografie e antropologie ben al di là delle cinque regioni su cui si continuava a dibattere di “questione meridionale”. La vera novità delle tesi so-stenute in quel libro era la capacità di dare una chiave inclusiva alla nozione di Sud, di far entrare cioè dentro questa etichetta dolorosa e logora il vastissimo comprensorio di popoli e regioni che da sempre avevano condiviso non soltanto una condizione di marginalità, ma anche un'esperienza comune nel decifrare l'enigma del tempo. Il mondo meridiano, insomma, nasceva dal sentirsi ai bordi del progetto occidentale – se per Occidente intendiamo l'Europa dei mercati e delle banche, l'Europa calvinista ed efficientista che però, di fronte alla pandemia, ha mostrato inevitabilmente le sue ca-renze – e trovava il proprio collante in una lettura alternativa del presente, che erro-neamente spendeva per inseguire invano modelli irraggiungibili. Qui sta lo spartiac-que che pone il pensiero di Cassano. Non riguarda più soltanto i piani con cui leggere il Mediterraneo: da mare decentrato a frontiera molteplice e plurale. Riguarda soprat-tutto il posizionarsi nelle rotte di una civiltà che continuava a rivelarsi perdente e fal-limentare in relazione alle società assunte a paradigma. Finché il Sud d'Italia e gli in-numerevoli Sud del mondo avessero continuato nella frustrante rincorsa degli stili di vita praticati nelle nazioni di un Settentrione pragmatico ed efficientista, avrebbero constatato il fallimento del proprio sforzo, continuando a reiterare una strategia infrut-tuosa, a meno che, capovolgendo il proprio sguardo, non avessero riscoperto il valore della lentezza, gli errori compiuti dall'homo currens al culmine estremo dell'esperienza capitalista. Ci troviamo nel punto di maggiore azzardo del discorso di Cassano, a cui va dato indubbiamente il merito di aver rinnovato, ricorrendo ad altri archetipo, il controverso rapporto tra individuo e Storia nelle latitudini meridionali. Fino a lui, infatti, si era continuato a discutere adoperando le argomentazioni che era-no state di Carlo Levi, dove immobilità e progresso entravano in rotta di collisione. Da Cassano in avanti il discorso entra in un agone dialettico dove a fronteggiarsi sono i principi del moderno, entrato in crisi proprio nel momento di maggiore fulgore (il trionfo del capitalismo sul socialismo sovietico), preavvertito profeticamente da Ca-mus e Pasolini. Ciò non significa che l'orizzonte disegnato dal pensiero di Cassano rechi i segnali di un rifiuto del moderno o addirittura di un'antimodernità. Basterebbe ricordare, a questo punto, Modernizzare stanca (2001), che raduna e rielabora alcuni degli interventi pubblicati durante la sua attività di editorialista all'Unità e ad Avveni-re. Piuttosto rappresenta il punto di arrivo di un processo ideologico e politico (non dimentichiamo che Cassano è stato deputato Pd dal 2013 al 2018) che, accanto al de-siderio di restituire dignità alla condizione meridionale, presupponga anche la risco-perta (forse dovremmo dire il riconoscimento) di un'altra modernità, a misura d'uomo, frequentata in quelle latitudini ritenute da sempre emarginate e ora ridiventa-te centrali.

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