il retroscena

Gedi-Exor e il tentativo (fallito) dell’Ingegnere. Così Repubblica cambia padrone

A metà ottobre Romed, la finanziaria dell'ingegnere, si era fatta avanti con un'offerta non concordata per rilevare il 29,9% di Gedi a 25 centesimi per azione valorizzando la casa editrice 129 milioni

di Antonella Olivieri


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(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

Comunque la si veda è finita un'epoca. Per un quarto di secolo, dopo la spartizione Mondadori/L'Espresso, la famiglia De Benedetti è stata l'editore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. La Repubblica ora cambierà padrone, insieme con La Stampa che tornerà a casa sotto le insegne di Exor. Col senno di poi si capisce perché Carlo De Benedetti abbia tentato in extremis di inserirsi in una storia che forse era già scritta.

A metà ottobre Romed, la finanziaria dell'ingegnere, si era fatta avanti con un'offerta non concordata per rilevare il 29,9% di Gedi a 25 centesimi per azione valorizzando la casa editrice 129 milioni.

L'offerta sembrava fatta per essere rifiutata: niente Opa e i 25 centesimi messi sul piatto erano quasi un minimo storico. In quell'occasione era emerso che la tentazione di uscire da un business problematico - la crisi strutturale dell'editoria ha pesato anche su un gruppo ben gestito come Gedi – era più che un pensiero.

L'occasione più concreta si era presentata in primavera quando si era fatta avanti una cordata composta da Flavio Cattaneo, il fondo Peninsula e un terzo investitore rimasto sotto traccia. Non si era arrivati al punto di formalizzare l'offerta, ma la cordata guidata dall'ex ad Telecom aveva ventilato una valutazione dell'ordine di 190 milioni.

Poi c'erano stati contatti con Vivendi, ma non se ne era fatto nulla. All'inizio dell'autunno, mentre nel settore si vociferava che Gedi sarebbe stata venduta entro l'anno, indiscrezioni - che evidentemente non erano campate per aria - parlavano già di colloqui in corso tra Cir e l'azionista di minoranza Exor.

Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza onoraria di Gedi dopo il rigetto della sua offerta. Oggi margini per rientrare in gioco non sembrano essercene. L'ingegnere è a New York e non è stato informato dell'evolvere della situazione, né risulta avere mantenuto un diritto di veto né una prelazione sulla casa editrice dopo aver effettuato la donazione ai figli.

L'obiettivo del riassetto è quello di promuovere un'Opa finalizzata al delisting: la riuscita dipenderà dal prezzo che verrà proposto al mercato. Ma tra Cir, che ha il 43,78%, John Elkann che ha il 5,992% e Carlo Perrone che ha il 5,019%, la maggioranza è già blindata.

Nell'attuale configurazione, il gruppo Gedi è nato due anni fa. Nel giugno 2017 la società ha realizzato un aumento di capitale da 83,7 milioni riservato a Fca (la partecipazione è poi passata a Exor) e a Ital Press Holding (famiglia Perrone) a fronte del conferimento di Itedi, editrice dei quotidiani La Stampa e Il Secondo XIX.

A fine 2017 Itedi è stata poi incorporata in Finegil. Il gruppo Itedi è consolidato in Gedi dal 1° luglio 2017, data dell'acquisizione. Nel 2018 il gruppo ha realizzato ricavi per 648,7 milioni, qualche manciata di milioni in più rispetto ai 643,4 milioni contabilizzati dal solo gruppo Espresso nel 2014. La crisi dell'editoria ha eroso anche i margini, con i conti chiusi in rosso lo scorso anno per 32 milioni.

Per approfondire:
Gedi-Exor? Martella: «Testate patrimonio del Paese, mantenere l'occupazione»
Il piano di Elkann per Gedi: Opa, delisting e niente spezzatino

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