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Gela rinasce con il petrolio estratto dai rifiuti

di Jacopo Giliberto


Il riciclo degli oli lubrificanti usati taglia di 56 milioni la bolletta del petrolio

9' di lettura

Funziona così: da una parte del macchinario entra la spazzatura, ma proprio quella immonda con le lische di pesce e le arance marce che puzzano e fermentano; dall’alta parte del congegno esce petrolio. Non è il sogno di un mondo perfetto? Non è quel mito che come un filo rosso percorre le culture umane nella loro storia? Succede a Gela (Caltanissetta), dove la raffineria dell’Eni — che non raffina più il greggio estratto dalle profondità delle rocce — sta rinascendo in veste di green refinery, raffineria verde. L’impianto che produce biopetrolio di alta qualità partendo dall’immondizia più lercia si chiama impianto Forsu, che è la sigla di frazione organica dei rifiuti solidi urbani, cioè gli avanzi di cucina. Ingredienti: gli ossi del pollo, i broccoli appassiti, le croste del formaggio, le bucce dei cetrioli, i gusci d’uovo, i pomodori marci: tutto diventa petrolio da usare nei motori.

Ma non è il solo pezzo con cui rinasce la bioraffineria dell’Eni. Anzi, l’impianto Forsu è un pezzettino minore e coraggioso insieme ad altri elementi più grandi e visibili che stanno cambiando e rimettendo in movimento l’intero polo petrolchimico siciliano non più destinato all’abbandono.
In centro all’area industriale è nato un grande impianto per la produzione di biodiesel ad alto valore energetico e ambientale, più in là sono in corso le attività di smantellamento della vecchia industria pesante ormai senza più mercato.
Un viavai continuo di elmetti gialli dopo anni di solitudine e silenzio.

L’impianto Forsu che estrae petrolio dai rifiuti è ancora un impianto pilota, è nuovo di trinca, le vernici ancora lustre riflettono le nuvole.
È costato 3 milioni.
Si trova sul lato a ponente della raffineria, alle spalle della palazzina uffici, subito dopo i tornelli per gli operai con gli elmetti gialli e dopo le sbarre d’ingresso alla raffineria.
È stato rifinito con pittura marrone tono ruggine perché la Sovrintendenza per motivi estetici e paesaggistici ha preteso che i colori della rinascita della raffineria-senza-petrolio s’intonassero alle tonalità della sconfitta degli impianti abbandonati nella raffineria spenta, quella del petrolio.

L’angolo della cultura
Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie
, Vienna 1905. Quando Sigmund Freud pubblicò (editore Franz Deuticke) i “Tre saggi sulla teoria sessuale” suscitò scandalo nel mondo della scienza. Freud ipotizzò che in una delle fasi dello sviluppo del bambino si creasse una relazione fra i rifiuti e il denaro.
Ma si possono scomodare molti altri percorsi del pensiero: il denaro sterco del demonio, Paracelso, l’arte alchemica trasmuta in oro la materia vile, il rabbino di Praga Jehuda Löwi dal fango sulla riva della Moldava diede vita al Golem, le casette sbilenche della Zlatá ulička come uno scenario espressionista e allucinato di Paul Wegener; fino al verso «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior» (Fabrizio De Andrè, Via del Campo, 1967).
Dentro l’impianto succede proprio così, la materia vile della spazzatura diventa materia pregiata che dà energia ai motori delle navi.

Petrolio dai rifiuti, così rinasce la raffineria di Gela

Petrolio dai rifiuti, così rinasce la raffineria di Gela

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Un sogno antico
Trasformare in petrolio i rifiuti è un processo noto da decenni. Come i sistemi di gassificazione e pirolisi sviluppati un secolo fa dal chimico francese Paul Sabatier o come nella seconda guerra mondiale la Germania otteneva benzina finissima dal carbonaccio solforoso della Slesia, così negli anni ’80 un contestato imprenditore, Andrea Rossi, creò la Petroldragon e sostenne di alimentare vetture di formula uno con la sua benzina prodotta dai rifiuti.
Un altro imprenditore, il cuneese Davide Aimeri, discendente di una famiglia storica nella gestione dei servizi ambientali, da anni sviluppa in tutto il mondo tecnologie per ricavare dai rifiuti un ottimo combustibile.
La differenza è chi lo fa, e come lo fa. L’Eni non ha fatto ricorso a processi di pirolisi o di combustione, bensì un processo basato su pressione, temperatura e umidità.
E ciò accade sulle dimensioni non di uno sperimentatore di coraggio che cerca un finanziatore illuminato e coraggioso bensì sulla scala di un colosso che fa scelte di competizione e di strategia tecnologica.

La beffa dei rifiuti e dei prodotti
Il sistema ha un problema. Un problema attorno alle norme chiamate “end-of-waste”, cioè fine del rifiuto.
Le normative europee dicono che un rifiuto, se diventa prodotto, esce dal regime dei rifiuti ed entra in quello dei prodotti.
Facile, no? Certamente, ma questa è una logica europea di buonsenso, non una logica italiana di burosauri ministeriali e di politici famelici.
Difatti in Italia un anno fa una sentenza del Consiglio di Stato ha paralizzato le norme regionali che autorizzavano gli impianti di rifiuti a entrare nel regime dei prodotti. Ora alcuni politici e diversi burocrati vogliono imporre regole paralizzanti per impedire alle imprese di fare ricorso liberamente ai prodotti ricavati dai rifiuti, e vogliono che tutto venga accentrato al ministero dell’Ambiente con assunzioni e finanziamenti cospicui.

Gli impianti waste-to-energy che ottengono il biopetrolio dai rifiuti organici o che estraggono il biodiesel estratto dalla frittura delle patatine o dei ben più gustosi arancini, ma anche il biometano degli impianti anaerobici che vengono proposti e frenati in tutt’Italia hanno un problema con questa normativa.

Sono rifiuti ma — contraddizione — lo Stato è pronto a imporvi le accise di prodotti non appena i carburanti vengono immessi sul mercato. Quindi questi combustibili sono rifiuti a controllo stringentissimo e non prodotti, ma per il fisco sono prodotti ad accisa salatissima e non rifiuti.

Dal petrolio ai biocarburanti
La raffineria di Gela, nata mezzo secolo fa per volere di Enrico Mattei sopra ai giacimenti di petrolio (che sono ancora in attività) ha chiuso nel 2014 quando è stato raggiunto un accordo per la riconversione a bioraffineria.
Da allora la raffineria si era svuotata e pareva un deserto rugginoso da cui erano sparite le migliaia di elmetti gialli che dal 1960 venivano a lavorare a Gela perfino da Licata, da Niscemi, «da Butera scendevamo a lavorare in raffineria circa in 200», ricorda Peppe detto Banana.
Gli impianti che erano verniciati di minio splendente e d’argento si sono ricoperti di ossido rosso, le ciminiere hanno smesso di ansimare.

Poi è arrivato il nuovo. Via, via dal petrolio. L’altra settimana è stato acceso per i collaudi il grande impianto del biodiesel, cuore della nuova raffineria post-petrolio. Attorno al piazzale si sono riuniti tecnici in giaccone arancio, operai con la chiave a stella appesa alla cintura, ingegneri con la cravatta nascosta sotto la tuta. Davanti all’intrico di tubi e di flange ecco Ignazio Arces, amministratore delegato della Raffineria di Gela, e Bernardo Casa, direttore industriale refining&marketing dell’Eni. Tutti, dirigenti multilaurea e operai con gli stivaloni di gomma maròn, tutti accomunati dall’elmetto e dal naso al cielo per guardare verso l’alto con apprensione la macchina colossale che si metteva in moto.
Il soffio di vapore candido, il ruggito della vita metallica, l’aprirsi di valvole, il respiro della macchina — per quella gente strana che calza l’elmetto giallo sono emozioni che danno un brivido attraverso la schiena.

Con la bioraffineria il polo è rinato; il parcheggio nei cui angoli crescevano tarassaco e ciuffi di parietaria oggi è pieno di automobili, i tornelli si aprono con un bip alle tessere magnetiche che vengono beggiate.
Tremila addetti nei tempi gloriosi, e tremila oggi che costruiscono la nuova chimica o smantellano la chimica vecchia che esce dal mercato.

Oltre all’Eni Raffinazione che dopo l’avviamento di prova ora sta per mettere in produzione la linea del biodiesel, c’è la Syndial che non ha solamente l’impianto Forsu per estrarre petrolio dai rifiuti. La Syndial è la società del gruppo Eni per la gestione ambientale e, con l’eredità del passato da ripulire, è il primo operatore in Italia di bonifiche e risanamenti. Le esperienze sono quelle
dell’Acna di Cengio (Savona), uno dei pochissimi casi al mondo di risanamento a fabbrica abbandonata,
e poi a Pieve Vergonte all’antica Rhodiatoce in val d’Ossola,
a Marghera,
a Crotone,
fino al risanamento dei distributori di benzina che l’Eni chiude per ragioni di mercato o di legge.
La Syndial si occupa anche di depurazione delle acque, non solamente quelle industriali dei poli chimici e petroliferi ma anche le acque civili, come a Gela (il depuratore delle acque della città è quello della raffineria) o a Marghera.

Ammontano a circa 800 milioni le spese per il risanamento ambientale di Gela sostenute da Eni dal 2001. Sono arrivate a 159 milioni le spese di risanamento ambientale sostenute dall’Eni dalla firma del protocollo su Gela del 2014 e circa 270 milioni sono stati investiti fino a oggi dall’Eni nella riconversione in bioraffineria. La spesa complessiva effettuata da Eni nell’ambito del protocollo fino a oggi è di circa 1 miliardo di euro.

Il petrolio dai rifiuti
L’impianto Forsu è un impianto pilota, lavora 700 chili al giorno, 30mila l’anno, di rifiuti organici e produce un olio combustibile ottimo per le navi che devono viaggiare a zero emissioni di zolfo.
La tecnologia è stata pensata nel centro ricerche Donegani di Novara, dove sono state fatte le prove in laboratorio e ne sono stati registrati i 6 brevetti esclusivi. A Gela è stato allestito l’impianto pilota che serve a capire come i diversi tipi di rifiuti organici si compostano alle diverse condizioni di reazione, fino alla sintonia fine che consente di ottenere il prodotto migliore.

Poi si passerà agli impianti di taglia industriale. La prima candidatura è per una linea da 30mila tonnellate l’anno da costruire entro pochi anni nell’area Ponticelle a Ravenna, e con ogni probabilità ne saranno avviate altre più grandi da 150mila tonnellate l'anno in alcune raffinerie italiane (per esempio, ottima candidata è la bio-raffineria veneziana che sta nascendo a Marghera, ma non si possono escludere per esempio impianti dell’Eni in Puglia o in altre regioni del Mezzogiorno) ma anche — perché no? — all’estero.

Che cosa produce l’impianto di Gela? Meno di un terzo è il biopetrolio, circa il 70% è formato da acqua ricca di sostanza organica: con un processo di fermentazione anaerobico i batteri estraggono dall’acqua un altro 10% di metano (biometano), da usare anch’esso come combustibile a basso impatto ambientale. Infine l’acqua pulita che rimane dopo il processo è un’ottima acqua irrigua per l’agricoltura di una piana di Gela così siccitosa da avere bisogno di bacini artificiali come quello di Comunelli per poter dissetare le serre nella stagione asciutta.

E poi? Poi la tecnologia potrà essere replicata anche là dove i rifiuti sono un problema importante, e dove la disponibilità di acqua è un problema importante. Per esempio negli impianti dell’Eni in Nigeria, Egitto, Irak.

Il gasolio dalla frittura
Il grande impianto per il biodiesel ora è in fase di completamento, dopo il collaudo di prova in bianco dell’altra settimana. L’avviamento industriale è atteso per l’estate e potrà arrivare a produrre 700mila tonnellate l’anno di un biodiesel particolare e più efficace di quelli oggi sul mercato.
Le materie prime potranno essere non solamente l’olio di palma (certificato dal punto di vista ambientale, per evitare che venga da colture che hanno incentivato deforestazioni o altri processi insostenibili) ma soprattutto gli scarti delle lavorazioni dei grassi, come le sanse della lavorazioni degli oli o l’esito delle fritture nei fast food.

La base viene dai trigliceridi, i grassi. Per trasformare i carbo-idrati in idro-carburi (chimici e ingegneri scusino l’imprecisione del gioco di parole) l’impianto toglie l’ossigeno e aggiunge idrogeno. Il prodotto che ne sorte non è come il solito biodiesel ottenuto per trans-esterificazione dei grassi ma un vero idrocarburo, e difatti può essere miscelato a volontà nel gasolio di origine minerale senza vincoli per il motore.

In questi giorni l’Eni e Renoils, consorzio nazionale degli oli e dei grassi vegetali e animali usati, hanno sottoscritto un accordo di collaborazione per il ricupero degli oli vegetali.
Per produrre biodiesel l’Eni ricupera circa il 50% di tutti gli oli alimentari usati disponibili in Italia. Ora con le aziende di rigenerazione aderenti alla Renoils amplierà la possibilità di impiegare questi rifiuti per produrre il biocarburante di qualità nelle bioraffinerie di Venezia Marghera e di Gela.

Il consorzio Renoils è stato costituito nel 2016 per assicurare la corretta gestione della raccolta, del trasporto, dello stoccaggio, del trattamento e del riutilizzo degli oli vegetali e dei grassi animali usati. La lettera di intenti è stata sottoscritta da Giuseppe Ricci, capo raffinazione e marketing dell’Eni, e dal presidente del consorzio Renoils Ennio Fano. L’intesa anche la realizzazione di campagne di informazione ed educazione ambientale.

La chimica che esce di scena
In centro al petrolchimico di Gela si sono la raffineria, spenta, e l’area fertilizzanti degli impianti Isaf. Da quando è stata inventata la sintesi dell’urea, l’agricoltura è cambiata e ha consentito di sostentare un’umanità sempre più numerosa. La rivoluzione agricola di Norman Borlaug, l’agronomo geniale della rivoluzione verde, si basa sui fertilizzanti NPK, cioè che uniscono l’azoto (N) con il fosforo (P) e il potassio (K). Serve l’urea per gli azotati e servono i minerali fosfati per il fosforo. Le rocce fosfatiche vengono lavorate per estrarne il fosforo, e queste rocce hanno un contenuto leggerissimo e innocuo di radioattività naturale. C’è un problema. Estraendo il fosforo, nei gessi di scarto rimane la parte radioattiva, e i gessi vengono concentrati sempre di più e con essi si

concentrano i componenti pericolosi. Così alla fine del processo rimangono grandi quantità di un terriccio giallastro e radioattivo. Dove c’è un impianto di fabbricazione di fertilizzanti NPK, lì ci sono fosfogessi radioattivi. Per esempio a Gela. Ora è in corso il risanamento della zona: la sabbia fosfatica viene accumulata in una discarica di 52 ettari, una collina controllatissima e chiusa con un coperchio di pannelli solari fotovoltaici che producono parte della corrente elettrica necessaria al polo industriale siciliano. Come spiega Sandro Olivieri, program manager di Syndial, oltre ai fosfogessi nell’impianto di discarica poi verranno messi in sicurezza anche gli impianti del settore fosfati, smantellandoli a uno a uno.

Riproduzione riservata ©
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    Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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