Traffico illegale carburanti

Frode del gasolio, 37 arresti tra Puglia e Campania

De Raho: nuovo business delle mafie, grande guadagno

di Domenico Palmiotti

(Imagoeconomica)

4' di lettura

Il traffico illegale di carburanti, con frode che va dall’Iva all’evasione delle accise, e la trasformazione fittizia del gasolio agricolo in gasolio per autotrazione, è uno dei nuovi settori dove mafie e criminalità organizzata stanno investendo perché consente lauti guadagni col minimo rischio.
Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho a proposito della maxi operazione che, mettendo in campo Guardia di Finanza, Carabinieri, le Procure Dda di Potenza e di Lecce insieme a quella nazionale, ha sgominato due clan mafiosi che operavano nel Tarantino e a Vallo di Diano.
Nella prima mattinata del 12 aprile sono state infatti eseguite 45 misure cautelari restrittive. Sono 26 gli indagati in carcere, 11 agli arresti domiciliari, 6, invece, sono destinatari di un divieto di dimora. Le accuse: associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alle frodi, sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio e autoriciclaggio. Ci sono inoltre 2 misure interdittive, con sospensione del servizio, per altrettanti finanzieri che operavano a Taranto. Non erano coinvolti nelle indagini ma fornivano informazioni utili ai clan. Sotto sequestro sono finiti immobili, aziende e depositi.
I reati contestati sono quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e Iva negli oli minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio e autoriciclaggio, nonché impiego di denaro di provenienza illecita. Le indagini hanno fatto emergere la sinergia tra mafie del Salernitano, del Tarantino e di Lecce intorno al contrabbando di oli minerali. Le “famiglie” interessate al business erano legate ai Casalesi sul versante campano e al clan Cicala nel Tarantino. Scoperto anche un marchingegno che, premendo semplicemente un pulsante collocato nella cabina di guida dell’autocisterna, permetteva immediatamente di colorare il gasolio trasportato in modo che ad eventuale posto di blocco in strada per un controllo, il riscontro visivo e quello documentale (falso) fossero allineati. Per evitare che questo dispositivo fosse scoperto, a Taranto gli uomini di Cicala erano disposti anche a far esplodere, all’interno della caserma della Finanza, l’autocisterna sequestrata. 

Profitti illeciti per 30 milioni l’anno

“Abbiamo complessivamente calcolato che il riciclaggio ha determinato profitti per 30 milioni di euro annui. Sono stati sequestrati più di 11 compendi aziendali, denaro contante e beni per un valore di 50 milioni” ha dichiarato il generale Francesco Mattana, comandante regionale Puglia della Guardia di Finanza, in una conferenza stampa che, in modalità video call, ha coinvolto Roma con il procuratore Cafiero De Raho, Taranto col procuratore della Dda di Lecce, Leonardo Leone De Castris, e Potenza col procuratore della Dda, Francesco Curcio. 

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Alti guadagni e bassi rischi 

Per De Raho, “la criminalità organizzata di matrice mafiosa ha una capacità di monitoraggio del mercato e si insinua laddove il mercato e in grado di rispondere in modo più redditizio. In questo settore dei carburanti, attraverso la frode, si può conseguire un guadagno di circa il 50 per cento di quello che è stato investito - ha aggiunto De Raho -. La criminalità investe laddove vi è esigenza di un sostegno economico, altrimenti non avremmo avuto una infiltrazione così ampia”. 

L’asse tra il Salernitano e il Tarantino 

In Campania, ha rilevato il procuratore nazionale, la società carburanti  Petrullo, di San Rufo (Salerno) “era in difficoltà già nel 2014 e 2015”.  Ma ad un certo punto il corso di questa azienda cambia e nel giro di pochi anni, si assiste ad “un inspiegabile aumento esponenziale” di fatturato e investimenti. Cosa era accaduto? Che, ha spiegato De Raho, attraverso “l’investimento di Raffaele Diana”, a capo dell’omonima “famiglia” di San Cipriano d’Aversa, “la società dei Petrullo é cresciuta”. I Diana, hanno detto gli investigatori, reinvestendo nei carburanti altri profitti illeciti, come quelli derivanti dal traffico dei rifiuti, sono diventati soci di fatto della Petrullo. “La n’drangheta come il clan Moccia hanno investito sempre più e questo ha visto crescere le società di idrocarburi che erano in crisi” ha detto De Raho, per il quale “il grande interesse delle organizzazioni criminali è la redditività. C’è poi, nello specifico, un abbassamento del rischio. Vero che nel traffico di stupefacenti, si guadagna tre volte quello che si investe e si ricava quindi una grande ricchezza, ma nel momento in cui vi viene individuati e scoperti - ha sottolineato De Raho -, una condanna per traffico di stupefacenti comporta 10, 20 anni ed anche 30 anni di reclusione. Più contenuta,  invece - ha rilevato ancora De Raho -, la condanna per il traffico di idrocarburi e sempre che venga riconosciuta l’associazione. Altrimenti, scatta una sanzione pecuniaria per il reato di frode fiscale. Abbiamo quindi un grande reddito, un grande profitto, investendo nel settore idrocarburi, seguito da un bassissimo rischio”. 

Nel Tarantino, invece, tutto ruotava attorno al clan di Michele Cicala, che, secondo gli inquirenti, ha fornito anche il know how della frode ai campani. Per il generale Mattana e i vertici della Finanza di Taranto, “Michele Cicala in carcere ha sviluppato ulteriori competenze. Nella periodo della detenzione, Cicala ha infatti studiato, si è migliorato ed  ha capito che la strada della violenza non era la più produttiva. Ha così intessuto relazioni con personaggi leciti ed illeciti. Cicala sempre voluto darsi una immagine imprenditoriale. Tant’è che si era circondato da persone che vedevano in lui un modello”. Nel Tarantino, hanno spiegato le Fiamme Gialle, “i proventi del traffico carburanti venivano riciclati in attività legali e illegali. Parte dei soldi andavano in bar e ristoranti. Cicala - ha detto la GdF - sapeva di fare cose illecite negli idrocarburi. Tant’è che si era dato un tempo, sapeva che avrebbe dovuto lavorare per sei-otto mesi al massimo, e poi ritirarsi per vivere dei guadagni. Cicala conosceva benissimo anche i tempi investigativi, quanto cioè avrebbero impiegato le forze di polizia e quanto invece l’autorità giudiziaria prima di giungere ad una conclusione investigativa”. 

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