elezioni francesi

Frexit lontana e difficile anche in caso di vittoria di Le Pen

dal corrispondente Marco Moussanet


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Marine Le Pen, candidata alle presidenziali in Francia (Ap)

5' di lettura

PARIGI. Certo, sembra ancora un’ipotesi di fantapolitica. Ma da quando Marine Le Pen si è solidamente installata in testa alle intenzioni di voto per il primo turno delle presidenziali (il 23 aprile) il tema della Frexit (cioè di un’uscita della Francia dall’Eurozona e, perché no, dalla stessa Unione europea) è comunque diventato di attualità. Anche se nel corso delle ultime settimane la leader del Front National ha messo un po’ di acqua nel suo vino e dà a volte l’impressione di non essere più così sicura che la prospettiva di un abbandono della moneta unica con il ritorno al franco sia davvero la strada migliore da seguire.

Le Pen presidente. Fantapolitica? 
Le stesse modalità con cui realizzare l’operazione di abbandono dell’euro appaiono alquanto confuse. Perché parliamo di fantapolitica? Intanto perché la Le Pen dovrebbe appunto vincere la corsa all’Eliseo. E tutti i sondaggi la danno nettamente perdente (con il 38-39%) al secondo turno (7 maggio). Inoltre perché dopo un’improbabilissima vittoria alle presidenziali, dovrebbe conquistare una maggioranza parlamentare alle elezioni legislative che seguiranno (11/18 giugno). E, secondo gli esperti, per avere una maggioranza (289 deputati) dovrebbe ottenere almeno il 38% al primo turno. Cioè il 13% in più dei migliori risultati ottenuti fino a oggi (25% alle provinciali e alle regionali del 2015), che comunque non hanno consentito al Front National di avere neppure un presidente di provincia o di regione. Perché ai ballottaggi la coalizione degli avversari è quasi sempre vincente. La Le Pen deve sperare in una moltiplicazione esponenziale delle triangolari (e quadrangolari), frutto delle regole elettorali secondo le quali passa al secondo turno chi ha ottenuto almeno il 12,5% degli iscritti alle liste elettorali. Nel 2012 furono il 7% dei ballottaggi, e il Front National riuscì a portare alla Camera appena due deputati.

Referendum dopo via libera delle Camere. O forse no Ma se anche Marine Le Pen riuscisse a superare questo secondo ostacolo (vittoria legislativa alla Camera oltre che alle presidenziali) ci sarebbe il problema del referendum, presumibilmente sull’uscita dalla Ue, visto che non c’è alcuna norma che prevede l’uscita dalla Uem, che l’esponente dell’estrema destra ha promesso in caso di (probabile) fallimento dei negoziati con Bruxelles (e Berlino, e Francoforte) sul recupero della sovranità monetaria (e non solo).
Poiché si tratterebbe di referendum su una modifica della Costituzione (che all’articolo 88 dice che la Francia fa parte della Ue), ci vorrebbe un precedente voto favorevole delle due Camere. E al Senato il Front National ha solo due esponenti. La Le Pen – come De Gaulle nel 1962 – potrebbe decidere di forzare la mano (ricorrendo all’articolo 11) e andare direttamente al referendum. Ma c’è la concreta possibilità che la Corte costituzionale blocchi l’iniziativa. Non va infine trascurato che secondo tutte le rilevazioni, la maggioranza dei francesi (68-70%) è favorevole all’euro (anche se il 40-50% sostiene di apprezzare la politica di partiti anti-europei).

GLI SCENARI POLITICI FRANCESI E L'IMPATTO SULLO SPREAD

(Fonte: Allianz Research)

GLI SCENARI POLITICI FRANCESI E L'IMPATTO SULLO SPREAD

Con l’uscita dall’euro rischio di default e tassi alle stelle
Ma dato che parliamo di fantapolitica, immaginiamo che tutto questo accada e che quindi – presumibilmente nella seconda metà del 2018 – la Francia (seconda economia europea, Paese fondatore della Ue e della Uem) abbandoni l’euro. Nonostante si tratti di un vero salto nel buio e quindi sia davvero difficile prevedere quello che potrebbe succedere, alcuni (uffici studi, banche internazionali, think tank) ci hanno comunque provato.
Il primo grosso guaio è quello della denominazione del debito pubblico (circa 2.200 miliardi). Grazie alla cosiddetta “lex monetae”, Parigi può decidere di cambiare la valuta in cui è espresso (il 98% del debito pubblico è di diritto francese), dall’euro al franco. Ma le agenzie di rating sono concordi nel ritenere che si tratterebbe di una violazione dei contratti e quindi scatterebbe il default. O quantomeno verrebbero aperti contenziosi davanti ai tribunali di mezzo mondo. Ancora più problematica sarebbe la situazione del debito privato (banche e imprese), pari a circa 2.100 miliardi, che è solo al 60% di diritto francese. Tanto più che entrambi sono per circa il 60% in mani estere.
Lo scenario che gli esperti hanno provato a disegnare prevede comunque che i tassi vadano alle stelle (3,5%/4% per gli Oat decennali, rispetto all’attuale 1%, con uno spread sui Bund che passerebbe dagli attuali 65 punti a 200 o 300). Con un maggior onere annuale sul debito pubblico che la stessa Banca di Francia ha (prudenzialmente) stimato in 30 miliardi (l’1,5% del Pil). E altrettanti per il debito privato.

Svalutazione del franco di almeno il 20%
Il secondo problema è quello della svalutazione della “nuova” moneta. Se infatti, come dicono i dirigenti del Front National, il cambio fosse fissato alla pari (un nuovo franco per un euro) è evidente che ci sarebbe un immediato deprezzamento della moneta nazionale. Di almeno il 20%, secondo le ipotesi più prudenti (ma c’è chi parla del 25-30%). La Le Pen e i suoi consiglieri spiegano che questo avrà un immediato beneficio sulle esportazioni. Il che è sicuramente vero, per quanto è probabile che l’inflazione creata dalla moneta stampata da una Banca di Francia “nazionalizzata”, essenziale a sostenere un debito pubblico il cui finanziamento sul mercato è diventato troppo costoso, venga trasferita sui prezzi dei prodotti, che il contagio della crisi all’Eurozona (nell’ipotesi che continui a esistere, con 270 milioni di abitanti/consumatori) ne limiti le capacità di acquisto (il 50% dell’export francese è destinato alla zona euro) e che si debba fare i conti con delle barriere doganali che oggi, con il mercato unico, ovviamente non esistono.

Impatto sull’import: costi per 100 miliardi e calo del 5% del potere d’acquisto
L’ottimismo semplificatorio del Front National sembra poi sottovalutare l’impatto sui prezzi delle importazioni (a maggior ragione per un Paese in forte deficit commerciale com’è la Francia). Le stime parlano di maggiori costi per circa 100 miliardi, che si tradurrebbero in un calo pari al 5% del potere d’acquisto medio delle famiglie francesi (secondo Coe-Rexecode, mentre Terra Nova lo ha quantificato in 1.000-1.800 euro all’anno). Senza trascurare che l’aumento dei prezzi dei prodotti importati ha a sua volta un effetto inflazionistico, alimentando una spirale drammatica. Ci sarebbero ovviamente conseguenze importanti sui livelli di investimenti delle aziende (a causa dell’aumento dei costi delle importazioni e degli oneri al servizio del debito) e sulla loro competitività.

Banche in pericolo per l’effetto panico
L’effetto-panico potrebbe inoltre scattare ben prima della data effettiva di uscita dall’euro, con una corsa al ritiro dei depositi (creando alle banche, già in difficoltà, delle crisi di liquidità) e lo spostamento dei risparmi verso altri lidi. Comportamenti che potrebbero costringere al varo di misure di blocco dei capitali. Insomma, un disastro. Che secondo Citi potrebbe tradursi in un crollo del valore delle banche francesi compreso tra il 25% e il 38 per cento. Secondo Crédit Suisse in un impatto sistemico sui mercati azionari che perderebbero il 25 per cento. E secondo l’Institut Montaigne in un calo del Pil del 2,3% il primo anno e del 9% sul lungo periodo, con la perdita di circa 180 miliardi e mezzo milione di posti di lavoro.

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