L’editoriale

Generali, l’importante è che rimanga italiana

Dopo l’annuncio Caltagirone-Del Vecchio sul patto di consultazione si accendono i riflettori sullo scontro per il controllo del gruppo più ambito tra le società italiane quotate in Borsa

di Fabio Tamburini

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

La partita è aperta. L’annuncio congiunto Caltagirone-Del Vecchio sul patto di consultazione per le Generali è una svolta. E anche la scelta di comunicazione al pubblico, che non era obbligata, lo conferma. Il significato è chiaro: accendere i riflettori della ribalta sullo scontro, in atto ormai da tempo, per il controllo di Generali, il gruppo più ambito tra le società italiane quotate in Borsa, protagonista internazionale nel mondo delle assicurazioni. Da una parte i due imprenditori con i loro alleati, a partire dai Benetton, dall’altra il vertice di Mediobanca, guidata dall’amministratore delegato Alberto Nagel e dal presidente Renato Pagliaro, gli eredi delle tradizioni della casa.

Ora il re è nudo, cioè lo scontro è aperto in vista di una doppia scadenza: l’assemblea Mediobanca, prevista a fine ottobre, e il rinnovo degli incarichi alla guida delle Generali, in particolare dell’amministratore delegato, Philippe Donnet, finora sostenuto da Mediobanca.

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Un numero, in particolare, è significativo: oltre 6 miliardi di euro, l’investimento complessivo di Francesco Caltagirone, Leonardo Del Vecchio e dei Benetton in azioni Generali e Mediobanca. L’Italia è un Paese ricco di capitali e d’imprenditori, ma diventato negli ultimi 20 anni povero di grandi gruppi imprenditoriali. Loro sono tra i pochi sopravvissuti. L’altra considerazione è che hanno deciso d’investire capitali importanti in Generali, che ha una caratteristica analoga: è una delle poche società italiane leader sui mercati internazionali, di straordinaria ricchezza e, come tale, da tempo oggetto dei desideri di capitali esteri, in particolare francesi.

La richiesta della cordata italiana, a fronte d’investimenti così elevati, è di contare nella gestione, sia di Mediobanca sia di Generali. Vedremo come finirà. Certo sono nelle condizioni di far pesare le loro posizioni e ora c’è la conferma che intendono farlo, senza se e senza ma. In proposito si potrebbe ricordare una battuta di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca: «Articolo quinto chi ha il denaro ha vinto». Peraltro contraddetto, almeno in apparenza, da una seconda battuta fulminante dello stesso banchiere: «Le azioni si pesano, non si contano». Caltagirone e Del Vecchio dicono apertamente che l’obiettivo è creare le condizioni affinché Generali «tornino a volare», accusando la gestione Mediobanca e Donnet di non avere come obiettivo principale la crescita internazionale, che si è tradotta nella perdita di posizioni rispetto ai principali concorrenti, cioè i tedeschi di Allianz, la francese Axa, gli svizzeri di Zurich.

È prevedibile che nei prossimi giorni, nel rispetto delle regole, i protagonisti della vicenda dovranno decidere se trovare un compromesso oppure andare alla resa dei conti. L’auspicio, una calda raccomandazione, è che non venga messo in discussione il controllo di capitali italiani sulle Generali. Sarebbe un errore grave non solo per il gruppo assicurativo, ma l’intero Paese. D’altra parte ci sono le condizioni per evitarlo. Le Generali operano in un settore regolato, su cui vigila l’Ivass, che significa Banca d’Italia. È altrettanto prevedibile che la scelta chiave sarà sulla conferma dell’amministratore delegato delle stesse Generali, Philippe Donnet. Caltagirone e Del Vecchio ne chiedono la sostituzione, ritenendola la pregiudiziale per costruire un accordo. Sul fronte opposto la difesa, almeno finora, è totale. La possibilità, per Donnet, è essere confermato in uno scenario di conflittualità permanente con una parte significativa dei grandi azionisti. Ecco perché la tentazione potrà essere di passare alla cassa e uscire di scena. Ma per il momento non ci sono segnali del genere.

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