ANNIVERSARI

Gandhi, la «grande anima» dell’India nasceva 150 anni fa

Per il subcontinente himalayano è il padre della nazione: il giorno della sua nascita è ovviamente festività pubblica. L’Occidente, invece, lo scoprì tardi. Al cinema

di Piero Fornara


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(Marka)

7' di lettura

Il 2 ottobre 1869, 150 anni fa, nasce a Porbandar, nell’India occidentale (oggi capoluogo distrettuale nello Stato federato del Gujarat) Mohandas Karamchand Gandhi. Figlio di un agiato mercante, secondo le tradizioni indiane che imponevano i matrimoni all’interno della propria casta, viene fatto sposare dai genitori quando ha solo tredici anni con una coetanea. Da lei avrà cinque figli, ma Gandhi parlerà con disgusto di questi matrimoni combinati, confessando con sincerità le sue pulsioni di adolescente.

E Vittoria divenne imperatrice
Da adulto, d’intesa con la moglie, farà invece il voto di castità (brahmacarya). In quegli anni l’India attraversava una fase di transizione dall’impero del Gran Moghul – che si era compromesso appoggiando la rivolta delle truppe indigene (sepoys) del 1857 – a quello britannico. Il governo di Londra soppresse la Compagnia delle Indie e assunse il controllo diretto dei possedimenti: venne creata una vasta rete ferroviaria allo scopo di favorire lo smercio dei prodotti inglesi, ma per l’industria tessile locale, fiorente nella regione di Dacca, fu la rovina. Nel 1876, riorganizzata la colonia, la regina Vittoria assumeva il titolo di «imperatrice dell’India», lasciando sul posto un viceré con sede a Calcutta.

«Padre della nazione» ma ucciso poco dopo l’indipendenza
Oggi in India Gandhi viene riconosciuto come «padre della nazione» e il giorno della sua nascita è una festività pubblica. Il poeta e premio Nobel per la letteratura Tagore aveva coniato per lui l’appellativo di Mahatma («Grande anima»), anche se Gandhi non apprezzava la distinzione tra «grandi» e «piccole» anime, convinto che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio. In effetti Gandhi fu molto più di un dirigente politico, fu un uomo di grande rigore morale, che si batté per i diritti e la libertà del suo popolo, ma anche per la causa dell’intera umanità. Tutta l’opera di Gandhi fu spesa nella lotta contro il fanatismo, ma fu proprio la pistola di un fanatico indù a por fine violenta alla sua vita il 30 gennaio 1948.

La spartizione del Paese
L’India aveva raggiunto l’indipedenza da nemmeno sei mesi ed era toccato a un discendente diretto della regina Vittoria – Lord Mountbatten, l’ultimo viceré – gestire il difficile passaggio dei poteri, per conto del governo del laburista Clement Attlee. Quando il 15 agosto 1947 cessò di esistere l’Impero britannico delle Indie, però, quello che doveva essere un giorno di gioia, fu un giorno di sangue e di lutto: le tensioni fra indù e musulmani esplosero in persecuzioni e massacri delle rispettive minoranze, rimaste nei nuovi Stati dell’India e del Pakistan. Alla fine dell’anno 1947 i morti da una parte e dall’altra assommavano a centinaia di migliaia, mentre i profughi erano valutati nelle regioni occidentali a cinque milioni e mezzo, nei due sensi, e nel Bengala a 1 milione e 250 mila. Gandhi aveva presagito l’avvicinarsi della tragedia e ingaggiò un’ultima patetica lotta per scongiurare la spartizione dell’ex colonia, che Jawaharlal Nehru e gli altri leader del Congresso, sia pure a malincuore, avevano accettato.

GUARDA IL VIDEO. Biennale, l’India guarda a Gandhi

La sorte di Mountbatten
Ormai vecchio (78 anni) e malfermo in salute, riprese il digiuno, minacciando di lasciarsi morire di fame se le violenze non fossero cessate. I capi delle organizzazioni militanti indù si recarono piangendo a deporre la armi ai suoi piedi. Ma anche dopo il suo assassinio, la vita politica dell’India e del Pakistan è proseguita negli anni in modo violento, assolutamente anti-gandhiano. Per un tragico destino della storia, il 27 agosto 1979, anche Mountbatten sarà vittima di un attentato dei terroristi dell’Ira, che fecero esplodere con un ordigno il suo yacht, nei pressi di Mullaghmore, sulla costa nordoccidentale dell’Irlanda.

«Gandhi»(1982) di Richard Attenborough con Ben Kingsley e Ian Charleson (Afp)

1983, otto premi Oscar al film di Attenborough
In Europa e in America la riscoperta di Gandhi avviene quasi d’improvviso nel 1983, dopo l’uscita del film sulla sua vita. Il regista e produttore britannico Richard Attenborough (1923-2014) aveva impiegato vent’anni per trovare in Inghilterra e in India i capitali occorrenti a realizzare il suo progetto. La pellicola (che dura tre ore) spopola nelle sale cinematografiche di Londra come di New York, di Roma come di Milano. Nella notte degli Oscar Hollywood si mette a posto la coscienza attribuendo a Gandhi otto statuette, fra cui quelle per il miglior film, la migliore regia e il migliore attore protagonista: nell’impersonare il Mahatma, Ben Kingsley, attore di teatro metà inglese e metà indiano, esordiente sullo schermo, è straordinario. La favola di Steven Spielberg E.T. deve accontentarsi di tre Oscar minori.

L’assassinio al centro
Il film si apre con la grandiosa scena dell’assassinio, avvenuto a Delhi, mentre si recava nel giardino per la consueta preghiera, sostenuto da due sue pronipoti. Poi il racconto si sviluppa attraverso una serie di flash-back. Troviamo il giovane Gandhi, già avvocato indiano di successo a Londra, che scopre viaggiando nel Sud Africa, la violenza e la stupidità del razzismo. Fonda il «Natal Indian Congress» e sceglie la disobbedienza civile per contrastare le leggi discriminatorie e palesemente ingiuste. Dopo il suo ritorno in India, nel 1915, la pellicola prosegue con il resoconto delle grandi tappe verso l’indipendenza nazionale.

I limiti del film
Il Dizionario Morandini definisce il film «coinvolgente, convincente, un po’ didattico». Sul «Sole 24 Ore» del 24 aprile 1983 Giuliano Pontara, ordinario di filosofia morale e politica all’Università di Stoccolma e insigne studioso del pensiero di Gandhi, commentando l’opera di Attenborough, evidenzia che «non viene quasi messo in luce lo sviluppo delle idee sociali e politiche di Gandhi, da quelle del giovane riformista moderato e lealista nei confronti dell’impero britannico a quelle dell’ultimo Gandhi, uomo della rivoluzione non violenta e fautore di una società in cui benessere e potere sono di tutti».

(Photomovie)

Il caso editoriale del Gandhi di Giorgio Borsa
Dopo il successo del film sul piccolo grande uomo con il lenzuolo bianco, padre dell’indipendenza indiana, c’è anche la corsa alla pubblicazione o ristampa di biografie, saggi e memorie, oltre alla ricerca di immagini negli archivi fotografici per i settimanali di attualità. Un singolare caso editoriale è il libro Gandhi e il Risorgimento indiano di Giorgio Borsa (elaborazione della sua tesi di laurea in filosofia), uscito nel 1942 da Bompiani mentre l’Italia era in guerra e ripubblicato nel 1983 con il titolo Gandhi-un uomo di pace che divenne la fiera anima di un popolo. A quell’epoca Giorgio Borsa, sinceramente democratico e antifascista, come suo padre Mario, giornalista (che diventerà il primo direttore del «Corriere della Sera» dopo la Liberazione), era ufficiale di cavalleria. Mentre faceva l’istruttore a Merano, subì una rovinosa caduta da cavallo; per l’infermità dovuta all’incidente non partì per la Russia, da cui pochi del suo reparto sarebbero tornati. «Negli anni Trenta – scrive nell’introduzione – Gandhi era riuscito a indurre cinquantamila persone a farsi volontariamente incarcerare violando, con un gesto simbolico, la legge britannica sul monopolio del sale. Da dove traeva questo piccolo uomo così fragile e indifeso, sgangherato nell’aspetto, tanta forza morale e tanta capacità di suggestione e di persuasione? È così che incominciai a interessarmi a lui».

La «simpatia» di Mussolini
In merito al suo lavoro su Gandhi, anche Borsa si domandava come il regime fascista avesse potuto lasciar pubblicare un libro simile, anticoloniale e ispirato dal principio della non-violenza. La spiegazione sta forse nel fatto che Gandhi, per Mussolini, era un capo-tribù in rivolta contro l’Impero britannico. In effetti nel 1931 Gandhi, sulla via del ritorno in India, dopo avere partecipato alla seconda conferenza della Tavola Rotonda a Londra, era rimasto alcuni giorni a Roma ospite del governo italiano. «Fu anche ricevuto dal Duce, che cercò di impressionarlo facendolo passare davanti a una guardia d’onore, composta di moschettieri dal pugnale sguainato»: un episodio molto sgradevole per Gandhi.

La prospettiva «copernicana»
Quando esce l’edizione del 1983 Borsa è uno studioso affermato, docente di Storia politica e diplomatica dell’Asia orientale e direttore del Centro studi per i popoli extraeuropei dell’università di Pavia. Di carattere riservato e dall’eleganza anglosassone, è apprezzato e stimato dagli studenti anche nel clima post Sessantotto. Borsa, questa la sua intuizione storiografica, colloca la formazione del mondo moderno nei Paesi di antica civiltà dell’Asia orientale – in particolare India, Cina e Giappone – in una prospettiva «copernicana» della storia, invece che nell’ottica «tolemaica» dell’eurocentrismo. Nel 1996, già docente emerito, riceve la laurea «honoris causa» dalla Hindu University di Benares (Varanasi), celebre città santa indiana in riva al Gange. Il professor Borsa è scomparso nel 2002, a novant’anni compiuti.

Nella nuova edizione il testo arriva fino alla morte di Gandhi e viene ampliato in alcune parti «tenendo conto della prospettiva storica in cui oggi gli avvenimenti si collocano, cito - ma senza snaturarlo nella sua essenza interpretativa». Al centro del messaggio gandhiano non c’è solo la non-violenza e l’amore per tutte le creature (ahimsa), ma anche la convinzione profonda che bisogna sempre opporsi all’ingiustizia e lottare con assoluta e incondizionata fermezza per la giustizia e per la verità (satyagraha).

Ammiratore di Giuseppe Mazzini
Sul movimento nazionalista indiano – forse è poco noto - hanno avuto una notevole influenza il pensiero e l’azione di Giuseppe Mazzini. Gandhi ne aveva letto, in una delle tante traduzioni, l’opera più significativa I doveri dell’uomo. Anche Mazzini, come Gandhi, cercava un principio etico per guidare gli uomini verso cose migliori. Questo principio è per il patriota italiano il Dovere, mentre per Gandhi è il satya (la Verità), imperativo dell’ordine morale.

Uomo di pace e da tutti venerato come un santo, Gandhi – conclude Borsa - quando si trattò di scegliere una linea politica che andasse oltre l’indipendenza nazionale viene però quasi emarginato dai leader del Congresso indiano. Il Mahatma viveva in una sua dimensione fuori dal tempo: cercando la salvezza dell’India nel charka (il filatoio a mano) e nell’artigianato rurale, Gandhi «non si rendeva conto che in tutto il mondo era in atto un processo irreversibile di sviluppo economico, tecnologico e scientifico che aveva portato a una scoperta dirompente: la miseria e la sofferenza non sono parte necessaria della condizione umana».

Peraltro, nel suo commento al film, il professor Pontara spiega che «sull’industrializzazione Gandhi non fu un oscurantista nemico giurato della macchina nel processo di produzione. Egli si oppose all’industrialismo su vasta scala perché temeva (e oggi sono in molti a dargli ragione) il rischio del consumismo con il connesso impoverimento della qualità della vita, il rischio di danni ecologici irreparabili, dello sfruttamento e della guerra».

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