letture

Genericamente, storie di identità, di genere, e di amore

Poter essere o poter fingere di essere, questo è il dilemma. Soprattutto per chi vuole soltanto esprimere la propria creatività

di Guido De Franceschi

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Cabinet card, 1880 circa, 167 x 109 mm. Provenienza Usa

Poter essere o poter fingere di essere, questo è il dilemma. Soprattutto per chi vuole soltanto esprimere la propria creatività


6' di lettura

Come se non bastasse il rampicante della discriminazione, c'è anche la xylella della suscettibilità a tutti i costi. E, insieme, queste due piaghe rischiano di accoppare il prezioso albero coltivato da chi vuole che ciascuno abbia pari opportunità, quali che siano il genere (inteso come gender) a cui si sente di appartenere e il suo orientamento sessuale.

La discriminazione è un male antico, di cui tutto si sa. Invece la ipersuscettibilità – che corrode tutti i pilastri della società contemporanea e che è splendidamente dissezionata, senza anestesia, da Bret Easton Ellis in Bianco (Einaudi) – quella è proprio una “novità” connaturata alla nostra epoca e porta a estremizzazioni, perlopiù nominalistiche, che avvelenano il terreno arato dai gender studies. E meno male che, a un certo punto, qualche benemerito ha posto il simbolo matematico dell'addizione in coda a quell'acronimo potenzialmente infinito, LGBTIQA+, arrestando così la proliferazione di lettere che, in un delirio tassonomico, lo stava rendendo inutilizzabile in contesti mainstream.

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Fotografia senza data, 89 x 65 mm(Usa)

D'altronde, questa è un'epoca in cui ciascuno – nel ruolo di direttore editoriale, art director, regista, sceneggiatore e interprete di se stesso – impagina con testi, immagini (perlopiù selfie) e stories il racconto della sua vita, pubblicandolo sui social. E così, in questo tempo di grande controllo sulla (sovra)esposizione in pubblico della propria identità, ogni “categoria” che sia più ampia dell'“io”, se calata dall'esterno, sembra un'intollerabile deformazione della propria specificità, anche quando l'eventuale imprecisione della definizione non abbia niente di offensivo.

Qui non ci si vuole addentrare in questioni politiche o etiche, ma si cerca soltanto di capire come possa ancora funzionare – attraverso parole, musica e immagini – il racconto del nostro mondo complicato. Infatti, questa è anche un'epoca in cui chi racconta per mestiere, per esempio gli scrittori o i registi, è fatalmente attratto dall'autobiografismo. E oltretutto, se qualcuno si incapricciasse di rinnovellare quell'antico genere letterario noto come “romanzo”, e quindi di raccontare qualcosa di distante dalla propria esperienza personale, rischierebbe facilmente, soprattutto Oltreoceano, l'accusa di appropriazione culturale o di mansplaining letterario – e, attenzione, perché, uscite dalla forgia sempre rovente delle suscettibilità incrociate, già serpeggiano in Rete contraccuse di womansplaining (“maternalismo”) e di “eterofobia”.

Fotografia del 1951, 121 x 83 mm

Anzi, si può incorrere in sanzioni morali anche soltanto se, da attori, si interpreta un ruolo, come è successo a Halle Berry, che ha dovuto rinunciare a impersonare un personaggio di genere non-binario, perché “un ruolo transgender deve essere interpretato da un attore transgender”. Ah, sì? Intanto, qualche settimana fa, il Festival del cinema di Berlino ha annunciato l'introduzione dell'Orso genderless: d'ora in poi, i premi per il miglior attore e per la migliore attrice saranno sostituiti da un Orso d'argento per la migliore interpretazione da protagonista e da un Orso d'argento per la migliore interpretazione da non protagonista, due trofei che potranno quindi essere assegnati indistintamente a un uomo, a una donna o a chi si riconosca in un genere non-binario.

L'obiettivo è una maggiore inclusività, ma il risultato non è troppo dissimile dai battibecchi, ormai d'antiquariato eppure ancora miserabili, riguardo a quali bagni del Parlamento avrebbe dovuto utilizzare la deputata Vladimir Luxuria. Ma come? Una transgender accede finalmente a Montecitorio e si finisce a parlare di cessi? E perché mai, qualora un interprete appartenente a un genere non-binario competesse per un riconoscimento, si dovrebbe finire per discutere del sesso degli Orsi, invece di dargli, intanto, il premio che merita, magari “forzandone” la denominazione? E lo sappiamo già – vero? – che se il primo Orso genderless lo vincerà un uomo si griderà al ritorno del patriarcato? E che se lo vincerà una donna gli interpreti di genere non-binario si offenderanno, per la decisione poco coraggiosa? E che se lo vincerà un interprete di genere non-binario la prima donna che dirà “bah!” si prenderà della “femminista transfobica”?

John e Geo, Provenienza Usa

E che, in ogni caso, la scelta della giuria sarà vista come “viziata”, con grande nocumento per il vincitore? Ed eterne saranno le polemiche in seguito alle condizioni annunciate dall'Academy perché un film possa competere per gli Oscar – che prevedono una composizione “inclusiva” del cast e della troupe, secondo variabili estremamente complesse.

Viene allora da rivalutare una di quelle performance di Mike Bongiorno per descrivere le quali si rimpiange di non avere in italiano l'equivalente dell'espressione spagnola “vergüenza ajena”, che è (mal) traducibile come “imbarazzo per conto terzi”. È il 1983 e nel programma Superflash, su una neonata Canale 5, ci sono ospiti i Culture Club. Mike intervista Boy George e, dopo un'introduzione zeppa di commenti da brivido ecco il patatrac, quando gli chiede, tra cento ammiccamenti al pubblico: «Leggo qui che sei stato votato come migliore cantante uomo e come migliore cantante donna e vorrei sapere quale dei due premi preferisci». E Boy George, con un sorriso ineffabile: «Both!» («Entrambi»).

Ora, le questioni di genere e le leggi che devono regolamentarle, per proteggere tutti i cittadini e correggere ogni discriminazione, sono una cosa seria, e per capire quanto la politica italiana venga da una storia molto imbarazzante al riguardo basta leggere Stai zitta e va' in cucina e Ho molti amici gay di Filippo Maria Battaglia (Bollati Boringhieri). Ma nel campo della creatività – e quindi della letteratura, della musica, del cinema, della televisione – più che il sostantivo gender dovrebbe forse essere preservato uno degli aggettivi che più spesso lo accompagnano: fluid.

Cartolina, 1910 circa, 90 x 141

E quindi la libertà, fluida e pressoché assoluta, di raccontare e di interpretare chi si vuole; di fingersi, quindi, qualcun altro; di raccontare in prima persona (vera o fittizia), al singolare o al plurale; di narrare, invece, in terza persona e addirittura, per i pochi che sono capaci di farlo, in seconda persona; di essere concentrati sul proprio punto di vista autobiografico o di provare a farsi onniscienti; di essere cantanti sopranisti e di essere una donna che canta spartiti pensati per uomini, ancorché evirati; di essere di Pinerolo e avere i dreadlocks e suonare il reggae; di essere un uomo e recitare la parte di una donna, di essere trans e interpretare un personaggio maschile, di essere una donna e recitare il ruolo di un o di una transgender; di creare personaggi politicamente scorretti e anche disgustosi, violenti, razzisti; di essere i fratelli Wachowski, e di presentarsi come “The Wachowski brothers”, girare Matrix e poi diventare le sorelle Wachowski, ma presentarsi, più genericamente, come “The Wachowskis” e girare altri film; di essere Elena Ferrante e non far sapere a nessuno se sei un uomo o una donna o tutti e due; di fare un magazine come IL che ha la parola “maschile” come sottotestata, ma che poi, e per capirlo basta scorrerne la gerenza e sfogliarne le pagine, è moltissimo altro, al di là di un “periodico maschile”; di essere eterosessuali e di scrivere un gay novel, di essere omosessuali e di scrivere una storia etero, di essere quello che si vuole e di rifiutare etichette gender per il proprio romanzo o il proprio film o il proprio disco, perché le etichette sono ghettizzanti; o, al contrario, di rivendicare quelle etichette, con orgoglio militante. E, alla fine, avere la possibilità di vincere uno dei premi in palio. O magari di vincerli both, i premi. Proprio come Boy George.

LOVING. Una storia fotografica
5 Continents Editions 2020, 336 pagine, 49 euro, con 320 illustrazioni, disponibile dal 14 ottobre

SE MI ABBRACCI NON AVRÒ PAURA
Hugh Nini e Neal Treadwell hanno raccolto in tutto il mondo 2.800 fotografie private di sconosciute coppie maschili. In queste immagini – che vanno da metà Ottocento a metà Novecento – il sottotesto amoroso, talvolta del tutto esplicito (in un caso, addirittura con un cartello “Not married but willing to be”), è altrimenti suggerito da segnali che si impara presto a individuare. «Abbiamo la regola del 50/50», scrivono Hugh e Neal. «Dobbiamo credere cioè che esista almeno il 50 per cento di probabilità che i due soggetti abbiano un coinvolgimento sentimentale. Ebbene, ci sono poche immagini 50/50 nella nostra collezione e nessuna in questo libro». Sì, perché ora la loro raccolta sfocia in un volume davvero bello, che mostra come un sentimento allora “proibito” ovunque, pur passando attraverso epoche, aree geografiche e classi sociali del tutto diverse, si manifestasse invece con tratti così ricorrenti – che sono poi i tratti, sempre così ovvii e sempre così stupefacenti, dell'amore.

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