Cinema

Francois Ozon: «negli anni ’80 eravamo più innocenti»

Il regista in sala con “Estate 85” al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”

di Cristiana Allievi

4' di lettura

Al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”, dal lui scritto e diretto e basato sull'omonimo romanzo di Emmanuèle Bernheim. Mentre aspettiamo di vedere quel racconto di una figlia che si ritrova davanti alla richiesta del padre di aiutarlo a porre fine alla propria vita, oggi esce nelle sale un'altra opera scritta e diretta dal cineasta francese Francois Ozon, “Estate 85”. Quello che avrebbe voluto fosse il suo primo film, e che invece è diventato il diciannovesimo.

Tema della sessualità

Da sempre attento alla sessualità, a 17 anni Ozon si è invaghito del romanzo “Danza sulla mia tomba”, di Aidan Chambers, storia (per molti versi autobiografica) fra due adolescenti dello stesso sesso. Una storia che finisce male, e si capisce dalla prime scene. Siamo negli anni Ottanta in Normandia e Alexis (Félix Lefebvre) fa un giro su una barchetta a vela. Ma scuffia, e viene raccolto in acqua da David (Benjamin Voisin), che lo riporta a terra e non lo lascia più andare. La distanza sociale fra i due è chiara, eppure insieme stanno bene, tanto che Alexis rinuncia alle aspirazioni da scrittore e sceglie di lavorare per l'amico e la di lui madre (Valeria Bruni Tedeschi).

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Scoppia una passione incontenibile, finché arriva Kate (Philippine Velge) a sparigliare le carte. La scrittura avrà la funzione di far uscire uno dei due ragazzi da un grosso trauma. Il film è nelle sale da oggi distribuito da Academy two, ed è marcato Cannes 2020.

A raccontare questa immersione nell'amore e negli anni Ottanta è il regista stesso.

Quando da ragazzo ha letto Danza sulla mia tomba ha detto che se mai avesse adattato un libro, quello sarebbe stato il primo. Cos'ha di ancora attuale?
«È vero che quando ho letto il romanzo diventare un regista era un sogno inaccessibile. Però era una storia che avrei voluto vedere, immaginavo un regista americano o inglese che si sarebbe cimentato, invece non è successo, Quando ho girato il mio ultimo film, “Grazie a Dio”, che ha avuto un'uscita piuttosto problematica in Francia a causa degli scandali che tutt'ora continuano con la chiesa, avevo voglia di cimentarmi con qualcosa di più leggero. Ho riletto il romanzo e mi ha commosso ancora, ci ho trovato qualcosa di universale. Quando ho parlato con Chambers ho scoperto che c'erano stati tre progetti di adattamento del libro, fra cui uno italiano, però non se n'è fatto nulla. Lì ho deciso di muovermi io».

“Grazie a Dio” ha avuto problemi a causa della materia scottante che tratta. In Italia in queste settimane si dibatte sul decreto legge Zan, una legge che vede l'omofobia come reato.
«Non conosco la legge, in Francia è già un fatto che qualcuno possa essere vittima di aggressioni omofobiche, e quando è entrata in vigore la possibilità di matrimonio per una coppia dello stesso sesso in prima battuta c'è stata un'ondata di grande omofobia e la reazione di ultra conservatori e ultra cattolici in Francia. Poi la società ha accettato questo tipo di unione, ci vuole tempo, succederà anche in Italia. Ora che si avvicinano le elezioni nessuno vuole abolire questa legge, e anche gli schieramenti di estrema destra l'hanno accettata».

La colonna sonora è fortemente anni Ottanta, con brani dei Cure, Bananarama, Rod Stewart, Raf: ha scelto lei i brani a fare da contorno a un amore estivo?
«Sicuramente la musica è un elemento autobiografico, ho inserito i pezzi che ascoltavo nel 1985. Il libro è ambientato in Inghilterra, ma essendo io francese l'ho ambientato in Francia rievocando la mia adolescenza. È vero che ha la funzione di una Madeleine proustiana, e che Robert Smith dei Cure non mi voleva concedere “In between days”, brano che era uscito nell'85. È stato oggetto di contrattazione e ho dovuto cambiare il titolo del film, che avrei voluto intitolare Estate 1984 perché corrispondeva ai miei 17 anni».

Come sono stati i suoi anni Ottanta, come li ricorda?
«Oggi abbiamo la tendenza a idealizzali, in particolare durante la pandemia, ma per la mia generazione sono stati molto ambivalenti. Da un lato eravamo adolescenti e scoprivamo sesso e amore, ma in parallelo c'era l'Aids, che emergeva in quegli anni, e non è stata una passeggiata».

I suoi modelli cinematografici per questo film?
«I miei riferimenti sono i teen movies americani, in Francia erano molto di moda. Noi ne abbiamo avuto uno molto famoso, “Il tempo delle mele”, e gli rendo omaggio con la scena nel locale notturno con quel passaggio delle cuffiette del walkman. Quando c'era qualcuno che ti piaceva gli mettevi le cuffie per fargli sentire un lento, è stata una scena di culto».

Cosa trova in quel testo di Cambers di attuale, a livello culturale e politico?
«L'amore è un argomento attuale, atemporale, in tutti i paesi ed epoche. È molto attuale la descrizione dell'adolescenza, l'epoca delle disillusioni, quando passiamo dall'infanzia, il mondo dorato con il principe e la principessa azzurra, ed entriamo in uno scontro con una realtà del mondo e la sua violenza. Oggi i giovani adolescenti conoscono meglio la brutalità perché hanno maggior contatto con il mondo esterno. Noi all'epoca eravamo più innocenti, non avevamo i social e cadevamo da un'altezza maggiore. Ma tutt'oggi trovo estremamente commuovente la visione romantica, che è tutta concentrata nel personaggio di Alex».

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