editorialetra lavoro e scelte strategiche

Germania, il doppio volto della flessibilità

di Isabella Bufacchi

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5' di lettura

L’accordo raggiunto a Stoccarda tra il sindacato dei metalmeccanici tedeschi IG Metall e l’associazione dei datori di lavoro Südwestmetall, siglato proprio ieri in via definitiva, ambisce a divenire in Germania una pietra miliare della flessibilità, per il mondo dei lavoratori e per le imprese.

Si tratta di un compromesso che mira ad affrontare le molteplici sfide, dall’invecchiamento della popolazione alla rivoluzione tecnologica, dalla globalizzazione al welfare: entra in gioco il diritto legale per il lavoratore alla settimana di 28 ore abbinata per la prima volta alla certezza del ritorno alle ore lavorate in precedenza e maggiori margini di manovra per il datore di lavoro sulle 40 ore settimanali. Ma intanto sul mercato del lavoro tedesco grava l’incognita dell’accordo per la Grande Coalizione tra Cdu-Csu e Spd che va nella direzione opposta alla flessibilità con più rigidità per combattere l’abuso dei contratti a tempo determinato: una stretta ispirata dal settore pubblico ma che travolgerà il settore privato, tanto che si è alzato già l’allarme degli imprenditori che temono contraccolpi «per tutta l’economia e rischi alla competitività».

Il mercato del lavoro in Germania ha comunque avviato una piccola, grande rivoluzione per tenersi al passo con i tempi in un momento di boom economico e di profitti da urlo di molte imprese del Paese.

Accordo IG Metall: più flessibilità per tutti

Nel primo accordo di IG Metall, destinato a estendersi ai 3,9 milioni dei lavoratori nel settore metalmeccanico ed elettronico ma non solo (è già entrato nelle trattative del settore pubblico) i lavoratori hanno rinunciato a un aumento salariale più alto per acquisire una flessibilità garantita: chi ha necessità di stare in casa per accudire figli e genitori anziani ha ora il diritto “legale” a ridurre l’orario di lavoro fino a 28 ore settimanali con contestuale taglio dello stipendio, per un periodo da sei mesi a due anni, per poi ritornare alle 35 ore, un ritorno garantito e blindato. Anche i datori di lavoro hanno acquisito maggiore flessibilità per poter ricorrere a un uso più esteso della settimana a 40 ore per tamponare al meglio l’eventuale ammanco di ore, soprattutto nella manodopera qualificata che è carente. L’accordo prevede inoltre un pacchetto di aumenti salariali: anche qui, con flessibilità. Un incremento del 4,3% lineare che copre inflazione e produttività e due tranche aggiuntive di aumento, una di 400 euro che può essere sospesa o cancellata dall’azienda in difficoltà, l’altra pari al 27% della remunerazione mensile alla quale il lavoratore può rinunciare per prendere fino a 8 giorni di riposo: un pacchetto che vale in media stipendi più alti del 3,5-3,2 per cento.

Il diritto legale del dipendente di ridurre le ore di lavoro per esigenze particolari «è sempre esistito» ma finora non c’era il diritto di tornare al numero delle ore precedenti dell’orario pieno, spiega Nico Fickinger, direttore generale di Nordmetall, l’associazione degli imprenditori metalmeccanico-elettronico nel Nord (Amburgo, Brema, Schleswig-Holstein, Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Bassa Sassonia nord-occidentale). «Prima di questo accordo le aziende erano in difficoltà perché dovevano colmare temporaneamente le ore di lavoro fatte in meno rispettando limiti molto stringenti sull’aumento del volume delle ore di altri dipendenti», sottolinea. Ora il datore di lavoro può aumentare i contratti fino a 40 ore, ma con un modello concordato «molto complicato, che forse risulterà troppo complesso: lo metteremo in pratica per due anni e vedremo se funziona», aggiunge Fickinger, alla guida di un’associazione che rappresenta aziende come Airbus, Premium Aerotec, Daimler/Mercedes-Benz, Siemens, Philips, cantieri Meyer Werft, Lürssen e ThyssenKrupp Marine Systems.

Il sindacato canta vittoria. «Questo accordo collettivo segna un punto di svolta nell’orario di lavoro - afferma un portavoce di IG Metall contattato dal Sole 24 Ore -. La flessibilità è sempre stata un privilegio dei datori di lavoro. Per la prima volta i dipendenti possono usare requisiti vincolanti per ottenere meno ore di lavoro, per loro e i loro familiari». Una svolta rispetto al passato? «Il sindacato ha chiesto più flessibilità per i lavoratori che devono affrontare situazioni speciali nella loro vita, questi accordi erano estremamente rari in Germania», sostiene Jens Suedekum, docente al Düsseldorf Institute for Competition Economics (Dice).

Il portavoce di IG Metall insiste: «È una pietra miliare per un mondo del lavoro più moderno. Il nostro sindacato ha raggiunto i suoi obiettivi, dando al lavoratore l’autodeterminazione per trovare una migliore compatibilità tra famiglia e lavoro: tutti, anche la manodopera qualificata, hanno ora la facoltà di ridursi l’orario di lavoro senza il consenso del datore di lavoro». Stefan Schilbe, chief economist di Hsbc ed esperto di Germania, non la vede così: «È vero che i lavoratori possono ridurre l’orario ma il datore di lavoro può bloccarli per evitare la perdita di lavoro qualificato indispensabile. Il datore di lavoro può aumentare la quota dei contratti di 40 ore settimanali dall’attuale limite del 18% dei dipendenti fino al 30% in mancanza di manodopera qualificata».

Contro gli abusi (e l’economia)

Se la Grande Coalizione tra Cdu-Csu e Spd dovesse andare avanti, è in arrivo una stretta forte al ricorso ai contratti a tempo determinato, con o senza motivazione, con limitazioni nel numero dei rinnovi, nella percentuale sul totale dei dipendenti e nella durata, per evitarne gli abusi. Un giro di vite per tutte le aziende con più di 75 dipendenti, spinto con vigore dal partito socialdemocratico, che però potrebbe avere ricadute negative per l’intera economia se dovesse essere convertito in leggi molto dure. Il diavolo sta nei dettagli. Lo scopo primario di queste restrizioni nell’accordo GroKo è quello di limitare eventuali abusi del contratto a tempo determinato che si manifestano soprattutto nel settore pubblico, ma le rigidità in arrivo coinvolgono anche il settore privato, con implicazioni pesanti per tutte le aziende.

«I contratti a tempo determinato senza causale ora possono essere fatti per un periodo di due anni e, sempre entro questo arco di tempo, rinnovati fino a tre volte: le aziende ricorrono a questa modalità non per un capriccio, ma per snellire i tempi e avere più sicurezza giuridica, perché le motivazioni possono essere comunque contestate», spiega Fickinger. Ma i nuovi limiti contenuti nell’accordo GroKo si presentano molto stringenti: un solo rinnovo entro un arco di 18 mesi per i contratti a tempo determinato senza motivazione, e ciò potrebbe portare le aziende ad assumere meno. Secondo Fickinger questo «restringerà la flessibilità proprio in un momento di sfide come la digitalizzazione, la demografia, la globalizzazione, danneggiando la competitività per gli anni a venire».

Per quanto riguarda invece l’intervento sui contratti a tempo determinato con causale, che prima potevano andare avanti in via illimitata, il tetto massimo di cinque anni proposto dall’accordo non cambierà molto la situazione nel settore privato: ma resta da vedere quale sarà l’impatto sul settore pubblico, dove i contratti a catena sono molto più diffusi (insegnanti nelle università, ad esempio) rispetto al settore privato, perché la causale utilizzata dagli enti pubblici è abusata, è la mancanza di fondi. Per Stefan Schilbe, l’impatto sarà notevole e cita stime dell’Iab: se è vero che i contratti a tempo determinato senza causale sono 830mila nelle aziende con più di 75 dipendenti, pari al 5% dei dipendenti, le nuove regole al 2,5% li ridurranno di 400mila.

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