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Full Metal Kubrick, in mostra a Londra vita, film e cimeli del regista

La carrellata degli oggetti provenienti dai set del regista è soprattutto un viaggio affascinante nella storia del cinema e delle arti visive del XX secolo

di Simone Filippetti


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1968, Stanley Kubrick durante le riprese di 2001: Odissea nello spazio (Afp)

7' di lettura

All'ingresso, un corridoio buio pieno di schermi in modalità prospettiva, parte il gioco di luci finale che è la scena finale di 2001: Odissea nello Spazio, il viaggio temporale ai confini dell'universo mentre parte l'ouverture Also Sprach Zarathustra di Strauss. Stanley Kubrick: The Exhibition già ancor prima di iniziare manda in sollucchero i fan del regista. Ma la mostra è soprattutto un viaggio affascinante nella storia del cinema e delle arti visive del XX secolo.

Il Design Museum, uno dei musei meno famosi e visitati di Londra, ma perla nascosta tra gli alberi di Holland Park, dedica una mostra, fino al 15 settembre, a uno dei maestri del cinema mondiale di tutti i tempi. Dalla guerra del Vietnam, all'horror; dal film storico in costume alla fantascienza; dalla violenza urbana al dramma psico-sessuomane; Kubrick ha spaziato tutti i generi, pur con una manciata di film ma tutti capolavori nel loro singolo genere.

Full Metal Kubrick

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Pignolo e perfezionista, Kubrick era un maniaco della regia, un “control freak” per usare un’espressione inglese. Con una dovizia di oggetti, cimeli e strumenti di lavoro, la mostra è la Summa Theologica del certosino lavoro e delle manie personali del film-maker. Fa bella mostra la editing room, la postazione di lavoro dove Kubrick montava i film, tagliando e incollando di persona le bobine. Nato a New York nel 1928 da una famiglia di medici, abbandonò gli studi con sommo dispiacere del padre che lo voleva dottore. Fin da ragazzino si appassiona agli scacchi: vince tornei a ripetizione e coi premi si paga la sua passione per il cinema. Ma gli scacchi gli torneranno utili perché gli daranno il rigore metodologico e la disciplina mentale per dirigere un film.

Patito anche di fotografia ed esperto di lenti: per la scena iniziale di 2001 ambientata nell'Africa di 4 milioni di anni fa, usò degli stratagemmi ottici per rendere l'idea della pianura sterminata della Savana agli albori dell'umanità. La scena non è mai stata girata in Africa, ma in studio a Londra. Primo, perché Kubrick non girava quasi mai all'aperto. Anche scene all'aperto venivano per lo più girate negli studi dove il maestro poteva controllare e supervisionare tutti. Secondo perché, nel caso dell'adattamento del libro di Arthur Clarke, il budget non consentiva una trasferta di tutta la troupe fino in Africa.

La raccolta, 700 oggetti in tutto, la più grande raccolta sul regista mai accorpata, attraversa tutti i film, dal primissimo Orizzonti di Gloria fino all'ultimo Eyes Wide Shut. Con intelligenza, i curatori non hanno seguito un banale e pedante ordine cronologico: ogni film è una sorta di sala indipendente. II che regala alla mostra il pregio della fruibilità: ognuno può saltare direttamente alla sezione che vuole e focalizzarsi solo sui film preferiti: e ciascuna stanza a tema ha una mini saletta che proietta spezzoni dei lungometraggi.

    L'elenco di cimeli dai set è interminabile: il leggendario elmetto con la scritta “Born to Kill” del soldato semplice “Joker”, il protagonista interpretato da un giovanissimo Matthew Modine, oggi tornato in auge nelle vesti dello scienziato cattivo di Stranger Things, serie tv cult di Netflix; il fallo di ceramica che i Drughi usano per seviziare e uccidere una signora. Approdato nei cinema nel 1972, Arancia Meccanica fu bollato come un film diseducativo e cattivo per i critici benpensanti: e poi era troppo pessimista. Dipingeva una società dominata da una violenza eccessiva, nichilista.

    Dopo che lo stesso Kubrick subì minacce di morte, il regista fece ritirare il film dalle sale (è tornato nei cinema solo nel 2001), ma in realtà è sempre circolato in videocassetta. Trenta anni dopo, il film non fa purtroppo quasi scalpore: oggi basta aprire un qualsiasi sito di notizie o un video di Youtube, per assistere a efferatezze e esibizionismo sessuale tale che i Drughi fanno quasi sorridere. O meglio assumono un valore profetico. Il criticato pessimismo di Kubrick era solo realismo.

    Due sono forse i pezzi forti della mostra: i manichini di donna dai cui seni esce un latte dopato, del Korova Bar, il ritrovo dei Drughi nell'inquadratura iniziale ad allargare che oggi, nell'epoca del politically correct, sarebbe accusata di sessismo e invece è geniale. Gli esterni girati nei nuovi complessi urbani di Londra: condomini alveare, espressione dell'architettura brutalista, oggi storicamente riconosciuti come tra i peggiori casi di cementificazione e alienazione urbana. Nota di cronaca: tra i progettisti di quell'ecomostro figurava anche un giovanissimo Norman Foster, oggi celebrata archistar mondiale.

    L'altro pezzo forte è la tuta da ominide, lo scimmione progenitore del genere umano, che tocca il monolite nero (una delle più grande intuizioni del cinema: è Dio? È un'entità aliena? O è solo una metafora della conoscenza?) e scopre che un osso può diventare un utensile e un'arma, fa scoccare la scintilla del progresso. Kubrick passò ore al Natural History Museum di Londra a studiare le scimmie e i loro movimenti affinché sul set gli attori sembrassero davvero dei primati all'alba della storia. Per il design delle astronavi, appese ai soffitti della mostra, chiese addirittura una consulenza di Wernher Von Braun, lo scienziato nazista che progettò i razzi V2 di Hitler e poi scappò in America dopo la Guerra e realizzò i missili Saturn (di qui anche la leggenda metropolitana che la NASA assoldò Kubrick per girare un finto allunaggio e far credere che gli Americani fossero davvero sbarcati sulla Luna).

    I cinefili nerd adoreranno il modellino del set rotante di 2001 , la navicella spaziale dove l'astronauta Bowman fa jogging correndo lungo un cilindro in un moto infinito; e il giardino-labirinto dell'Overlook Hotel dove un Jack Nicholson posseduto dagli spiriti (in tutti i sensi; perché Shining è una storia di fantasmi, e perché Nicholson non recitò mai più in quello stato di grazia “spiritato”). King non perdonò mai l'adattamento cinematografico di Kubrick, tanto che anni dopo ne fece una mini serie tv lui stesso.

    Ovviamente lo Shining di Re Stefano non è mai passato alla storia, anzi è una mezza schifezza. Il Re dell'Orrore lamentava la mancanza di aderenza al romanzo: nel libro, Jack Torrance viene posseduto dai fantasmi che popolano l'albergo. Nel film di Kubrick fino alla scena finale (la foto degli anni 30 dove compare un giovane Jack alla festa da ballo) il film gioca sul dubbio della pazzia o del soprannaturale. Ed è questa la chiave del capolavoro cinematografico. Forse quella di King è solo invidia perché in uno dei pochi casi nella storia della letteratura, l'adattamento cinematografico è addirittura superiore al libro.

    La carrellata di oggetti dai set non è però mero collezionismo feticista o una sequenza burocratica di oggetti: la mostra racconta molto anche del Kubrick persona e regista, del suo modo di lavorare, della sua idea di cinema. Come l'ossessione per Napoleone, su cui per anni progettò di fare un film (arrivando persino a studiare le abitudini alimentari del condottiero francese), ma è rimasto un suo sogno mai realizzato. Il Diavolo si nasconde nei dettagli; uno dei tanti dettagli diabolici che rivela la meticolosità, quasi paranoica, di Kubrick è una teca in cui ci sono quattro versioni dattiloscritte del famoso manoscritto di Shining dove il romanzo che Jack Nicholson vorrebbe scrivere si rivela una medesima banale frase per centinaia di pagine, segno della sua galoppante pazzia.

    Nel doppiaggio italiano la frase ossessiva era il proverbio “Il mattino ha l'oro in bocca”. Nella versione originale del film era “All work and no play make jack a dull boy”, più o meno un proverbio dello stesso tenore. E la teca espone le versioni del manoscritto create appositamente per ogni paese straniero: spagnolo, francese, tedesco e italiano. Kubrick in persona aveva curato anche le traduzioni, cercando per ogni lingua e paese un proverbio simile che rendesse l'idea della follia del protagonista. Ma non solo cercò, utilizzo lo stesso tipo di carta e la stessa macchina da scrivere. Così per ogni versione della pagina fu girata una ripresa specifica, dove ciascun foglio conteneva la diversa traduzione da destinare al paese. Sono state girate appositamente quattro inquadrature diverse per la stessa scena.

    Shining ha segnato la storia del cinema; per la prima volta veniva utilizzata la Steadycam, una cinepresa che permetteva virtuosismi e inquadrature mai viste fino ad allora, come la scena iniziale con l'automobile che viene sorvolata mentre la lugubre Dies Irae di Walter Carlos suona in sottofondo; oppure le spaventose riprese da dietro il triciclo di Danny che si aggira tra gli spettrali corridoi dell'albergo. Albergo che però non era tra le montagne rocciose, ma ricostruito interamente negli studi cinematografici a Londra, la città dove Kubrick ha vissuto e girato tutti i suoi film.

    La mostra esplora anche il rapporto del regista con la città, sua seconda patria: per la battaglia di Hue, la città del Vietnam fu ricostruita in una vecchia centrale a gas dei sobborghi di Londra in corso di demolizione, con l'aggiunta di 300 palme fatte venire dalla Spagna. C'è anche una simpatica lettera di Kubrick alla British Gas perché gli consentano di finire le riprese prima di abbattere del tutto gli edifici). Anche il suo ultimo (e incompleto) film, Eyes Wide Shut, pur ambientato a New York, è stato tutto girato a Londra. Kubrick ricostruì meticolosamente dei modellini delle vie del Greenwich Village, decidendo di persona anche ogni singola insegna di negozio inquadrata.

    Chicca finale: il negozio di gadget e souvenir, ormai un classico di ogni esibizione. Tra tazze griffate con il logo di Arancia Meccanica, t-shirt del Vietnam, poster di Jack Nicholson con l'ascia, una cornucopia di oggetti unici per i collezionisti.

    Stanley Kubrick the Exhibition merita, da sola, il costo di un viaggio a Londra. Anche se non avete mai visto un film del regista (mancanza che sarebbe da annoverare tra i peccati mortali).

    “Stanley Kubrick: The Exhibition”
    Design Museum, High Street Kensington, Londra
    Fino al 15 settembre
    Prezzo: 18 Sterline

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