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Frontiera chimica verde

Negli ultimi 30 anni ridotte del 60% le emissioni di gas serra e migliorata del 55% l’efficienza energetica. I casi delle imprese virtuose

di Jacopo Giliberto

Negli ultimi 30 anni ridotte del 60% le emissioni di gas serra e migliorata del 55% l’efficienza energetica. I casi delle imprese virtuose


3' di lettura

È “chimico”qualsiasi composto naturale o artificiale, e proprio per questo motivo l’industria chimica ha più di altre la capacità di intervenire sulla natura delle sue produzioni per ridurne l’impatto sull’ambiente. Non a caso è il segmento industriale che più degli altri ha saputo tagliare in modo radicale l’effetto della sua attività. Qualche numero a titolo indicativo: in 30 anni l’industria chimica italiana ha ridotto i gas serra di quasi il 60% e ha migliorato l’efficienza energetica di oltre il 55%. Cioè ha anticipato e superato a passo di cavallo gli obiettivi sempre più rigorosi che nel tempo si è data l’Europa (il nuovo obiettivo Ue è arrivare al 2030 con il -40% di emissioni serra e +32,5% di efficienza energetica).

Davanti a un Recovery fund che esige scelte rapidi che la borocrazia non riesce ancora a dare, le scelte verdi delle imprese sono un tema caldissimo: mentre a fine ottobre Symbola e Unioncamere hanno presentato il rapporto GreenItaly, oggi a Milano la Federchimica illustrerà la ventiseiesima edizione del rapporto Responsible Care e nella fiera Ecomondo di Rimini, per la prima volta in veste virtuale, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile di Edo Ronchi convocherà gli stati generali della green economy. Che cosa dirà il rapporto Responsible Care? Difficile anticipare i dati, tuttavia quest’anno il tema ambientale della chimica vedrà in prima linea l’economia circolare con il 26,8% dei rifiuti produttivi riciclati e il 38% destinati al ripristino ambientale. Il 5,5% viene incenerito e il 4,8% finisce in discarica.

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Le aziende che innovano

Ma più delle cifre è meglio parlare di fatti, di nomi e cognomi, di idee che funzionano. Ecco qualche esperienza.

La Nextchem (Maire Tecnimont) si è alleata con l’Aliplast (Hera) per rigenerare con una nuova tecnologia i polimeri più riottosi al riciclo. La Savio di Villaverla (Vicenza), specializzata nella progettazione e costruzione di impianti su misura per il dosaggio di prodotti chimici, insieme con Axchem di Lucca ha sviluppato una metodologia per risparmiare acqua e disidratare i fanghi industriali.

Un caso interessante per l’estensione e la varietà delle applicazioni di sostenibilità è il gruppo Bracco, la piccola-grande multinazionale italiana guidata da Diana Bracco. Il gruppo ha scelto in via strategica di costruire i nuovi stabilimenti solamente su terreni industriali ad alta impronta chimica da recuperare. Nello stabilimento brianzolo di Ceriano Laghetto è stata adottato il ricupero delle condense; negli storici impianti friulani di Torviscosa l’intensità dell’illuminazione varia con il variare del soleggiamento e delle stagioni; nelle sedi di Ginevra e Montréal tutta l’energia elettrica deriva da fonti rinnovabili.

Il riciclo chimico

Il segmento degli imballaggi plastici ha due frontiere di sviluppo. Obiettivo biodegradabilità e obiettivo riciclo chimico. Il gruppo modenese Fabbri è riuscito con la plastica biodegradabile Ecovio della Basf, a base di acido polilattico, a ottenere pellicole compostabili per confezionare carne, ortofrutta e altri alimenti.

La Lyondell Basell nello stabilimento di Ferrara riesce a sviluppare il riciclo chimico: invece di esser rigenerata in materiali di risulta con qualità peggiori rispetto a quelli nuovi, la plastica usata viene ricondotta allo stato degli elementi chimici d’origine e risintetizzata in plastica nuova.

Nota a margine ma non marginale. La legislazione italiana sui rifiuti e la futura plastic tax penalizzano questo riciclo innovativo alla pari dello smaltimento più inquinante.

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