intervista

George Amar: «Il futuro è una sfida poetica»

di Guido Romeo

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2' di lettura

“Il futuro è una sfida poetica” non è l'avvertimento che ci si aspetterebbe da George Amar, ingegnere e docente di Design e innovazione all'Ecole de Mines ParisTech, ex direttore Ricerca e Sviluppo dell'azienda dei trasporti pubblici parigini Ratp e autore del libro Homo Mobilis. “Intendo “poetica” nel senso di lavoro sulle parole e sui concetti che esse veicolano – spiega Amar, che interviene stasera al primo appuntamento del ciclo Around Mobility co-creato da Meet e Fondazione Bassetti – “mobilità” è per esempio una parola che non esisteva solo 20 anni fa nel senso che la intendiamo oggi e che molti riconducono ancora a “trasporti”».

Mobilità è una parola centrale del lavoro di Amar perché al centro della ridefinizione delle nostre organizzazioni sociali imposte dalla tecnologia, in primis ci sono la rete digitale e i device mobili. «Noi oggi stiamo attraversando un fiume – spiega – vediamo la sponda che abbiamo lasciato e intravediamo quella verso la quale ci muoviamo e che cerchiamo di descrivere con parole nuove che andiamo elaborando mentre avanziamo».

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Sulla vecchia sponda è certamente rimasta la parola “trasporto” che per secoli ha indicato lo spostamento da A a B e quindi ha come parametro fondamentale la velocità. La tecnologia ha imposto un cambio di paradigma che investe tutte le attività della nostra società nella quale i luoghi e le attività sono incardinate a tre parametri fondamentali: la posizione geografica; la funzionalità; il significato simbolico. «Parliamo di “mobilità” e di homo mobilis ogni volta che uno di questi tre parametri viene meno e, se ci guardiamo intorno questa ristrutturazione avviene su piani sempre più ampi. Il lavoro non avviene più solo in fabbrica o in ufficio, lo studio e l'apprendimento non è più a scuola e il corteggiamento non richiede un luogo fisico. Siamo sempre più confrontati con situazioni e ruoli ibridi, mal descritti dalle parole che abbiamo lasciato sulla riva che abbiamo abbandonato».

Ma dove avviene questo lavoro poetico innescato dalla tecnologia e chi lo conduce? «Molto spesso avviene nelle aziende. Apple ne è un esempio perché creando lo smartphone avevano ben chiaro che non stavano creando un telefono ma uno strumento molto più complesso e importante nel suo impatto. Ogni volta che definiamo “smart” qualcosa, che sia un'auto o un elettrodomestico, stiamo in realtà dicendo che siamo di fronte a un enigma che non sappiamo ancora definire appieno. Siamo di fronte a una crisi di concetti che, per certi versi, assomiglia a quello che abbiamo visto alla fine degli anno '90 sul fronte dell'identità di genere e che Judith Butler descrisse nel suo Gender Trouble».

La riprogettazione concettuale è necessaria all'elaborazione di nuove norme che in alcuni paesi stanno già arrivando. In queste settimane, per esempio, il parlamento francese, sta votando la legge Pacte che dovrebbe permettere alle imprese di investire con scopi diversi da quelli della sua missione principale, ampliando moltissimo il settore della responsabilità sociale. «Purtroppo è difficile progettare luoghi dove queste riflessioni avvengano – conclude Amar – la politica è spesso indebolita e in ritardo su questi temi, mentre l'Università fatica a mantenere la leadership di fronte ad aziende molto più rapide nel portare sul mercato le proprie innovazioni».

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