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Germania, dall’auto alla chimica 85mila lavoratori in esubero

Dall’auto alla chimica, i grandi gruppi vivono una fase di «recessione industriale». La via d’uscita è dare a Berlino una economia trainata dalla domanda interna

di Isabella Bufacchi


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4' di lettura

Sono circa 85mila i dipendenti a tempo pieno che lasceranno il posto di lavoro nei prossimi anni in dieci grandi gruppi tedeschi, nell’ambito di maxi-piani di ristrutturazione e taglio dei costi attraverso ambiziosi programmi di pre-pensionamento, uscite volontarie incentivate o licenziamenti concordati con le potenti forze sindacali. L’ultimo annuncio su mega-esuberi è di Deutsche Bank lo scorso 7 luglio: 18mila dipendenti in meno entro il 2022 dagli attuali 90.800, di cui 900 - si è scoperto ieri a corollario di 3,15 miliardi di perdite nette una tantum nel secondo trimestre - hanno già perso il posto nell’ambito di un draconiano piano di ristrutturazione. Commerzbank sta facendo qualcosa di simile in un piano quadriennale: mira a 5.300 esuberi entro il 2020, calando a quota 38mila.

I super-esuberi

L’industria dell’auto tedesca non è da meno: Volkswagen lo scorso marzo ha annunciato riduzioni tra 5.000 e 7.000 unità; Daimler, reduce da quattro profit warning in un anno, ha chiuso per la prima volta in 10 anni il secondo trimestre in rosso per 1,2 miliardi causa “voci straordinarie” e gli esperti prevedono 10mila dipendenti in meno (non confermati). Bmw ha annunciato che ridurrà 4.000 unità «con pensionamenti e pre-pensionamenti, senza licenziamenti». Banche e auto sono settori di punta che attraversano, anche in Germania, una crisi esistenziale e la ricerca di nuovi modelli di business per aumentare la redditività sta imponendo riconversioni e ristrutturazioni che comportano a massicci tagli dei costi e dunque della forza lavoro.

Sono altri tuttavia i super-esuberi che fanno notizia in Germania: 6.000 tagliati entro il 2021 e annunciati da Basf lo scorso giugno, 6.000 in ThyssenKrupp resi noti a maggio, prima 10.000 e poi altri 2.700 in Siemens emersi negli ultimi mesi, 3.000 in SAP. A questi si sommano 4.500 esuberi in Germania confermati di recente da Bayer, nell’ambito dei 12mila su scala mondiale (10% sul totale) annunciati a fine 2018. «Non c’è motivo di entrare in panico per i licenziamenti di Deutsche Bank o Basf - si affretta a commentare Marcel Fratzscher, a capo dell’influente think tank DIW -. L’economia tedesca resta robusta e continuerà a creare posti di lavoro per compensare gli esuberi. Il governo federale tuttavia deve avviare un piano di investimenti perché il vero rischio è un’escalation della guerra commerciale: dopo la Cina il prossimo bersaglio di Trump potrebbe essere la Germania».

Bilanci a rischio

La catena dei profit warning continua però ad allungarsi, i cali dei titoli in Borsa si fanno più pesanti, le vendite e i ricavi barcollano, gli utili sono risicati e i bilanci a rischio di tingersi di rosso. I  big della Germania manifatturiera stanno accusando il colpo del rallentamento economico e della minor crescita del commercio globale. E non potrebbe essere altrimenti,le esportazioni pesano ancora al 47,1% sul Pil tedesco (2018). Le incertezze sul commercio mondiale provocate dal rischio della guerra dei dazi Usa-Cina e Usa-Europa, la brusca frenata della crescita in Cina, la globalizzazione con il fiato corto, il pericolo della no-deal Brexit, la rivoluzione tecnologica (solo nel settore auto la e-mobility, i motori ibridi, elettrici e la guida autonoma), sono le grandi turbolenze che mettono alla prova l’industria tedesca. Usa e Cina sono i due più importanti partner commerciali della Germania, dopo l’Europa, dopotutto.

Il settore manifatturiero è in “recessione industriale”. E secondo un recente studio di KFW, la Cdp tedesca, una ripresa della crescita del Pil tedesco «è difficilmente concepibile senza un’immediata fine della recessione industriale». Philipp Scheuermeyer, economista di KFW interpellato dal Sole24Ore, tuttavia sdrammatizza: «Il mercato del lavoro tedesco è più stabile della produzione. Sebbene la quota dell’industria manifatturiera sul Pil sia rimasta stabile, quella sull’occupazione è calata in maniera marcata: un terzo dei posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni proviene da sanità, assistenza sociale, scuola e pubblica amministrazione. E gli ultimi importanti annunci di esuberi nelle grandi imprese manifatturiere coincidono con la carenza di personale qualificato in altri settori: un forte aumento della disoccupazione è altamente improbabile, anche se la moderazione nel settore manifatturiero dovesse intensificarsi».

Oltre all’aumento dei posti di lavoro nei servizi e simili (vanno bene Beiersdorf,Fresenius SE & Co, Wirecard, Adidas) c’è anche il maggior ricorso ai contratti a breve termine, a lavoratori presi in “affitto” per colmare vuoti temporanei. Le leggi sul lavoro sono stabilizzatori sociali e le imprese, a causa della carenza di personale qualificato, licenziano meno nel timore di non ritrovare la manodopera con la ripresa.

A tutto questo vanno poi aggiunti fattori temporanei, come il Dieselgate e i nuovi standard europei anti-inquinamento che hanno rallentato l’industria dell’auto (e poi a cascata altri comparti come chimica, elettronica, da Basf a Siemens) oppure il basso livello dei fiumi che colpisce il trasporto fluviale.Il ceo di ZF, produttore tedesco di componentistica auto, Wolf-Henning Scheider, ha dichiarato in una recente intervista che «tutti i mercati delle auto e dei veicoli commerciali stanno diventando più piccoli, la fase di crescita la consideriamo finita per qualche anno e ci stiamo adattando: non faremo esuberi quest’anno ma non potremo aumentare la forza lavoro come previsto».

Modello da cambiare?

L’Fmi vede la Germania in crescita dello 0,7% quest’anno (rispetto allo 0,8% previsto in aprile) contro il 2,2% del 2017 e l’1,4% del 2018 ma già in ripresa nel 2020 all’1,7% (+0,3% rispetto ad aprile). Ma c’è anche chi lancia l’allarme. «Sono più preoccupato per la Germania che per l’Italia - dice al Sole24Ore Samy Chaar, economista di Lombard Odier -. La Germania va troppo orgogliosa del suo modello economico basato su competitività ed export, e non vuole cambiarlo: ma andava bene negli anni ’80 e ’90. La Germania deve diventare un’economia trainata dalla domanda interna, deve poter soddisfare l’offerta degli altri. Ed è in ritardo, deve trasformare la sua economia e cambiare identità, fare riforme strutturali coraggiose per irrobustire la domanda interna con più investimenti in infrastrutture, educazione, formazione, tecnologia e digitale. Una trasformazione che richiederà dai 10 ai 25 anni. Meno disciplina fiscale, meno offerta e più domanda, solo così la Germania può trainare la crescita e l’Unione Europea».

Riproduzione riservata ©
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    Isabella Bufacchivicecaporedattore corrispondente dalla Germania

    Luogo: Francoforte, Germania

    Lingue parlate: inglese, francese, tedesco, spagnolo

    Argomenti: mercato dei capitali, ECB watcher, fixed income e debito, strumenti derivati, Germania

    Premi: Premio Ischia Internazionale di Giornalismo per l’analisi economica, Premio Q8 per giovani giornalisti economici

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