scienza

Fumare “erba” può fare molto male (due libri americani lo dimostrano)

di Arnaldo Benini


Dolore cronico è il motivo più comune per l’uso medico della cannabis

4' di lettura

Dal gennaio di quest’anno c’è in Senato un progetto di legge per la legalizzare coltivazione, lavorazione e vendita dei prodotti della pianta cannabis , cioè hashish e marijuana. Quest’ultima, la più usata, è contenuta nelle foglie. La cannabis è legalizzata in Canada e in diversi stati degli Usa. In molti altri paesi, come in Italia, l’uso della marijuana non è legalizzato, ma depenalizzato, cioè consentito per uso medico e privato. Nei paesi in cui la marijuana è legalizzata, la si può vendere, di regola, solo a chi ha almeno 21 anni. Nei prossimi mesi la legalizzazione della cannabis in Italia coinvolgerà la politica.

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Essere favorevoli alla liberalizzazione sarebbe di sinistra e il contrario di destra. Non è così. Negli Stati Uniti, dove si discute se introdurre la legalizzazione a livello federale, sia il «New York Times» sia il «Wall Street Journal» hanno pubblicato, il 4 gennaio scorso, uno stralcio del libro di Alex Berenson, con implicito consenso al suo netto rifiuto della legalizzazione. Il dilemma non è politico, ma sanitario e sociale. Oltre al libro di Berenson un’altra pubblicazione è d’aiuto per orientarsi su un tema così delicato. È il volume di 468 pagine, pubblicato nel 2017 dall’American National Academy of Medicine ( The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids The current state of evidence and reccomendations for research, www.nap.edu), dal quale s’impara tutto della cannabis.

Il poco di bene è il trattamento del dolore cronico e l’effetto antiemetico. Dolori, nausea e vomito si curano comunque meglio con medicamenti privi di rischi. La marijuana non è, come si crede, un tranquillante: nel 2018, in Svizzera, i consumatori di cannabis responsabili di violenze fisiche sono stati il quadruplo degli psicopatici per altra causa. Il libro, uscito a New York l’8 gennaio scorso, di Alex Berenson, ex-giornalista del New York Times e ora scrittore libero, s’apre con una citazione da Lo Spleen di Parigi di Charles Baudelaire: «La più bella furberia del diavolo è di persuaderci che non esiste». Baudelaire implora: «Mio Dio, fate che il diavolo non mi manchi di parola».

Il diavolo non manca mai di parola: da quasi due secoli, nella fattispecie di medici, coltivatori, spacciatori, commercianti, giornalisti disinformati, vanitosi ciarlatani, politici e, sempre di più, d’industriali del tabacco, il diavolo vuol far credere che i prodotti della cannabis sono innocui. Le due pubblicazioni raccolgono un’enorme documentazione su quanto sia letteralmente diabolica una balla del genere. Non esistono droghe innocue: esse, per modificare lo stato dell’umore, agiscono sul cervello. Il danno immediato, nel caso di marijuana a basso dosaggio, può essere modesto, ma se ripetuto, come nella dipendenza, può essere micidiale.

Nel 1914 il medico G.F. Williams Ewens, che curava drogati in India, riferì di una forma di malattia mentale dall’uso eccessivo delle droghe della cannabis. «Non c’è alcun dubbio», riporta le sue parole Berenson, «che ogni droga produce un intenso desiderio di usarla, per cui la quantità ingerita cresce gradualmente, fin quando, oltre all’effetto sul fisico, insorge, prima o poi, un profondo deterioramento morale».

Nel frattempo nulla è cambiato, se non in peggio: fino a metà degli anni Ottanta la marijuana conteneva il 2% dell’agente psicoattivo THC (tetraidrocannabino-lo), quella in circolazione legale oggi ne contiene il 25 per cento. In alcuni Stati degli Usa (Colorado, Washington, California ed altri) una persona di 21 anni e oltre può comprare cioccolata, noccioline e cera con THC quasi pura. La previsione che la maggior concentrazione ne avrebbe diminuito l’uso è stata un’illusione. Da quando la concentrazione è così alta si sono infittiti ovunque ricoveri d’urgenza per confusione mentale. La THC induce, oltre ad euforia ed ebbrezza, sensazione di forza e vitalità, distorsione del senso del tempo, aumento dell’appetito, disinibizione e facilità alla violenza.

Nei paesi in cui la marijuana è stata legalizzata, il consumo è di molto salito, anche perché la diffusione ne ha abbassato il prezzo. Parallelamente è aumentato il numero d’incidenti stradali mortali dovuti alla condizione mentale da THC. Il consumo aumenta soprattutto fra i giovani, e il suo effetto nocivo è più forte, perché agisce su cervelli in via di sviluppo. La convinzione che la marijuana distolga da droghe più potenti e rischiose, è smentita: la legalizzazione negli Stati Uniti, nel 1970, fu sospesa per l’enorme aumento del consumo di cocaina. Dal 2010, nei paesi dove è liberalizzata la marijuana, il numero di decessi per overdose di oppiacei è cresciuto. Nel 2017 il 7.5% della popolazione americana fra i 18 e i 25 anni soffriva di serie malattie mentali, il doppio di dieci anni prima. Dal 2006, il numero di ricoveri per psicosi in Usa è aumentato in proporzione all’aumento del consumo di marijuhana.

Il messaggio più drammatico della pubblicazione dell’Accademia di Medicina è che l’uso della cannabis «aumenta il rischio della schizofrenia e di altre psicosi in proporzione al consumo». Come tutte le droghe, la marijuana è una delle cause epigenetiche della demenza. Essa potrebbe diventare il maggior problema di droga del futuro. La legalizzazione va respinta. La depenalizzazione va rigorosamente controllata. La cannabis dovrebbe essere libera per uso con controllo medico, come per gli oppiacei, e niente di più. La legalizzazione è micidiale anche perché trasmette il messaggio fraudolento che la marijuana sia innocua.

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