a giorni la missione del governo

Geraci: «In Cina a caccia di risorse per Alitalia, porti e digitale»

di Carmine Fotina


Italia-Cina, obiettivo investimenti diretti: da Alitalia ai porti

4' di lettura

Alitalia, infrastrutture, porti, digitale. Ci sono alcune chiare priorità nella missione che vedrà impegnato in Cina, tra fine agosto e i primi giorni di settembre, il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci. In parallelo alla missione del ministro dell’Economia Giovanni Tria, il sottosegretario Geraci avvierà un giro di incontri da proseguire a settembre e novembre insieme alle imprese in occasione delle fiere di Chengdu e Shanghai. C’è l’obiettivo di aumentare il nostro export, fino a raddoppiare gli attuali 16 miliardi di dollari, e c’è fiducia di poter aumentare la quota di investimenti diretti.

Alitalia potrebbe essere la prima grande occasione?

È sicuramente un dossier su cui verificheremo l’interesse di partner strategici. Compagnie cinesi che possano rilevare una quota fino al 49%, perché il governo intende comunque mantenere la maggioranza in mani italiane. Vedremo. Sarebbe molto importante, in passato Alitalia è stata solo salvata ora noi intendiamo rilanciarla. Per questo non cerchiamo trader ma investitori del settore con un progetto strategico. La nostra compagnia può essere una soluzione interessante per i cinesi perché l’Italia farebbe loro da hub per il Mediterraneo, l’Africa, il Sud America.

Che cos’altro includerà l’offerta italiana?

Incontrerò rappresentanti del governo, di grandi gruppi e di fondi di investimento potenzialmente interessati ad asset infrastrutturali ed industriali. Tra le altre carte nel portafoglio ci sono i nostri porti ed interporti, a partire da Trieste. Non pensiamo a svendere gli asset ma a trovare soluzioni che ci permettano di giocare da protagonisti nel progetto cinese della Nuova Via della Seta. Io dico che l’Italia può esserne il terminale ideale, al posto di Rotterdam. Lo sviluppo di grandi infrastrutture va considerato al pari di grandi investimenti greenfield, in cui ahimé l’Italia è terribilmente indietro rispetto ad altri paesi europei.

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Da quali livelli partiamo?

Le operazioni cinesi in Italia si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle acquisizioni. Dei 25 miliardi di dollari entrati in Italia negli ultimi 10 anni, neanche 2 miliardi sono stati investiti in attività greenfield, contro 6 miliardi nel Regno Unito, 1,4 miliardi in Germania e addirittura 1,8 in Ungheria. Nell’ambito della “Task Force Cina” che abbiamo appena lanciato al ministero dello Sviluppo a questo scopo valuteremo anche se ricalibrare il regime degli incentivi fiscali e regolamentari.

La Task Force operativa al ministero si occuperà anche di favorire gli investimenti cinesi in titoli di Stato?

In un ambito di approccio sistemico certo, potrebbe rientrarci. Anche se non è l'obiettivo della mia missione.

Nella missione cinese si coordinerà con Tria?

Ci tengo a dire che sono due missioni parallele ma con obiettivi diversi. È importante comunque che nei confronti della Cina l’Italia appaia finalmente decisa ad avere un approccio sistemico. Ho vissuto in Cina per molti anni e credo che questo mercato finora non abbia percepito l’Italia come un vero sistema-Paese. Pechino ha lanciato progetti strategici come la Nuova Via della Seta e Made in China 2025, che per l’Italia presentano certamente dei rischi - come concorrente manifatturiero - ma anche delle imperdibili opportunità. Tengo a sottolineare che siamo aperti a investimenti che ci portano valore, non che ce lo tolgono, e che ne creino anche per chi arriva. Il discorso è comunque molto più ampio e vale anche per l’interscambio in cui possiamo fare decisamente meglio.

Ci dia qualche numero.

Con un approccio di lungo respiro credo che si potrà annullare il deficit commerciale. Ci sono stati segnali di miglioramento ma non bastano. Oggi vendiamo in Cina per circa 15-16 miliardi di dollari e importiamo per 32. Sarei contento se riuscissimo addirittura ad aumentare l’import ma dobbiamo e possiamo almeno raddoppiare l’export. Le faccio qualche esempio. Ad oggi la Francia esporta circa il 35% in più dell’Italia in termini assoluti, la Svizzera più del doppio e la Germania cinque volte di più. È evidente che abbiamo margini per crescere enormi in diversi settori, penso innanzitutto all’agrifood e, in parte, anche alla meccanica.

L’obiettivo è chiaro. Ma come pensate di concretizzarlo?

Innanzitutto proponendo alla Cina il “brand Italia” in modo più organico di quanto fatto in passato. Con missioni frequenti, ne farò altre due o forse tre già entro l’anno. E con la revisione di budget ed iniziative promozionali. Circa venti milioni destinati alla Cina su quasi 180 milioni annui sono davvero troppo pochi.

Abbiamo un problema di capacità distributiva in Cina?

C’è obiettivamente un problema di imprese condizionate da economia di scala o paure nel momento in cui valutano un possibile approdo sul mercato cinese. Per questo il governo deve fare sentire la sua presenza costante a supporto. Poi c’è il tema dei canali distributivi digitali, che sarà di certo affrontato nelle prossime missioni. Dobbiamo recuperare il ritardo ed intendiamo portare avanti la partnership con il portale di Alibaba per far crescere la presenza delle Pmi italiane attraverso l’online.

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