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Franco svizzero, l’umano va in vacanza e il robot-trader fa «crash»

di Vittorio Carlini


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2' di lettura

Investitori umani in vacanza ed (ennesimo) flash crash sui mercati. È accaduto con le quotazioni del Franco svizzero. All’apertura dei mercati asiatici la moneta elvetica è crollata in un lampo nei confronti del dollaro, passando da 1,0004 a 1,0096. Poi, di nuovo in un «flash», la divisa si è ripresa. Il tutto ha portato ad un movimento di circa 110 punti base a fronte di una media giornaliera di 56 punti base.

Il movimento, secondo diversi esperti, è stato causato dal venire meno della liquidità sul mercato a causa delle festività in Giappone. Sarebbe stato immesso un ordine sbagliato (e sì, la colpa è sempre di un ordine sbagliato quando accadono i “flash” crash...) che, a fronte per l’appunto della scarsa liquidità, avrebbe indotto la reazione a catena dei trader automatici.

Il dominio dei trader automatici
Al di là del singolo evento, deve sottolinearsi che molti da tempo rivendicano l’attenzione sull’instabilità in sé che la ipertecnologizzazione dei mercati ha portato nei listini stessi. In generale l’introduzione dei sistemi automatici è stata dovuta anche, e soprattutto, al fatto che l’ “homo oeconomicus”, postulato dell’economia classica, si è rivelato una finzione. L’investitore, come mostrato dai tempi degli esperimenti di Amos Tversky e Daniel Kahneman (premio Nobel per l'economia), non è realmente in grado di massimizzare i profitti e ridurre le perdite. Quindi, affidarsi al computer è un modo per superarne l'irrazionalità.

La deregolamentazione
Non solo. Ha inciso lo stesso proliferare di listini elettronici diversi dai mercati tradizionali. In Europa, ad esempio, è stata la Mifid a decretare, nel 2004, il «liberi tutti» su questo fronte. In un simile contesto, sottolineano i cantori dell’algoritmo, sfruttare i software è vantaggioso. Il semplice gestore, infatti, non è in grado da solo di individuare, ad esempio, il listino dove l’esecuzione dell’ordine possa essere eseguita al meglio. Così come è incapace di gestire la sempre maggiore mole di informazioni legata alle Borse. Una montagna di «big data» digitalizzati cui, da una parte, l’operatore non vuole rinunciare; ma che, dall’altra, solo sistemi con grande potenza di calcolo riescono a trasformare in segnali per il trading.

I mini flash crash
Quel trading che, nonostante la stretta dei regolatori, continuano ad essere oggetti di crolli e rimbalzi istantanei nei prezzi. Certo, non si vedono più, tonfi monstre come quello del 5 maggio 2010 a Wall Street. Ma i terremoti flash ci sono, eccome! Una ricerca dell’Università di Pisa ha mostrato, passando ai raggi x dal 2001 al 2012 l’indice statunitense Russel 3000, che sono in aumento i cosiddetti mini flash crash multipli. Vale a dire: micro terremoti che coinvolgono contemporaneamente più azioni. Si tratta di eventi che passano inosservati ai meno esperti. Ma che, non per questo, sono meno rischiosi.

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