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Germania e Francia accelerano in assenza dell’Italia

di Attilio Geroni


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(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

C’è una nuova politica industriale in Europa, ed è, guarda caso, franco-tedesca. Più del Trattato di Aquisgrana del gennaio scorso, importante sul piano simbolico ma deludente rispetto alla portata storico-politica del Trattato dell’Eliseo del 1963, il manifesto presentato ieri dai ministri dell’Economia di Germania e Francia rappresenta un salto di qualità nei rapporti bilaterali e una ritrovata ambizione.

Il documento che vuole riscrivere le regole della competizione in Europa e dare più potere ai governi nazionali rispetto all’Antitrust è figlio dello shock franco-tedesco seguito alla recente bocciatura della fusione tra Siemens e Alstom nel trasporto ferroviario da parte della Commissione Ue. Ed è pure conseguenza di un precedente shock tedesco che risale all’agosto 2016, quando uno dei leader mondiali nella produzione di robot per l’industria, Kuka, con sede ad Augusta, venne acquistato dal gigante cinese degli elettrodomestici Midea per 4,5 miliardi.

In quell’occasione il sistema politico-industriale della Germania non riuscì a trovare un “cavaliere bianco” capace di contrastare l’Opa in arrivo dalla Cina e scelse di non interferire con le regole del libero mercato e della concorrenza. Se ne pentì amaramente. Da allora ha bloccato takeover di Paesi terzi nei confronti di società hi-tech; ha chiamato in causa la KfW, la banca pubblica di sviluppo, a difesa di alcuni campioni nazionali. Fino ad arrivare, ieri, alla formulazione di una politica industriale comune con la Francia.

È questa la grande novità del manifesto, la svolta tedesca a favore di un’Europa che protegge i suoi campioni industriali come ha sempre voluto la Francia. Parigi è se stessa, anche sotto il presidente più europeista degli ultimi decenni; Berlino, provata dall’esperienza e sempre più preoccupata dall’invadenza cinese, decisamente meno. È come se il governo tedesco e la stessa cancelliera Angela Merkel, avari di concessioni nei confronti delle ambizioni europeiste di Emmanuel Macron (budget e ministro dell’Eurozona, risorse finanziarie importanti per contrastare gli shock esogeni, completamento dell’unione bancaria con un principio di condivisione dei rischi) volessero in qualche modo compensare il partner deluso.

L’Unione che protegge, tanto cara a Macron, è anche un buon argomento da spendere in campagna elettorale in vista delle Europee di maggio: difficilmente si rischia l’impopolarità, dopotutto siamo di fronte a un sovranismo tecnocratico. Proteggere i campioni nazionali per farli crescere e diventare almeno campioni europei in grado di competere sui mercati globali e difendersi dai colossi pubblici cinesi, come nelle ferrovie, non è un male in sé. Però sarebbe meglio se l’asse franco-tedesco non fosse lasciato solo, anche e soprattutto dall’Italia, in questa avventura che promette cooperazioni importanti nell’Intelligenza artificiale e nell’auto elettrica.

Il Trattato di Aquisgrana è stato un reload parzialmente riuscito dell’asse franco-tedesco e ciononostante ha suscitato da noi preoccupazioni eccessive e commenti fuori misura. Qui c’è più sostanza e il rischio concreto che quando si parlerà di campioni nazionali saranno (quasi) sempre francesi o tedeschi e quando si parlerà di campioni europei saranno, invariabilmente, franco-tedeschi.

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