Interventi

Generare imprese europee per la ricostruzione: la lezione Airbus

di Daniele Archibugi

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(REUTERS)


4' di lettura


Se l’Europa punta alla ricostruzione, bisognerebbe occuparsi non solo delle forme di indebitamento (siano essi il Mes o gli Eurobonds), ma anche delle prospettive di sviluppo. E forse Airbus può fornire ispirazione.
Airbus fu fondata più di mezzo secolo fa, nel 1969. L’iniziativa provenne dai governi francese e tedesco che riuscirono successivamente a coinvolgere anche la Gran Bretagna e la Spagna. Lo scopo della nuova impresa poteva sembrare impossibile: produrre e a vendere aerei commerciali entrando in un mercato che era dominato dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti avevano vinto la Seconda guerra mondiale grazie alla propria supremazia nei cieli e nel dopoguerra avevano sfruttato la loro tecnologia per padroneggiare anche la nascente industria degli aeromobili civili. Le imprese che si contendevano il mercato erano Boeing, Lockheed e McDonnell Douglas. Tutte e tre americane, tutte e tre fortemente sostenute dal loro governo, tanto che riuscivano a procurarsi ricchissime commesse dal Pentagono.
C’era margine per una nuova impresa europea? Era possibile creare una società che non fosse né francese né tedesca, ma un consorzio continentale? E, soprattutto, era possibile produrre aerei senza poter contare sul sostegno del settore militare?
La scommessa era più che arrischiata ma se nel 2019 Airbus è diventata la principale impresa aeronautica al mondo possiamo dire che è stata vinta. Non è stato facile: gli Stati Uniti, per mantenere il proprio primato, hanno avviato un processo di concentrazione industriale tanto che dal 1997 è rimasta sul mercato la sola Boeing. Ancora peggio è andata in Russia, dove l’industria aeronautica civile non è sopravvissuta alla fine della guerra fredda. Che ci sia almeno un concorrente europeo non è buono solo per l’Europa ma per tutto il mondo, Stati Uniti inclusi: potete immaginare quali sarebbero i prezzi e la qualità degli aeroplani se ci fosse un solo monopolista? E possiamo supporre che la qualità e la convenienza dei prodotti sarebbe ancora maggiore se invece di un duopolio ci fosse almeno un oligopolio.
L’affermazione di Airbus non è stata senza conseguenze. I governi europei e quello americano hanno avuto feroci contese sugli aiuti di stato che ciascuna delle due imprese riceveva. Gli Stati Uniti hanno rimproverato agli europei di elargire troppe esenzioni fiscali e donare incentivi per la Ricerca & Sviluppo, gli europei hanno fatto notare quanto le commesse militari che riceveva Boeing nascondessero sussidi. Washington e Bruxelles hanno svolto trattative diplomatiche e si sono sfidate presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. E non poteva essere che così in una disputa commerciale così importante. Ma oggi, oltre ad un gigante americano, ce n’è uno anche europeo.
La lezione di Airbus dovrebbe essere ricordata adesso che discutiamo della ricostruzione europea dopo la crisi del Coronavirus. Uno dei problemi del vecchio continente e che giustifica il bruttissimo appellativo di eurosclerosi è che l’Europa nel suo insieme non è stata più capace di generare nuove imprese continentali nei settori emergenti. Dopo la crisi del 2008, sono nate e cresciute molte imprese che hanno con successo cavalcato le nuove tecnologie digitali: le prime cinque imprese del mondo per capitalizzazione azionaria sono Microsoft, Apple, Amazon, Alphabet, Facebook. Tutte americane, nessuna europea. Tutte nelle tecnologie digitali.
Se nel 2008 l’Europa si fosse ricordata della lezione di Airbus, invece di insistere con una politica d’austerità forsennata, avrebbe capito che la prosperità era associata alla capacità di entrare nei settori emergenti e, nel momento in cui si trovava faticosamente a rincorrere gli Stati Uniti, avrebbe dovuto impegnare le proprie risorse umane e tecnologiche con investimenti comuni. La Cina, che pure è partita da posizioni assai più arretrate di quelle europee, l’ha capito bene: per ogni colosso americano, ha tentato di creare imprese nazionali che, come minimo, contendevano il proprio mercato interno alle concorrenti americane. E imprese come Alibaba, Huawei, Tencet, Baidu sono oggi desiderose di conquistare le proprie posizioni nei prodotti esistenti e di affermarsi in quelli emergenti quali l'intelligenza artificiale. In Europa, invece, non siamo ancora neppure riusciti a farci pagare un equo ammontare di tasse.
Nessuno dei paesi europei, neppure la Germania, ha i muscoli sufficientemente solidi per competere nei settori emergenti. Ma se fosse un progetto europeo, ci si può riuscire come ci è riuscita Airbus più di mezzo secolo fa. Oggi sono tutti d’accordo nel dire che l’Europa deve colmare il divario nelle tecnologie digitali, che può diventare un leader mondiale nelle innovazioni a tutela dell’ambiente, che potrebbe usare il suo robusto sistema sanitario per sviluppare nuove competenze nella genetica e nella diagnostica. Ma questi obiettivi si possono creare solo con le imprese: senza Airbus, non ci sarebbero stati aerei europei. Vi è ora l’opportunità di utilizzare le risorse della Banca europea per gli investimenti per avviare nuove imprese in questi settori.
Si obietterà, a ragione, che per creare grandi imprese di quel tipo occorrono anche le condizioni politiche per evitare che siano stritolate dai governi che sostengono le loro concorrenti. Sì, è proprio così. Ma questo dovrebbe essere un ulteriore incentivo per rafforzare quell’Unione Europea così tanto evocata e così poco costruita.

Daniele Archibugi, economista, è direttore dell'Irpps-Cnr a Roma ed è Professore di Innovation, Governance and Public Policy all'Università di Londra, Birkbeck College.

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