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«Fuori la politica»: il diktat Fca per riaprire il dossier Renault

di Laura Galvagni


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3' di lettura

Quello con Renault è un deal chiuso, ripetono da giorni ambienti vicini a Fiat Chrysler e al suo principale azionista Exor. Eppure dalla Francia continuano ad arrivare messaggi concilianti, volti, almeno in apparenza, a riannodare il filo del discorso bruscamente spezzato lo scorso mercoledì notte quando il gruppo italo-americano ha deciso di ritirare l’offerta dopo il tentativo del fronte transalpino di guadagnare tempo. Inviti ai quali tuttavia, per il momento, Fca ha opposto un muro di silenzio. Muro eretto per una ragione precisa: continuano a mancare le condizioni per riaprire il dialogo. Pur consapevoli che l’operazione ha ancora una forte logica industriale, a Torino sono altrettanto convinti che muoversi nuovamente verso Parigi non porterebbe nulla di buono. Lo scenario è ancora compromesso. Perché sullo sfondo persiste un attivismo del mondo politico francese che mescola troppo spesso le carte.

D’altra parte, spiegano ambienti finanziari, sono tre le variabili che hanno inciso e attorno alle quali è stato prima costruito e poi fatto saltare l’accordo: i valori finanziari, la governance e la politica.

Sul primo punto erano stati fatti notevoli passi avanti, si era trovata una soluzione di compromesso che sembrava soddisfare le parti in causa. Per esempio sulla valutazione di Renault un accordo era stato raggiunto: distribuzione di meno cassa ai soci di Fca, rispetto ai 2,8 miliardi, e denari ai propri azionisti anche da parte di Renault. Aggiustamenti sufficienti per riequilibrare i concambi senza grossi sacrifici. Uno sforzo apprezzato, tanto più se abbinato all’apertura sul fronte governance con i gruppi che, dopo aver definito il futuro assetto di vertice con John Elkann alla presidenza e il manager francese Jean-Dominique Senard verso la carica di ceo, avevano assecondato anche la richiesta della presenza di un rappresentante dello Stato in consiglio. A ciò si erano aggiunte le garanzie su stabilimenti e valorizzazione di Parigi come sede operativa (ma non unica).

Insomma al mosaico mancava solo un tassello chiave: il via libera definitivo del governo francese. Che però, complice la ritrosia dei giapponesi di Nissan, ha preferito fare melina. La politica, pur di guadagnare tempo e gestire un tavolo oramai troppo allargato ha sollecitato una posizione esplicita favorevole da parte del partner nipponico durante il board. Cosa che i rappresentanti di Nissan non hanno voluto fare, piuttosto si erano detti disponibili ad astenersi durante il voto e a diffondere successivamente una dichiarazione “positiva” sull’operazione.

Non è bastato. La politica ha deciso di tirare il freno e Fca dall’altra parte non ha avuto alternative, il rischio era di dover soddisfare ulteriori condizioni non più finanziariamente e industrialmente sostenibili. Il ritiro della proposta, dunque, era inevitabile. E oggi rispetto a una settimana fa poco o nulla è cambiato. I fondamentali economici e finanziari restano solidi ma non esistono le condizioni “ambientali” per procedere. La politica, se possibile, è diventata ancora più protagonista. Al di là dei proclami, il ministro Bruno Le Maire è volato fino in Giappone, si è seduto al tavolo con i giapponesi comportandosi più da “amministratore delegato”, fanno notare alcune fonti, che da semplice consigliere.

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