La ricerca

Friûlout racconta l’emigrazione dei laureati

di Barbara Ganz

3' di lettura

«Le esperienze di coloro che emigrano offrono molti spunti per ragionare in modo comparato sia sul territorio di arrivo che su quello di partenza»: nasce così Friûlout, l’ultimo libro del manager Massimo De Liva che indaga l’emigrazione friulana dal 1946 al 2021. Perché, mentre sul passato ci sono ricerche e testimonianze, più difficile è comprendere le scelte degli ultimi anni. De Liva ha scelto di andare direttamente alla fonte, intervistando 130 persone che si sono trasferite in 40 Paesi diversi. I numeri Istat sulle cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza all’estero dal Friuli VG dicono che il Regno Unito è il primo Paese, scelto nel 2019 da 505 friulani (erano stati 92 nel 2011); seguono Germania, Slovenia, Francia, Austria, Spagna, Stati Uniti, Svizzera e Australia. Ma non esiste un’equazione «all’estero è meglio»: nei racconti degli emigrati «emergono anche le criticità dei Paesi in cui sono andati a vivere, e molti friulani all’estero dicono esplicitamente che vorrebbero ritornare».
Per quali motivi? Si va dalla nostalgia della famiglia e degli amici allo scarso inserimento all’estero, ma pesano anche il ricongiungimento con il partner rimasto in Italia e restio a emigrare, il richiamo di cultura, tradizioni, cibo e clima mite, soprattutto se si risiede nel Nord Europa, la necessità di vivere in un ambiente tranquillo e poco caotico e l’aiuto che può dare la famiglia di origine nella gestione dei figli.
«La voglia è molto forte – racconta ad esempio Simone Battiston, professore universitario in Australia – manca, però, la possibilità di ritrovare le condizioni lavorative che ci sono qui. Credo che l'Italia abbia un problema di circolarità nella cosiddetta “ fuga dei cervelli”. È normale che i giovani ricercatori girino per il mondo per studiare e migliorare la propria professionalità. Dopo alcuni anni, tuttavia, il Paese d’origine ci guadagnerebbe a far rientrare i propri ricercatori, potendo così beneficiare di quanto hanno appreso all’estero». Anche Luca Melchior, al momento dell’intervista docente universitario di Linguistica romanza all’Università di Graz, ora Professore di plurilinguismo all’Università di Klagenfurt, ha fatto più di un pensierino sull’opportunità di rientrare in Friuli: «Dovrebbero presentarsi condizioni lavorative favorevoli che permettano a mia moglie e al sottoscritto di trovare un'occupazione altrettanto stimolante ed appagante, anche dal punto di vista remunerativo». Molti sono imprenditori e professionisti: come l’ingegnere Elettronico Andrea Bandiziol che lavora nella vicinissima Carinzia in Infineon, dove non ha un numero minimo di ore da lavorare obbligatoriamente ogni settimana/mese e la sua azienda gli consente un ottimo equilibrio tra vita e lavoro.
Il nodo è che a lasciare la regione sono in maggioranza diplomati e laureati: in sostanza la possibile futura classe dirigente del Paese. L’incidenza dei livelli di istruzione medio alti è salita dal 34,1% di chi parte nel 2009 al 61,8% del 2019.
Friûlout non si limita ad analizzare i dati e raccontare le storie, ma ha coinvolto imprenditori, manager, professionisti, professori universitari e ricercatori per elaborare proposte concrete per favorire il rientro dei friulani espatriati: «Comprendere le ragioni dell’emigrazione friulana e capire come favorire il rientro dei friulani emigrati sono gli obiettivi di questo libro. Al di là di coloro che sono rientrati per motivi personali, ritengo che molto dipenderà da quanto verrà modernizzato il nostro Paese nei prossimi anni. Lasciare esclusivamente alle aziende private il compito di riportare a casa i talenti espatriati mi pare utopico, soprattutto se non viene modificato l’ambiente - inteso come sistema di norme e costi - nel quale le imprese si ritrovano ad operare ogni giorno», sottolinea De Liva.

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