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François Ozon scuote il Festival di Berlino con «Grâce à dieu», un film che farà discutere

di Andrea Chimento


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2' di lettura

Oggi al Festival di Berlino è il giorno di François Ozon con il suo nuovo film «Grâce à dieu», lungometraggio tra i più attesi della kermesse e tra quelli che maggiormente faranno discutere il pubblico e gli addetti ai lavori.
Al centro c'è un fatto di cronaca di strettissima attualità: lo scandalo che ha colpito l'Arcivescovo di Lione Philippe Barbarin e la sua diocesi, per non aver denunciato gli abusi sessuali compiuti su minori dal sacerdote Bernard Preynat, che hanno visto coinvolti decine di ragazzi. Il processo contro Barbarin, che era a conoscenza dei fatti ma non ha preso provvedimenti, è iniziato circa un mese fa e Ozon ha voluto raccontarne gli antefatti.

Grace a Dieu

Prendendo spunto dal fatto di cronaca, Ozon ha scelto come protagonisti del film tre uomini che, a distanza di circa 25 anni dagli avvenimenti, hanno deciso di raccontare tutto alle autorità, interrompendo un silenzio che durava da quando erano dei giovanissimi boy scout.

La pellicola è così divisa in tre parti, anche se le vicende si intersecano e sono numerosi i personaggi secondari che hanno un grande peso nella narrazione: in primis, i famigliari delle vittime che hanno scelto di dar loro manforte in questa non semplice battaglia.

Ancorato a una sceneggiatura scritta con cura e a dialoghi incisivi al punto giusto, Ozon firma un film solido e in grado di far riflettere dall'inizio alla fine. L'autore francese non rischia molto sul versante formale, e la sua messinscena non ha veri guizzi o sequenze da mandare a memoria, ma è il disegno d'insieme a risultare pienamente riuscito, grazie anche a un cast intenso e ben assortito (in cui svetta Melvil Poupaud, che aveva già lavorato con Ozon nel bellissimo «Il tempo che resta» e ne «Il rifugio»). Da ricordare che su simili tematiche sono già stati realizzati diversi film, tra cui uno dei più celebri è «Il caso Spotlight», ma «Grâce à dieu» riesce ad avere una propria, definita identità, grazie al tocco personale di un regista preparato come Ozon.

System Crasher

Sempre in concorso, è stato presentato il primo titolo tedesco in lizza per l'Orso d'oro: «System Crasher» di Nora Fingscheidt.
Protagonista è Benni, una bambina di nove anni che passa la sua vita tra istituti e famiglie adottive. Il suo carattere esagitato e poco accomodante l'ha portata a essere espulsa e cacciate da numerosi contesti: lei, però, sogna semplicemente di andare a vivere con la sua vera madre.

È un tema forte quello che mette in campo questa pellicola che non scende a compromessi sia nello stile esasperato, sia in una narrazione che non lesina momenti particolarmente duri e difficili anche da guardare.

System Crasher

Le premesse per fare qualcosa di importante c'erano tutte, ma il film non riesce a reggere la durata complessiva (120 minuti) e propone una seconda parte prolissa e ridondante, che lascia soltanto l'amaro in bocca nei confronti del risultato che poteva essere e non è stato.
Particolarmente fuori tono è la parte conclusiva: troppi finali scollegati, a dimostrare come la regista non avesse chiare le idee su come terminare la sua opera.

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