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Fucile perso? Addio anche al porto d’armi

Lo smarrimento prova la non totale affidabilità del soggetto sull’utilizzo delle armi, non avendo posto in essere le necessarie cautele per la loro custodia

di Davide Madeddu

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3' di lettura

Per lo smarrimento del fucile non ci sono scusanti e la custodia dell’arma deve essere diligente. Lo ribadisce il Tar di Cagliari nella sentenza (la numero 00342/2022) con cui ha respinto il ricorso presentato da un cacciatore, cui era stato revocato il porto d’armi per uso venatorio dalla Questura. L’uomo era stato deferito all’autorità giudiziaria dai carabinieri ai quali lui stesso si era rivolto denunciando di aver perso il fucile in campagna.

Il fucile smarrito

La vicenda inizia nel 2016 quando l'uomo, titolare del permesso dal 2013, mentre è impegnato in una battuta di caccia si accorge «dello smarrimento del proprio fucile che in precedenza aveva riposto all'interno dell'abitacolo del suo veicolo». Quindi, «ritenendo che il fucile fosse stato sbalzato fuori dall'abitacolo della sua vettura durante la percorrenza di qualche strada di campagna, verosimilmente attraverso uno strappo rinvenuto nel telo di copertura del fuoristrada» si presenta alla stazione dei Carabinieri per denunciare l'accaduto.

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Omessa custodia

I militari lo deferiscono alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Cagliari per «omessa custodia di armi». Il 28 dicembre dal Prefetto parte la comunicazione di «avvio del procedimento per l'emissione del provvedimento di divieto di detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti». A giugno del 2017, nonostante le osservazioni, il questore di Cagliari revoca la licenza di porto di fucile «per uso caccia». C'è quindi il ricorso al Tar della Sardegna.

Nella tesi difensiva l’uomo sostiene che non sarebbe stato considerato il fatto «che la perdita del fucile era dovuta a un caso fortuito, del tutto imprevedibile e come tale idoneo a escludere ogni responsabilità del ricorrente» e che «la mera sussistenza di un procedimento penale non sarebbe condizione sufficiente a fondare il provvedimento di revoca del porto di fucile».

La decisione

Per i giudici il ricorso è infondato. I magistrati ricordano che il «rilascio dell'autorizzazione alla detenzione e al porto d'armi postula che il beneficiario del titolo di polizia osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell'ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza» e che «la valutazione dell’Autorità di pubblica sicurezza circa la sussistenza delle anzidette condizioni persegue infatti lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l'abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili, tanto che il giudizio di “non affidabilità” è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a “buona condotta”».

A non convincere i giudici è la ricostruzione dell’accaduto. «I fatti posti alla base della revoca - scrivono - sono incontroversi». «Il ricorrente ha smarrito il proprio fucile da caccia in circostanze invero non chiare - scrivono ancora -, dovendosi ritenere inverosimile, oltre che sprovvista di qualsivoglia supporto probatorio, e comunque sicuramente non riconducibile ai rigidi canoni del caso fortuito come sostenuto in ricorso, la circostanza - dichiarata dallo stesso - in sede di autodenuncia - che l'arma, riposta nella sua autovettura, sarebbe stata sbalzata fuori di essa attraverso uno strappo del telone di copertura durante la percorrenza di una strada di campagna».

C'è poi l'aspetto legato al deferimento all'autorità giudiziaria. «È dunque certo che l'omessa diligente custodia del fucile si sia tradotta nel suo smarrimento e, dunque, nella sua definitiva sottrazione al controllo del titolare - scrivono ancora -, rendendo così l'arma, almeno astrattamente, rinvenibile ad opera di terzi ed utilizzabile per la commissione di reati, con conseguenti gravi riflessi per la sicurezza e l'ordine pubblico».

Nelle motivazioni si rimarca motivazioni il fatto che «secondo un condivisibile e consolidato orientamento giurisprudenziale, “ai fini del divieto di detenzione delle armi non occorre un oggettivo ed accertato abuso delle stesse, essendo sufficiente che il soggetto abbia dato prova di non essere del tutto affidabile quanto al loro uso, anche per non aver posto in essere le necessarie cautele per la loro custodia; in tal caso il provvedimento inibitorio non richiede una particolare motivazione, in relazione alle funzioni discrezionali commesse dalla legge alla pa, se non negli ovvi limiti della sussistenza dei presupposti idonei a far ritenere che le valutazioni effettuale non siano irrazionali o arbitrarie”».Ricorso respinto, spese compensate.


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