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Frena la riforma del terzo settore. Rischi Ue su fisco e concorrenza

I nuovi regimi fiscali di favore destinati agli enti non profit e alle imprese sociali dovranno essere compatibili con le regole del mercato unico e della concorrenza. E a quasi tre anni dall’entrata in vigore del Codice del Terzo settore, la richiesta di autorizzazione a Bruxelles non è ancora partita

di Valentina Melis

In arrivo il Registro unico per gli enti del terzo settore

I nuovi regimi fiscali di favore destinati agli enti non profit e alle imprese sociali dovranno essere compatibili con le regole del mercato unico e della concorrenza. E a quasi tre anni dall’entrata in vigore del Codice del Terzo settore, la richiesta di autorizzazione a Bruxelles non è ancora partita


4' di lettura

Il vaglio della Commissione europea sulla riforma del Terzo settore non sarà un passaggio solo formale. Rischia, anzi, di essere una porta stretta perché, per entrare in vigore, i nuovi regimi fiscali di favore destinati agli enti non profit e alle imprese sociali dovranno essere riconosciuti compatibili con le regole del mercato unico e della concorrenza. Pur con le deroghe previste per le materie sociali.

A questa partita esterna per il debutto effettivo della riforma se ne aggiunge una più interna, legata all’affidamento dei servizi sociali - come l’assistenza agli anziani e ai disabili - al non profit da parte della Pa. La riforma del Terzo settore prevede, infatti, un regime “concessorio” che si affianca a quello più tradizionale degli appalti. Su questo punto c’è un dibattito in corso: il Codice del Terzo settore non contiene infatti una norma di coordinamento con il Codice degli appalti. Il rischio è che la mancanza di una linea interpretativa condivisa su questo punto, possa portare a ricorsi sull’affidamento dei servizi tra imprese ed enti del Terzo settore, o anche tra gli stessi Ets, sui criteri di accreditamento.

L’esame della Ue A quasi tre anni dall’entrata in vigore del Codice del Terzo settore e della riforma dell’impresa sociale (Dlgs 117 e Dlgs 112 del 3 luglio 2017), la richiesta di autorizzazione a Bruxelles per i nuovi regimi fiscali agevolati degli enti non profit non è ancora partita dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Il ministero fa sapere che proseguono i lavori del tavolo di coordinamento con il ministero dell’Economia, l’agenzia delle Entrate e il dipartimento delle Politiche europee che è stato costituito per mettere a punto il dossier da inviare alla Commissione europea. La direzione generale del Terzo settore aggiunge che «su input del tavolo il nostro ministero sta elaborando un documento di analisi delle attività di interesse generale esercitabili dagli enti del Terzo settore, alla luce della normativa eurounitaria in tema di aiuti di Stato».

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Il primo punto sotto esame è dunque il ventaglio delle attività di interesse generale che possono essere esercitate dagli enti del Terzo settore, che sono ben 26, rispetto alle 12 che erano previste per le Onlus dal Dlgs 460/1997. Le “nuove” attività ammesse spaziano dalle prestazioni sanitarie al turismo, dalla formazione professionale alla radiodiffusione, dall’accoglienza umanitaria e integrazione dei migranti alla tutela del patrimonio culturale e dell’ambiente. Tutto questo è coerente con la valorizzazione del ruolo e della partecipazione degli enti non profit che il legislatore ha voluto introdurre con il Codice del Terzo settore, ma le agevolazioni riconosciute a questo mondo vanno conciliate con le norme europee a tutela del mercato interno e della concorrenza, perché negli stessi settori operano anche imprese profit.

Un altro punto sotto esame, sul quale è partito un tavolo di confronto tra Forum del Terzo settore, agenzia delle Entrate e Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, è l’articolo 79 del Codice del Terzo settore, praticamente il cuore della parte fiscale della riforma (anche questo soggetto in parte al via libera Ue). È l’articolo che stabilisce il confine tra le attività commerciali (quindi tassate) e quelle non commerciali degli enti del Terzo settore. Anche su questo fronte si sta cercando una interpretazione condivisa, in vista del dossier da inviare alla Ue, per evitare che la richiesta di autorizzazione torni indietro con “prescrizioni”, ovvero con la richiesta di correggere alcuni aspetti della riforma.

L’affidamento dei servizi sociali Valgono 16 miliardi di euro, secondo l’Anac, gli affidamenti di servizi sociali dalla Pa, avvenuti con contratti di appalto o concessione nel 2018. Un importo in crescita del 40% rispetto all’anno prima. Si tratta dell’11% dell’importo totale dei contratti pubblici. È in questo contesto che vanno a inserirsi le nuove procedure di collaborazione con la Pa previste dal Codice del Terzo settore: co-programmazione, coprogettazione dei servizi e convenzioni, alle quali le amministrazioni possono ricorrere «se più favorevoli rispetto al ricorso al mercato» (articolo 56 del Codice).

Il consigliere di Stato Luigi Massimiliano Tarantino sottolinea che «la coprogettazione, il partenariato e le convenzioni con la Pa sono legittimi quando il servizio è reso a titolo gratuito, cioè senza alcun profitto per gli operatori. Ma quando il servizio non è gratuito - aggiunge - si applica il Codice dei contratti». Un punto di vista che ricalca l’orientamento espresso dal CdS in due diversi pareri sulla riforma.

Per orientare le amministrazioni locali su quale strada seguire di volta in volta nell’affidare i servizi, Paolo Venturi, direttore dell’Associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit (Aiccon) suggerisce di adottare «un regolamento leggero ma puntuale a livello nazionale da condividere con le Regioni e con l’Anci, anche per stimolare regolamenti locali armonici».

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