ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla norvegia chiude i rubinetti

Gas come il petrolio: arrivano i tagli di produzione

Con il gas ai minimi storici, i produttori si decidono a chiudere i rubinetti. La norvegese Equinor scopre le carte: «Oggi più che mai focus sul valore, non sui volumi»

di Sissi Bellomo

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Con il gas ai minimi storici, i produttori si decidono a chiudere i rubinetti. La norvegese Equinor scopre le carte: «Oggi più che mai focus sul valore, non sui volumi»


3' di lettura

Anche sul mercato del gas cominciano i tagli di produzione. È la Norvegia – o meglio: la sua compagnia, Equinor – a scoprire per prima le carte, annunciando una riduzione volontaria dell’offerta in risposta al crollo dei prezzi.

Senza fare proclami, stanno però cominciando a fare un passo indietro anche gli esportatori di Gnl degli Stati Uniti. Mentre le forniture di Gazprom dalla Russia sono già in calo da qualche mese e a maggio il declino è diventato più rapido.

Oslo per la prima volta dal 2002 si è offerta di collaborare con l’Opec, impegnandosi la settimana scorsa a ridurre le estrazioni di petrolio fino a fine anno, una misura che necessariamente comporta la perdita di gas associato. La ministra dell’Energia Tina Bru aveva però escluso l’imposizione di limiti specifici per questo combustibile: «I giacimenti di gas sono esentati, quindi il taglio non avrà un impatto sulla produzione né sull’export di gas norvegese». Equinor (che pure è controllata dallo Stato) ha deciso diversamente.

La compagnia – che non ha mai fatto mistero di regolare i livelli di fornitura in modo da influenzare il mercato del gas – intende «focalizzarsi più che mai sul valore piuttosto che sui volumi», ha dichiarato il direttore finanziario Lars Christian Bacher presentando agli analisti il bilancio di Equinor (nel primo trimestre il margine operativo è dimezzato a 2 miliardi di dollari, in linea con le attese).

«Rinvieremo parte della produzione di gas dal 2020 al 2021 e in qualche caso anche oltre», ha precisato il cfo, chiarendo che la strategia «ha a che fare con le condizioni del mercato e con la prevista evoluzione dei prezzi nel futuro».

Equinor, secondo fornitore europeo di gas, con il 20-25% del mercato, riesce a rientrare nei costi anche quando il prezzo alla consegna è «ben al di sotto di 2 dollari per milione di Btu», ha ribadito il dirigente: un livello di competitività simile a quello di Gazprom, che a sua volta soddisfa più di un terzo del nostro fabbisogno.

Il problema è che sui principali hub europei oggi il gas vale circa 1,75 $/MBtu (day ahead) secondo S&P Global Platts. All’Nbp britannico ha toccato un minimo di 1,14 $ il 22 aprile. E la discesa – legata a un eccesso di offerta, cui si è aggiunto l’effetto coronavirus – rischia di continuare, forse addirittura fino a registrare prezzi negativi, com’è già successo al petrolio:.

Con gli stoccaggi del Vecchio continente che rischiano di riempirsi ben prima dell’avvio dell’anno termico, c’è «una reale possibilità» che il prezzo del gas vada sotto zero nel secondo o terzo trimestre, avverte l’Oxford Institute for Energy Studies (Oies). A meno che i produttori non si decidano a chiudere i rubinetti.

I tagli sono ancora timidi, ma stanno arrivando anche dai produttori di Gnl «made in Usa», che hanno un breakeven intorno a 4 $/MBtu sulle esportazioni, più del doppio dei prezzi europei e anche di quelli asiatici. Con la recente risalita delle quotazioni all’Henry Hub, riferimento domestico Usa, per la prima volta nella storia il gas a stelle e strisce oggi è il più caro del mondo.

Le forniture di gas agli impianti di liquefazione americani si sono già ridotte del 7,2% rispetto ad aprile, secondo S&P Global Platts (a 7,7 miliardi di piedi cubi al giorno). Cheniere Energy, numero uno del Gnl Usa, ha ammesso che i clienti stanno respingendo carichi e si è detta pronta, se necessario, a rallentare la produzione in Texas e Louisiana.

Finora il gas liquefatto ha comunque resistito bene sul mercato europeo. Nel primo trimestre le forniture, di qualunque origine, sono addirittura cresciute del 34% su base annua, a scapito delle importazioni via gasdotto: le prime sono aumentate in media di 84 milioni di mc equivalenti al giorno, stima l’Oies, mentre le seconde sono calate di 134 milioni di mc, un sacrificio che è caduto quasi interamente sulle spalle di Gazprom, che ha perso 103 milioni di mc al giorno, contro i 28 milioni del Nord Africa e gli appena 3 milioni della Norvegia.

Ad aprile – nel pieno del lockdown da coronavirus – anche gli arrivi di gas liquefatto sono crollati, ad appena 1 milione di mc al giorno. Ma il calo rispetto a un anno fa è solo dello 0,3% contro il -15% del gas via pipeline (perdita di nuovo per oltre due terzi a carico dei russi).

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