Yaa Gyasi

Genealogia immaginaria degli schiavi d’America

di Lara Ricci

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(omaggio)

4' di lettura

Abasembie van Zanzibar, Nelanga van Mosambique, Mabiera from Madagascar, Toemat van Sambouwa, Domingo van Malabar...: novemila nomi storpiati affollano la “colonna della memoria” che splende in una stanza buia dello Slave Lodge. Costruito nel 1679, è il secondo edificio più antico di Città del Capo e ospita oggi uno dei pochissimi musei al mondo dedicati alla schiavitù. Ricorda così le migliaia di uomini che lì ammassati vissero e morirono nei 128 anni di attività. Erano gli schiavi della Compagnia olandese delle Indie orientali, in un certo senso dei privilegiati: avevano ancora un nome e un moncone di radice.

In un’altra sala la mostra «My Naam is Februarie» (il mio nome è Febbraio) racconta invece la storia dei discendenti di coloro che furono comprati dai viticoltori o dai coltivatori di grano della regione del Capo, di freqeunte chiamati come il mese in cui erano stati battuti all’asta. La schiavitù infatti non tolse agli uomini solo la libertà, il loro corpo, spesso la vita, gli tolse anche l’identità.

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Che fosse in Sudafrica o nelle Americhe i padroni s’arrogavano il diritto di dar ai loro acquisti un nome come con i propri cani, a volte facendo sfoggio di erudizione o di fede a volte per scherno. Di pari passo coi nomi, pure la lingua e il ricordo del paese da cui provenivano si persero rapidamente: i figli erano separati dai genitori giovanissimi e venduti.

Privati della terra d’origine, della cultura e degli antenati, ancorati a poche centinaia di anni di storia lastricata di cadaveri e soprusi, ancor oggi i discendenti degli schiavi si sentono orfani dell’identità. Le arti, la musica, la letteratura restano l’unico strumento per la costruzione di una cultura afroamericana, cultura ancor più necessaria in un paese dove le radici sono perdute ma la diversità è a fior di pelle e il razzismo non ha smesso di fare vittime.

Particolarmente interessante è in questo senso Non dimenticare chi sei della ventisettenne Yaa Gyasi, nata in Ghana e trasferitasi negli Stati Uniti a due anni. Homegoing - «ritorno a casa» il titolo originale che ha un’altra profondità, rimandando anche a un credo afroamericano per cui lo spirito degli schiavi dopo la morte torna in Africa - è un romanzo d’esordio che alla London book fair 2015 ha spuntato un assegno a sette cifre.

Non si tratta solo di uno dei numerosi, a volte magistrali, romanzi o saggi che raccontano la vita degli schiavi nel Nuovo continente - si pensi all’indimenticabile Amatissima, di Toni Morrison o al recente La ferrovia sotterranea (in uscita il 2 ottobre per i tipi di Sur) con cui Colson Whitehead ha vinto quest’anno il Pulitzer. Né solamente di uno dei più rari testi che mirano a ricostruire la tratta all’interno dell’Africa (per esempio La Saison de l’ombre che a Léonora Miano è valso il Prix Femina nel 2013). Quella di Gyasi è un’operazione doppiamente ambiziosa: a cavallo fra due continenti, attraversando due secoli e mezzo, costruisce una genealogia immaginaria dove in parallelo si susseguono le vite dei discendenti degli schiavi che furono imbarcati per l’America e quelle dei loro inconsapevoli cugini che ancora si trovano sul suolo africano, colmando con l’invenzione i vuoti che la violenza ha lasciato nella memoria e nella storia.

L’ispirazione viene quando l’autrice visita un luogo per certi versi simile allo Slave Lodge: il castello di Cape Coast, una delle tante fortezze commerciali costruite sulla Costa d’Oro (l’attuale Ghana) e utilizzate in seguito nella tratta atlantica degli schiavi. La porta che dà verso la spiaggia è ancora chiamata «la porta del non ritorno», ultima tappa prima del viaggio forzato attraverso l’Oceano Atlantico che avrebbe cancellato per sempre le radici di chi la varcava.

Gyasi s’immagina, nella seconda metà del ’700, due sorellastre che non sanno dell’esistenza dell’altra: Effia la bella, figlia dello stupro di un fanti che aveva preso la madre come bottino di guerra (la schiavitù esisteva anche in alcune popolazioni africane) ed Esi, la minore, figlia della stessa madre e di un padre ashanti. È l’epoca in cui gli ashanti, aiutati dai fanti, hanno iniziato a vendere agli inglesi la loro gente, catturata in guerre e razzie.

Per costruire le necessarie alleanze Effia viene sposata a un bianco e va a vivere nella parte superiore del castello. La quindicenne Esi invece, catturata e venduta agli inglesi, si trova imprigionata nei sotterranei della fortezza dove gli schiavi vengono accatastati e quelli che sopravvivono spediti oltreoceano.

Le due sorelle non si incontrano né vengono a conoscenza dell’esistenza dell’altra, così come i loro discendenti che Gyasi segue sulle due sponde dell’oceano per otto generazioni. Da un lato - nel Ghana dove scoppiano le guerre anglo-ashanti, si installa la colonia che infine cede il passo all’indipendenza - i figli meticci degli schiavisti perseguitati da una sorta di maledizione o senso di colpa («il male genera altro male. E il male cresce. Si trasforma, ecco perché a volte non vediamo che i mali del mondo iniziano già in casa nostra»). Dall’altro quelli di Esi che approdati nelle piantagioni di cotone del Mississippi finiscono liberi nei cantieri navali di Baltimora e poi di nuovo schiavi nelle miniere dell’Alabama, per ritrovarsi nella Harlem degli anni 70 devastata dall’eroina e infine in California ai giorni nostri in un susseguirsi di soprusi, violenza e sofferenza, con figli strappati alle madri, padri scomparsi o arrestati, fratelli che non sanno di esserlo.

L’autrice struttura il libro in 14 capitoli cronologicamente conseguenti che raccontano in modo fulmineo (e qualche volta fulminante) la vita di altrettanti personaggi e la loro epoca, pur non riuscendo con la medesima efficacia a tenere insieme l’intero quadro dei legami storici e familiari. Di questa saga attraverso alcuni dei periodi più bui della storia recente resta soprattutto la percezione della vastità della devastante e duratura eredità morale ed emotiva che la schiavitù ha tramandato fino a noi, la sofferenza dell’impossibile homegoing (anche se l’autrice pare chiudere su una nota d’ottimismo) e lo straziante spettacolo dei figli che non sanno di chi sono figli, delle sorelle che non sanno di essere sorelle e nemmeno di averne una, dei cugini che s’incontrano ma non potranno mai riconoscersi. Dei fratelli che non sanno essere fratelli.

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