Scenari

Gauche a rischio implosione

di Valerio Castronovo

3' di lettura

Oltre al “frondista” di gauche Benoît Hamon (ex ministro dell’Istruzione), sorprendente vincitore nel primo round sull’ex premier Manuel Valls, e ad Arnaud Montebourg (ex ministro dell’Economia), disposto ad appoggiarlo al ballottaggio del 29 gennaio, altri quattro sfidanti rimangono tuttora in lizza: a cominciare dall’ex socialista Jean-Luc Mélenchon, alfiere di un movimento di estrema sinistra e dell’outsider liberal-progressista Emmanuel Macron. Mai si è vista una folla di tanti personaggi a contendersi, per le presidenziali francesi di aprile, il voto degli elettori di un partito come quello socialista da tempo in picchiata.

Eppure quello che ora rischia di implodere costituiva tradizionalmente uno dei caposaldi del socialismo europeo. È vero che Lionel Jospin, che dal giugno 1997 al maggio 2002, aveva ricoperto la carica di primo ministro (in coabitazione con il neogollista Jacques Chirac) non aveva il carisma personale di François Mitterrand, ma vantava un solido bagaglio culturale, essendosi formato all’Ena e all’Institut d’études politiques, e una lunga esperienza amministrativa. E, se la sua decisione di fissare per legge in 35 ore la durata legale dell’orario settimanale di lavoro aveva suscitato le rimostranze degli industriali, aveva poi badato a rendere più flessibile il mercato del lavoro. Inoltre, se aveva appesantito il prelievo fiscale sui profitti, s’era impegnato a dar corso a ulteriori operazioni di privatizzazione e ad appianare il deficit pubblico in funzione di un ribasso dei tassi d’interesse, nonché a sostenere con appositi incentivi un rilancio dei consumi e della domanda. Del resto, Jospin non apparteneva alla vecchia scuola socialista e, anche per temperamento, rifuggiva tanto dal massimalismo come dal populismo tribunizio.

Loading...

Senonché, quando queste sue attitudini sembravano dovesse consentirgli la scalata all’Eliseo, aveva finito per pagare i costi di un’erosione di suffragi, dovuta all’entrata in lizza del suo ministro dell’Interno Jean-Pierre Chevènement, ma soprattutto alla discesa in campo di tre candidati (comunista, radicale e verde), e persino di due altri della sinistra extraparlamentare. Al punto da venire eliminato al primo turno dal leader del Front National Jean-Marie Le Pen.

Fu dunque una sorta di “traversata nel deserto”, durata un decennio, quella percorsa dal partito socialista francese, prima che François Hollande venisse eletto nel maggio 2012 alla presidenza della Repubblica sbalzando di sella Nicolas Sarkozy. Anche Hollande aveva compiuto lo stesso percorso culturale di Jospin; inoltre era riuscito a rivitalizzare il suo partito. Ma molte cose erano frattanto cambiate. L’economia francese era alle prese con i malanni della Grande crisi e le sfide imposte dalla globalizzazione, mentre le leve più giovani della folta comunità musulmana ripudiavano l’obiettivo dell’integrazione delle precedenti generazioni; nelle banlieue la gente protestava contro le misure d’austerità del governo, accusato perciò di far da spalla a una rigida politica economica a trazione tedesca. A ben poco era servito quindi il progetto varato agli esordi del nuovo governo di finanziare un piano per le infrastrutture e la costruzione di 175 centri di ricerca, 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari, nonché di garantire un sussidio per cinque anni alle madri “single” in condizioni disagiate. Tanto che fin dal novembre 2013 la sua popolarità era scesa al 20% di opinioni favorevoli e stava invece guadagnando crescenti consensi Marine Le Pen, che, propugnando sia una politica protezionistica a presidio dell’industria e dell’agricoltura nazionale sia una totale chiusura delle frontiere all’immigrazione extracomunitaria, era giunta a estendere l’influenza del Front National in varie ex roccaforti del movimento operaio.

Dopo la catena di sanguinosi attentati orditi dall’Isis a Parigi nel corso del 2015 e a Nizza nel luglio 2016, una serie di sconfitte consecutive (nelle elezioni regionali, cantonali e municipali) avevano relegato il partito socialista al terzo posto dietro la destra moderata e l’ultradestra. Inoltre il governo non era riuscito a contrastare efficacemente la cruenta offensiva del gruppo jihadista Boko Haram in alcuni ex possedimenti coloniali francesi in Africa occidentale, mentre il forte sostegno militare della Russia di Putin al regime di Assad in Siria aveva tagliato fuori la Francia da una soluzione politica della questione siriana sintonizzata con gli Usa.

Di qui la rinuncia di Hollande, ai primi di dicembre, a ricandidarsi per una conferma all’Eliseo e l’abbandono del partito socialista a una sorte politica notevolmente compromessa in vista dell’appuntamento cruciale di questa primavera.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti