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Fisco e multinazionali, dal G20 accordo sull’aliquota minima al 15%

Recepita l’intesa Ocse che introduce la minimum tax e ridistribuisce tra Paesi il prelievo sulle multinazionali. Sul clima, spinta ai meccanismi di prezzo sulle emissioni di Co2

di Gianluca Di Donfrancesco

Venezia, inizia il G20 dell'Economia: lo sbarco dei ministri

3' di lettura

L’obiettivo è avere le nuove regole di contrasto del dumping fiscale entro il 2023. Due anni per dare attuazione a un’intesa storica, come ha ribadito il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz a Venezia, poche ore prima del comunicato finale del G20 dei ministri dell’Economia e dei banchieri centrali. Una «rivoluzione», secondo il francese Bruno Le Maire, con la quale i Venti Grandi recepiscono l’intesa raggiunta il 1° luglio in sede Ocse sulla tassa minima globale del 15% sui redditi delle multinazionali e sulla ridistribuzione della competenza a tassare i gruppi più grandi, a partire dai colossi del web come Google o Facebook.

Stop al dumping fiscale

Una stretta forse decisiva alla corsa al ribasso nella concorrenza fiscale e alla ricerca del Paese dove si pagano meno tasse. Una corsa, ha sottolineato la segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, che «ha sottratto a tutti noi le risorse che ci servono per investire nelle nostre popolazioni, nella nostra forza lavoro e nelle nostre infrastrutture».

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Dopo l’ok dato dal G20 a presidenza italiana, restano da definire i dettagli tecnici entro ottobre. Soprattutto resta da persuadere il piccolo gruppo di Paesi coinvolti nel negoziato Ocse che ancora puntano i piedi (7 su 139). Tra loro ci sono Irlanda, Estonia e Ungheria. Una grana per Bruxelles, ma Le Maire si mostra convinto: a questo punto «non si torna più indietro». «Spero che i Paesi che fino a ora hanno deciso di non unirsi all’intesa cambino parere», ha detto il ministro dell’Economia, Daniele Franco.

Anche gli Stati Uniti avranno i loro compiti a casa da fare. La Casa Bianca, impegnata in una difficile partita sul fronte interno per riformare il proprio Fisco, deve ottenere il sostegno del Congresso. Washington vede l’aliquota del 15% come una base di partenza. Anche Parigi e Berlino continuano a spingere per una soglia più elevata.

La global minimum tax, che secondo l’Ocse potrebbe generare 150 miliardi di euro l’anno di gettito, è solo uno dei due pilastri dell’intesa. L’altro prevede la ridistribuzione della competenza a tassare i profitti di circa 100 multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi di dollari, in modo da spostare il prelievo nei Paesi dove i grandi gruppi fanno incassi. L’accordo Ocse parla di una quota pari al 20-30% della redditività che eccede una soglia del 10%. Attualmente, i Venti sono attestati sul valore più basso della forchetta (20%). Ancora una volta è Parigi a spingere per alzare l’asticella: «Penso che la soluzione migliore sia il 25%», ha detto Le Maire. Nel mirino ci sono soprattutto i giganti del web. L’Ocse stima che questo meccanismo potrebbe ridistribuire prelievo fiscale su circa 100 miliardi di euro l’anno.

Stati Uniti e Unione Europea devono poi risolvere la questione delle web tax. L’accordo Ocse prevede che siano eliminate. Washington le considera discriminatorie e chiede che siano revocate prima che il Congresso inizi a esaminare l’intesa. Parigi preferisce attendere che l’accordo entri in vigore. E la Commissione Ue procede con la propria separata proposta di tassazione dei servizi digitali, sicura che non incida sull’intesa appena raggiunta.

Clima: il ruolo del carbon pricing

Il G20 di Venezia segna anche un altro momento significativo: per la prima volta, un comunicato finale riconosce il carbon pricing come strumento utile nella lotta al cambiamento climatico. L’Europa ne fa una bandiera e insiste per convincere i partner a introdurre una soglia minima globale per il prezzo delle emissioni di anidride carbonica. Il carbon pricing è adottato già in circa 60 Paesi e amministrazioni locali, compresa la Ue, che si prepara a potenziare il proprio.

Ripresa: il rischio varianti e diseguaglianze

Sullo sfondo resta la preoccupazione per la diffusione delle varianti del Covid-19, che combinata all’iniqua distribuzione dei vaccini nel mondo, minaccia la ripresa e rischia di penalizzare sempre di più i Paesi poveri, già in difficoltà. Sul punto, il comunicato finale non va molto oltre l’appello alla condivisione dei vaccini e a sostenere il piano da 50 miliardi di dollari messo a punto da Fmi, Banca mondiale, Wto e Oms. Mentre l’Fmi continua a chiedere ai Grandi di impegnarsi a ridistribuire a favore dei Paesi poveri 100 dei 650 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo che si prepara a emettere ad agosto.

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