PORTO SICURO

Fuga di capitali, i risparmi italiani tornano in Svizzera

di Stefano Elli


Moody’s declassa l’Italia, cosa può succedere sui mercati

3' di lettura

Non ti accoglie più con il tono cospiratorio di un tempo, il consulente bancario svizzero. Ha il sorriso aperto, educato, rassicurante, la stretta di mano franca, il biglietto da visita con il logo della banca stampato e non più in bianco. Soltanto sino a dieci anni fa sarebbe stato impensabile. Istruzioni, condizioni, modalità, costi di apertura di un conto corrente cifrato erano bisbigliate, sussurrate.

Immancabili e ripetute più volte le raccomandazioni a disfarsi di ogni pezzo di carta riconducibile alla banca (o alla fiduciaria) prima del passaggio alla dogana.

GUARDA IL VIDEO: Cosa può succedere sui mercati dopo Moody’s

Estratti conto? Nemmeno a parlarne. Una rivoluzione copernicana. Lo scambio automatico di informazioni è operativo da pochi giorni, ma da tempo le banche svizzere si erano adeguate (chi più, chi meno di buon grado) agli standard internazionali di compliance fiscale e antiriciclaggio.

Del resto il popolo degli italiani che, da qualche settimana, sembra essersi affacciato alle filiali delle banche di Lugano non ha paura del fisco. È in cerca semmai di un porto sicuro dove proteggere i suoi risparmi da rischi sistemici che potrebbero interessare l’Italia. Man mano che lo spread sale, si allunga la coda agli sportelli svizzeri. In Banca del Sempione, filiale di via Peri, confermano: «Dopo un periodo di stasi, l’afflusso di coloro che chiedono informazioni per aprire un conto in Ticino è decisamente aumentato. Richiedono lumi sui costi e sulle opzioni di investimento disponibili, sugli asset, ma nessuno lo fa domandando di aprire conti riservati. Probabilmente perché già sa che riceverebbe un diniego».

L’approccio della consulente di Banca Migros di via Ariosto, nel centro di Lugano, non è differente da quello di un operatore italiano. Solo più dettagliato. Al cronista che chiede di potere aprire un conto da centomila euro (25% cash e il resto in strumenti finanziari) convertiti in franchi, spiega con dovizia di particolari i costi, i benefici e i servizi offerti. Ma precisa che lei non può esercitare alcun tipo di consulenza finanziaria. Insomma il conto posso aprirlo e farci ciò che ritengo meglio: ma lei - per legge - non può suggerirci alcun tipo di operatività. «Anche se - aggiunge con un tocco di malizia- qualcuno qui a Lugano non è poi così compliant». Il consulente di Poste finance interpellato sulla possibilità di aprire un conto in franchi, poi, apertamente, ci dissuade dal farlo. «Per i non residenti non conviene. Si possono versare i denari ma non si può operare online». Per giunta costa parecchio: 35 franchi al mese.

Ma perché uno dovrebbe scegliere la Svizzera e non altri Paesi? Marco Silvani, banchiere di lungo corso (ha un passato in Banca Intesa) ora amministratore di Lemanik a Lugano, spiega: «Può fare l’una e l’altra cosa. Il menù degli strumenti offerti dai gestori svizzeri è più aperto verso l’esterno e meno concentrato sui prodotti “captive” rispetto a quelli italiani. Se è vero che l’italiano medio ha timori legati alla ridenominazione dell’euro, poi, gli strumenti di diversificazione valutaria cui si può ricorrere sono praticamente infiniti: dalle Sicav lussemburghesi a qualunque strumento denominato in dollari, franchi o yen. C’è un altro motivo: gli stili di gestione qui sono più snelli rispetto a quelli italiani. Su determinati titoli poi può anche non operare su lotti prefissati sull’over the counter (fuori dal mercato tradizionale). Ma può farlo su pezzature variabili».

Su via Cantonale ha la sede Copernicus asset management, società nata dal ricompattamento di gestori e operatori già Bsi, la Banca della Svizzera italiana, un tempo del gruppo Generali. Marco Boldrin, amministratore delegato. è più scettico: «Personalmente non ho avvertito un afflusso di capitali particolare dall’Italia. Quello che possiamo registrare semmai è un maggiore interesse e la tendenza a informarsi di più. Ma di file agli sportelli ancora non ne vediamo».

Di diverso parere Alessandro Falconi, fondatore di Af Consulting: «La tendenza è oramai assodata e le domande di espatrio sono sempre di più. Una delle opzioni più gettonate è quella di affidare il proprio patrimonio a Sicav di diritto lussemburghese, o alle ultime nate: le Sicav di diritto maltese che dalla loro hanno una maggiore convenienza in termini di costi. C’è poi chi sta diversificando verso titoli in dollari, per un motivo legato ai rendimenti effettivi rispetto ai bund».

Luigi Macioce, avvocato tributarista internazionale dello studio R&P Legal ironizza: «Da qualche tempo mi divido in una sorta di schizofrenia fiscale: da una parte le norme che incentivano le imprese internazionali a investire in Italia per la forfetizzazione delle imposte, dall’altra parte i patrimoni italiani che cercano sicurezza altrove. Un flusso di capitali che, curiosamente, marcia l’uno incontro all’altro». Chi certo non si rallegra sono i «renitenti al fisco» più irriducibili che, a Lugano come altrove, hanno vita sempre più difficile.

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