a trent’anni dalla scomparsa del capitano della juventus

Gaetano Scirea, totem irripetibile di un’Italia che non c’è più

di Maria Luisa Colledani


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4' di lettura

Il paradosso di Gaetano Scirea è che più si allontana da noi, più è attuale, quasi necessario in questo calcio e in questa Italia. Il 3 settembre sono stati trent’anni da quel rogo sulla strada, tutta buche e cemento, fra Cracovia e Varsavia, ma il capitano della Nazionale e della Juventus è qui e ora perché il suo stare, in campo e fuori, l’ha reso immaginario collettivo. Forse perché unico e, purtroppo, irripetibile. Per avere un altro Scirea servirebbero l’Italia della rinascita che poggiava su valori solidi, aneliti alti e genitori che hanno pensato a costruire un uomo, non un calciatore. Oggi è difficile, quasi impossibile, ma Scirea è lì che ci guarda timido dalle fotografie, il naso adunco, il sorriso minuto e i silenzi eloquenti.

Per dribblare la retorica, si può partire dal fenomenale calciatore che era. In un’epoca in cui i più forti si gonfiano il petto con il palmares, Gaetano Scirea, nato a Cernusco sul Naviglio nel 1953 e morto nel 1989 in Polonia, in missione per conto della Juventus di cui era diventato viceallenatore, irrompe sulla scena con una bacheca stellare: 563 partite in bianconero (più di lui solo Alex Del Piero e Gigi Buffon), 36 gol segnati (un’infinità per un difensore), sette scudetti, due Coppe Italia, le quattro Coppe europee (Uefa, Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni e Supercoppa), il Mondiale per club, e il Mondiale, quello vero, quello delle notti magiche di Madrid. E poi soprattutto: zero espulsioni, zero squalifiche in sedici anni di carriera.

Faceva il libero, oggi diremmo il centrale. Era l’ultimo uomo fra i difensori e la porta, aveva personalità e coraggio per lasciare la sua area, alzare il capo e solcare i campi fino alla porta avversaria. Un marinaio sereno in gran tempesta, visione lucida di ogni angolo di campo e tecnica straordinaria, affinata sul campo della Serenissima, la squadra della parrocchia San Pio X a Cinisello Balsamo dove ha cominciato.

All’inizio è attaccante, spesso all’ala destra, è forte, fa un provino all’Inter (di cui era tifoso) di Peppino Meazza, ma quello decisivo è con l’Atalanta che lo trasforma in mezzala prima e in libero poi per una felice intuizione di Ilario Castagner. Nel 1972 esordisce in serie A con l’Atalanta a Cagliari, davanti a lui il monumento Gigi Riva non riesce a fare gol: finisce 0-0. L’Atalanta retrocede, Scirea continua a imparare. Da Heriberto Herrera, che lo allena in B, apprende l’importanza della preparazione atletica, moderno anche in questo.

Nel 1974 il grande balzo. Viene pagato 700 milioni di vecchie lire oltre ai cartellini di due giocatori e a una comproprietà. A trattativa finita, il presidente atalantino Achille Bortolotti dice al suo omologo Giampiero Boniperti: «Questo ragazzo te lo porto io personalmente a Torino. Che sia un campione, dovrà dimostrarlo; che sia un grande uomo, posso già garantirtelo». Scirea ha 21 anni. Al primo allenamento juventino, al vecchio Combi di Torino, lo accompagna il fratello Paolo: «Girammo tre volte attorno allo stadio, un po’ perché non trovavamo l’entrata, non c’eravamo mai stati, un po’ perché non trovava il coraggio, tutti quei campioni...».

La Juve con cui esordisce vince lo scudetto. Poi le coppe europee e, fra 1983 e 1986, il tetto del mondo, compresa la notte dolorosa dell’Heysel quando legge l’appello alla calma insieme al capitano del Liverpool, Phil Neal: «Giocheremo per voi», dice, ma vorrebbe essere altrove. Per Giovanni Trapattoni, che lo allena una decina d’anni, è «un leader con il saio da frate».

Il calciatore - immenso - è questo, secondo la definizione di Giani Brera: «Scirea è un grande difensore quando sta dietro, un grande centrocampista quando sta in mezzo e un grande attaccante quando sta nell’area avversaria». I contropiedi, che lo hanno reso patrimonio di tutti, un po’ come il Grande Torino, i Beatles o Leonardo, sono quelli umani. Pacatezza, modi gentili, sguardi di comprensione. In un acceso Fiorentina-Juventus piomba dopo un brutto fallo sui colleghi e redarguisce tutti: «Non vi vergognate? Le vostre mogli in tribuna vi guardano».

Carattere, certo, ma anche un’altra Italia, quella ferita dalla guerra e dalla miseria. Papà Stefano e mamma Giuditta lavorano alla Pirelli. E Scirea quel mondo operaio lo fa suo anche da giocatore. Quando vince il primo scudetto, lo portano in discoteca per festeggiare. Alle 5 del mattino di ritorno a casa, gira l’angolo e incrocia due operai che vanno in fabbrica. Si sente fuori posto, troppo privilegiato e cambia strada per pudore.

Papà Stefano e mamma Giuditta restano fari anche quando è un calciatore affermato. E, proprio ricordando papà, Scirea dà la maturità a 34 anni, all’Istituto magistrale Regina Margherita di via Bidone a Torino. Commenta una frase di Norberto Bobbio: «Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione» e pochi giorni dopo scrive una lettera alla moglie Mariella, così diversa da lui, così squillante: «Ho vinto tante coppe e tanti titoli, ma questo diploma è forse quello che mi rende più fiero».

L’assenza di Scirea è la sua essenza in questa nostra Italia fracassona (di certo starebbe alla larga dai social) e Marco Tardelli, destinatario di quel passaggio che divenne l’Urlo del Bernabeu 1982, ammonisce che «se si vogliono altri Scirea, e ce ne sarebbe indubbiamente bisogno, prima di lavorare sui ragazzi, è necessario lavorare sui genitori. Insomma, inutile illudersi: per avere un altro Scirea ci vorrebbero ancora il suo papà e la sua mamma». Ricordàti anche nel lavoro del giornalista di Sky, Federico Buffa, “SkyBuffa racconta Gaetano Scirea”, prodotto da Sky Sport. Due puntate esemplari da proporre a tutti i ragazzi di tutte le scuole per farli emozionare, per segnare loro una strada, una storia.

Scirea è di tutti, tifosi e non, bianconeri e non solo. È di tutti per la sua pulizia, i suoi modi così rari oggi, tanto che Dino Zoff, amico di una vita, sottolinea: «Oggi l’esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate. Manca il suo clamoroso silenzio». E la forza che tutto contiene il pudore del silenzio.

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