la città di Fabrizio de andré

Genova di suoni e parole

di Giuseppe Lupo

Labirintica. Uno scorcio di Genova di Patrizia Traverso

4' di lettura

Tetti, comignoli, campanili, finestre, terrazze, soprattutto gru metalliche e ponteggi in legno racchiudono lo sguardo di una Genova che si apre all’azzurro del mare ma poi subito si ritrae, come una conchiglia gelosa di mostrarsi agli occhi forestieri che cercano qualcosa di non dichiarato fra le rughe dei suoi vicoli o la luce delle sue architetture, qualcosa che appartiene al fascino di una città mercantile e avventurosa, metà appesa alle colline che salgono alle sue spalle e metà distesa sui vialoni a ridosso del litorale.

Tra questi due estremi - la verticalità delle colline e l’orizzontalità del golfo - consiste il senso di una Genova che sfugge perennemente a ogni tipo di classificazione: è un labirinto di muri e di vento, è la continua speranza (o attesa) di fissare da qualche parte il tempo - così come si fissa uno straccio a un chiodo, come si tira in secca una barca consumata dalla salsedine -, ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di riuscirci: la piazza dove affaccia una chiesa (quella di San Matteo, per esempio, dove fu giustiziato un sottufficiale della Repubblica genovese reo di aver rubato la gran spada d’onore all’ammiraglio Andrea Doria) o la facciata di un palazzo arricchito di statue (prendiamone uno: il palazzo dei Giganti) o una piccola stazioncina ferroviaria (quella di Sant’Ilario,) o un’imbarcazione portata nei cantieri per essere smantellata.

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Genova racconta se stessa, i suoi segreti, le sue ambizioni tradite, le sue aspirazioni di libertà, in questo gioco a nascondino che i suoi monumenti ingaggiano con la Storia. E anche quando lo sguardo non trova il riposo cercato nelle architetture e nei monumenti, esistono due risorse naturali - il cielo e il mare - che sono il completamento di un tutto dal sapore contraddittorio delle partenze e dei ritorni, dei silenzi e degli indugi.

Genova sarebbe troppo banale definirla mediterranea. Sicuramente lo è, ma nei termini esclusivi di un luogo che appartiene alla condizione di una mediterraneità vissuta per accumulo, per sovrapposizioni. C’è il Mediterraneo di un medioevo glorioso e repubblicano, c’è il Mediterraneo di Cristoforo Colombo, c’è il Mediterraneo di Giuseppe Garibaldi (che partì dallo scoglio di Quarto per la sua più clamorosa impresa) e quello che solcavano i piroscafi diretti nelle Americhe, c’è infine il Mediterraneo delle lingue contami-nate, di cui Genova, con i suoi innesti dialettali, è un dizionario a cielo aperto.

Di questa città ci si può innamorare come di una donna e provare quella stessa passione che è nella voce di Fabrizio De André e che, andando via, ha lasciato tutti con la sensazione di un racconto rimasto non concluso. Lo avevamo sospettato da sempre, ascoltando le sue canzoni, ma ora che leggiamo Genova è mia moglie di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti è legittimo credere che questa città non sia stata solamente il luogo di nascita e di appartenenza, ma l’alfa e l’omega di quel tutto che nel caso di De André chiamiamo musica, ma che sarebbe meglio definire manifesto di una identità. Diciamo per intero: Genova è un universo femminile, com’è nella tradizione di ogni luogo che ti avvolge e ti abbandona, ti sussurra e zittisce.

Facendosi aiutare da fotografie e didascalie (molte delle quali desunte da appunti dello stesso De André), gli autori di questo libro sono riusciti a catturare lo sguardo trasognato e incalzante come il timbro di molte sue ballate, hanno sorvolato tetti, hanno percorso marciapiedi, hanno sostato nei giardini restituendoci gli echi di parole che da quei luoghi sono finiti nei testi. La Genova che ci raccontano è una città totale: comprende le case signorili di Pegli e la fontana di Piazza De Ferrari, il manicomio di Quarto e il teatro Carlo Felice, lo stadio Luigi Ferraris e il quartiere della Foce, la banchina del Ponte dei Mille e gli intonaci enigmatici di Via del Campo. E ci sono pure le ville ottocentesche, le spiagge flagellate dalle onde, i forni, gli ospedali, i cimiteri.

Soprattutto è un luogo interiore, su cui si è posato, ad accarezzarlo, lo sguardo di De André, che appare sempre sospeso nel tempo - quando il tempo perde i caratteri della finitezza e si allunga nell’infinito del mare -, ma poi si rifugia nel sottosuolo dove sono conservati i ricordi, i legami. Sicché tutto concorre all’idea che Genova è mia moglie non può essere altro se non un viaggio nella coscienza di un artista che ha attinto al quotidiano e alla cronaca, ma poi ha saputo andare oltre l’apparenza e la superficie e ci ha restituito una sorta di mitologica appartenenza a un destino di viaggiatori meravigliati e rapiti dal mistero di una lingua che a volte ha assunto l’andamento di una ballata medievale, altre volte di una filastrocca grottesca, altre volte ancora di un’epica malinconia.

Tutti siamo diventati cittadini di Genova ascoltando le canzoni di De André e abbiamo riconosciuto in esse qualcosa di immancabile nella nostra epoca. Ora che alcune di quelle parole hanno incontrato le fotografie siamo in grado di dare un colore, una sfumatura, una forma a ciò che prima abbiamo solo immaginato.

Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti, Genova è mia moglie, Rizzoli, Milano, pagg.195, € 22

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