L’analisi

Fusione commercio estero e Ice nella Farnesina: quando Berlusconi preparò il decreto (e poi lo ritirò)

Di Maio vuole considerare la «fusione» del commercio estero nella Farnesina. Non è la prima volta che un simile progetto viene messo a punto e poi rimandato a tempi migliori.

di Gerardo Pelosi


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4' di lettura

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, vuole considerare la «fusione» del commercio estero nella Farnesina il suo primo vero atto da responsabile del nuovo dicastero. Ma non è la prima volta che un simile progetto di fusione viene messo a punto e poi, per motivi diversi, rimandato a tempi migliori.

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Il provvedimento di Berlusconi
Il provvedimento più organico risale a 17 anni fa. Era il 24 luglio del 2002. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dopo le dimissioni di Renato Ruggiero in polemica con la Lega, da sette mesi aveva assunto l’interim degli Esteri. Alla quarta conferenza degli ambasciatori, prima della pausa estiva, il “cavaliere” rivelò a sorpresa: «La mia idea della diplomazia economica diventerà operativa, al prossimo Consiglio dei ministri farò approvare il decreto per il passaggio di Commercio estero e Ice nella struttura della Farnesina». Al testo del Dpcm avevano lavorato il direttore degli Affari economici, ambasciatore Marcello Spadafora e il capo dell’Ufficio Internazionalizzazione, Giuseppe Scognamiglio. Insieme a loro un team di consulenti esterni della McKinsey impegnati a valutare tutti gli effetti in termini di maggiore efficienza e riduzione delle diseconomie in capo all’operazione. In quel momento il ministero del Commercio Estero di viale Boston all’Eur (per anni feudo incontrastato di ministri socialisti o comunque non democristiani) già non esisteva più. C’era un Dipartimento presso il ministero dello Sviluppo economico guidato, di volta in volta, da un viceministro oppure da un sottosegretario che aveva anche la supervisione sull’Istituto del Commercio con l’estero. Al suo arrivo in Farnesina Berlusconi dettò subito la nuova linea: trasformare gli ambasciatori in agenti commerciali del Sistema Italia all'estero. In sostanza i dirigenti della politica commerciale e del sistema di promozione del Sistema Paese invece di essere divisi tra due dicasteri con diseconomie e sovrapposizioni sarebbero stati inseriti in un unico contesto e la rete degli uffici Ice all'estero sarebbe stata assorbita sia funzionalmente che gerarchicamente nella rete diplomatica e consolare.

La minaccia di dimissioni
Tutte cose contenute in un Dpcm supportato da alcune slides che Berlusconi avrebbe poi mostrato ai suoi colleghi di Governo. Accadde, però, che, alla vigilia del Consiglio dei ministri, Berlusconi trovò sul suo tavolo un messaggio inequivoco del ministro dello Sviluppo Economico in quel momento, Antonio Marzano, che gli comunicava preventivamente che si sarebbe dimesso immediatamente nel caso in cui il giorno dopo il Dpcm fosse stato approvato. Berlusconi solo un mese prima aveva dovuto gestire il caso del ministro dell’Interno, Claudio Scajola, costretto a dimettersi dopo le infelici esternazioni fatte a Cipro sulla scorta a Marco Biagi. Non se la sentiva, quindi, di affrontare un’altra defezione nel suo esecutivo e rinunciò, anche se malvolentieri, al progetto di fusione vanificando per il lavoro di mesi.

Il Dpcm
Nel Dpcm di Berlusconi si prevedeva che i pochi dirigenti del ministero dello Sviluppo economico del dipartimento Commercio estero avrebbero potuto svolgere una parte della loro carriera nella rete diplomatica all’estero mentre i direttori degli uffici Ice sarebbero stati inseriti a pieno titolo nell’organizzazione gerarchica della rete diplomatica. Qualcosa sopravvisse però alla mancata approvazione del Dpcm e, nel limite del possibile, si invitata ad accorpare gli uffici Ice all’estero nelle ambasciate. Cosa in parte avvenuta ma senza una dipendenza gerarchica diretta. In sostanza, il Dpcm Berlusconi doveva essere il punto di inizio di un processo rapidissimo di fusione mentre il progetto Di Maio sarebbe il punto di arrivo di un lenta e progressiva armonizzazione.

Lo studio preliminare
Nello studio preliminare si valutava anche l’efficienza dei sistemi di promozione utilizzati dagli altri Paesi. I più efficienti risultavano quelli con l'accorpamento agli Esteri come il Regno Unito o il Canada, paragonabile a noi per meccanismi di funzionamento. Il problema dell'Italia con risorse limitate in termini finanziari e di uomini era quello di fare massa critica in modo che le risorse disponibili producessero il massimo risultato rendendo più efficace il sistema di governance. Dove si possono nascondere oggi le insidie per un simile progetto? Esclusa l’eventualità che il responsabile dello Sviluppo economico, Patuanelli, si metta di traverso rispetto al progetto Di Maio le eventuali obiezioni potrebbero riguardare la diffidenza con la quale tradizionalmente i diplomatici mal sopportano l’inserimento di funzionari di altre amministrazioni nella rete diplomatica e consolare ma si tratterebbe di pochi funzionari con competenze specifiche che non inficiano la specificità della funzione diplomatica. I circa 90 direttori dell’Ice all’estero, già incardinati funzionalmente nella rete diplomatica, con la fusione aumenteranno la capacità di coordinamento con il capomissione che ha una visione complessiva del sistema Paese. Un’altra obiezione potrebbe riguardare il vincolo meno stretto con il tessuto produttivo garantito dalla rete delle 70 Camere di commercio all’estero che ricevono un contributo dallo Sviluppo economico. Ma il problema, in quel caso, sta nell’efficienza del sistema camerale di stare sul mercato, non nei rapporti con Ice e Commercio estero.

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