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Gaetano Bresci, storia di un regicidio

Marco Albeltaro con il libro “29 luglio 1900” edito da Laterza ripercorre anche con una serie di riflessioni psicologiche quella giornata e i tragici fatti

di Armando Torno


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2' di lettura

La sera del 29 luglio 1900 l'anarchico Gaetano Bresci uccide a Monza con tre colpi di pistola re Umberto I. Si dirà che quelle revolverate chiudevano l'800 e che con esse erano vendicati soprattutto i morti di Milano del maggio 1898, gente comune che chiedeva pane e fu massacrata a cannonate dal generale Bava Beccaris, poi decorato dal monarca.
Si dirà anche altro. Di certo l'anarchico fu catturato subito, non si sottrasse alle proprie responsabilità e il suo processo durò un giorno, otto ore per l'esattezza (una vera gara di velocità), e si chiuse con una condanna all'ergastolo con sette anni di totale isolamento. Di nessuna pregnanza furono le deposizioni dei testimoni (uno staffiere, una lattivendola, un generale e una portinaia).

Bresci chiese di essere difeso da Filippo Turati, ma questi non se la sentì; comunque accettò Francesco Saverio Merlino, la cui arringa è da antologia. Poco meno di anno dopo, il 22 maggio 1901, Bresci morirà in carcere. La tesi più credibile è ormai questa: lo suicidarono.
Comunque andarono le cose, oltre i giudizi del momento (in molte lapidi murate sui municipi italiani si lodava il “Re buono” ucciso da “un'insana mano”), di quanto accadde a Bresci dopo l'attentato sappiamo poco. I documenti carcerari sono spariti, come il suo corpo; di certo era lucido e dichiarò alla fine del dibattimento: “Condannatemi pure rimarrò indifferente attendendo la prossima rivoluzione”.

L'anarchico senza complici che colpisce un re responsabile di delitti, indipendentemente dal giudizio politico, è destinato a rimanere nella memoria. E pone questioni non facili da risolvere. Del resto il regicidio – Merlino lo fece notare – non è invenzione anarchica; anzi, se si cercasse la prima formulazione si scoprirebbe che quella moderna si deve ai gesuiti. Si trova negli scritti di Juan de Mariana (1536-1624).

Ora Marco Albeltaro con il libro “29 luglio 1900” (Laterza, pp. 160, euro 18) ripercorre anche con una serie di riflessioni psicologiche quella giornata e i tragici fatti. Aggiunge alla figura del re e dell'anarchico quella del cocchiere, testimone diretto di quanto è accaduto e sempre trascurato nelle ricostruzioni.

Anche se il libro non è basato su particolari ricerche di documenti, offre la possibilità di rileggere stralci di giornali, di ripercorrere stupori, sdegni, paure e di avvicinarsi e anche apprezzare la fermezza di Bresci. I fatti di quel 29 luglio 1900 si potrebbero commentare con le parole di Saint-Just, sempre attuali: non si può regnare senza colpa.

Ripercorrere le cronache di un regicidio aiuta a migliorare le proprie riflessioni. Umberto I fu glorificato e la morte cancellò molti suoi errori. Bava Beccaris ha qualche via a lui dedicata in paesi del Piemonte; del resto era di nobile casata e c'è sempre un motivo per ricordare un blasonato. Bresci non ha vie né piazze e tutti gli sforzi sono riusciti a donargli soltanto una stele a Turigliano, alle porte di Carrara. Però rimane nella memoria di molti. E nella stima di qualcuno.

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