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Gli strazianti post su Instagram di Choupette, la gatta «vedova» di Lagerfeld

di Anna Li Vigni


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3' di lettura

Il genio della maison Chanel, Karl Lagerfeld, ha abbandonato la scena all'età di 85 anni non senza stupirci per la sua eccentricità da dandy. Una parte della sua eredità andrà alla sua amatissima micia Choupette. La passione dello stilista per questa gattina di razza sacra di Birmania, la cui immagine è diventata un logo del marchio Lagerfeld, lo ha spinto addirittura a dichiarare che è un peccato se «non esiste ancora il matrimonio tra uomini e animali». Ora la “vedova” Choupette Lagerfeld posta strazianti messaggi di lutto sul suo profilo “personale” Instagram.

Una delle foto pubblicate sull’account Instagram “choupettesdiary”

C'è qualcosa di tenero, misterioso e ammaliante nel modo di fare di questo animale. Si pensi alle follie compiute da Freddie Mercury per la sua adorata Delilah, alla quale ha dedicato anche una canzone. O alle descrizioni raffinate che ne diede Baudelaire nelle sue poesie. O, ancora, alle annotazioni filosofiche di Montaigne il quale, trastullandosi con la gatta, dimenticava il pensiero astratto e riscopriva il bello di un'esperienza sensoriale fatta solo di «tocchi e carezze».

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Carnivoro appartenente alla specie felide, il gatto ha una storia evolutiva risalente nientemeno che al Paleocene (60 milioni di anni fa), allorché comparve la prima forma di miacide – con denti più grandi e cervello più piccolo – da cui poi derivarono i felidi e quindi il felis silvestris lunensis (2 milioni di anni fa), assai simile a quello odierno.

Una delle foto pubblicate sull’account Instagram “choupettesdiary”

Indiscutibilmente, il popolo che ha scoperto per primo i benefici della cultura del gatto è l'egiziano, al punto che la prima attestazione del nome è l'onomatopea egizia «miw». L'animale godeva di rispetto religioso, visto che la dea della fertilità Bastet mostrava un elegante aspetto felino da “Cat Woman”. In famiglia, i gatti defunti erano compianti e poi seppelliti nella stessa tomba insieme ai padroni, mummificati secondo il rito. Ma le mummie di gatto venivano anche utilizzate quale oggetto votivo di devozione verso gli dei: tale usanza divenne la causa di una vera e propria strage di piccoli felini, i quali erano allevati, uccisi, mummificati e quindi venduti ai pellegrini in visita al santuario, come è stato recentemente attestato da un ritrovamento di 200 mummie di gatto presso la località egiziana di Saqqara, ai piedi della piramide del faraone Userkaf.

Larry, il gatto di Downing Street che vigila sulla Brexit

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Dal suo canto, il mondo greco non fu così amico del gatto. Erodoto quasi si scandalizzava osservando che, in Egitto, le famiglie coabitavano pacificamente coi gatti. E Aristotele, nell'Historia animalium, denigra i piccoli felini quali sessualmente promiscui e lascivi. Non c'è da stupirsi dunque se, nel Medioevo - epoca sulla quale influì l'aristotelismo di Tommaso d'Aquino -, il povero animale divenne simbolo di stregoneria, e fu martoriato in certi riti usati per allontanare il maligno. Ancora nel 1534, Lorenzo Lotto dipinge la famosa Annunciazione nella quale, all'ingresso trionfale dell'Angelo in casa di Maria, non solo la Santa Vergine fugge terrorizzata, ma anche il gatto di casa - forse simbolo del peccato originale -, scappa via con la coda gonfia.

Per fortuna, però, nel mondo occidentale, le cose iniziano a migliorare a partire dall'età moderna e il gatto, poco a poco, risale la china del gradimento umano, giungendo ad acquisire quella centralità che non ha mai più abbandonato: dalle favole di La Fontaine al noto esperimento mentale di meccanica quantistica, il Gatto di Schrödinger, gli esempi sarebbero praticamente infiniti. Gli animali, da sempre considerati oggetto di “dominio” da parte degli esseri umani, già dal XVIII secolo iniziano ad acquisire sempre maggiore dignità fino ad aver visti riconosciuti veri e propri diritti nel secolo scorso, grazie all'ammissione, da parte del mondo scientifico e filosofico, della capacità delle altre specie di sentire e di conoscere a loro modo.

Oggi, la condivisione di immagini e video di gatti sul web è diventata un' adorabile epidemia. Sono milioni i post giornalieri dedicati ai felini, definiti dal New York Times «il mattone essenziale di Internet». Tra i link più cliccati, quelli della pittrice russa Svetlana Petrova, che ritrae il suo micione Zarathustra inserito nel contesto di celeberrimi dipinti della storia dell'arte da lei riprodotti. E' tuttavia strano che, nell'era dell'isolamento degli individui causato dall'abuso del web, quando il popolo globale pare subire una forma di “anestetizzazione” nei confronti degli umani rendendosi meno capace di accettare l'“altro” da sé, la visione di video e immagini di gatti scateni questo gran coinvolgimento emotivo. Ricerche in campo psicologico dimostrerebbero che l'osservazione del viso di un gatto - più di qualunque altro animale -, possa causare una risposta positiva del sistema cerebrale dopaminergico, contribuendo così ad attenuare gli stati depressivi. Da quattromila anni a questa parte, dalle tombe egizie al web, l'auspicio è sempre il medesimo: che la passione per gli animali, sia essa estrema, bizzarra, paradossale, ci insegni ad amare un po' di più – e non sempre un po' di meno – gli altri esseri umani.

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