L’analisi

Germania, Italia e le tasche di Pantalone

Le ultime notizie da Wiesbaden sono tutt’altro che buone, per l’economia tedesca ma anche per quella europea e quindi italiana. Nel secondo trimestre, la crescita del Pil, al netto degli aggiustamenti stagionali e di calendario, è stata negativa dello 0,1% rispetto al periodo gennaio-marzo 2019, mentre si è assestata a un modesto 0,4% se il confronto è con il secondo trimestre del 2018. È la crescita tendenziale più lenta da sei anni a questa parte

di Andrea Goldstein


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4' di lettura

Le ultime notizie da Wiesbaden sono tutt’altro che buone, per l’economia tedesca ma anche per quella europea e quindi italiana. Nel secondo trimestre, la crescita del Pil tedesco, al netto degli aggiustamenti stagionali e di calendario, è stata negativa dello 0,1% rispetto al periodo gennaio-marzo 2019, mentre si è assestata a un modesto 0,4% se il confronto è con il secondo trimestre del 2018. È la crescita tendenziale più lenta da sei anni a questa parte.

Il dato era atteso, ma forse con meno severità, anche perché viene dopo un rassicurante 0,4% nel primo trimestre e di fronte a una crescita dell’Eurozona che per quanto bassa è pur sempre positiva (0,2%). La tentazione sotto l’ombrellone del Mediterraneo è forte di concludere che se anche il motore teutonico s’imballa, significa che i rischi di recessione interessano tutti i paesi del Vecchio Continente e che quindi la situazione italiana (che è peraltro peggiore) non è dovuta a politiche inappropriate o quantomeno inadeguate, ma a fattori esterni.

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Sicuramente il rallentamento della crescita del commercio mondiale, dovuto soprattutto, anche se non solo, alle tensioni protezionistiche, ha ripercussioni importanti sulla congiuntura di tutti i paesi europei. E la Germania non fa eccezione: nell’ultimo quarter, l’export ha registrato un calo più consistente che l’import, con dinamiche negative particolarmente accentuate per il comparto automobilistico (come confermato dal dato Volkswagen sulle vetture consegnate il mese scorso, anch’esso di ieri).

Va detto anche che a sostenere la crescita sono stati consumi delle famiglie e del settore pubblico e investimenti in capitale fisso, a sfatare il mito di certi commentatori nostrani che la buona salute dell’economia tedesca sia il frutto di laboriose formichine sottopagate. In ogni caso, il numero di persone che lavorano non è mai stato tanto alto: più di 45 milioni, con un aumento di 435 mila unità da giugno 2018. Il lavoro (tra cui ovviamente anche quello di un numero non insignificante dei rifugiati accolti nell’estate 2015) è più degno dei sussidi.

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Le reazioni della classe politica tedesca, anche se non sempre univoche, sono improntate alla moderazione, forse perché a Berlino non si vive in uno stato di campagna elettorale semi-perenne. Qualche giorno fa, cioè prima che Destatis confermasse i timori di una brusca frenata, Angela Merkel ha dichiarato di non trovare necessaria l’adozione di un piano straordinario di rilancio — in altre parole, di derogare all’equilibrio di bilancio. Mercoledì 14 Peter Altmaier, il ministro dell’Economia, ha dal canto suo affermato che di fronte a notizie sconfortanti bisogna spingere sull’acceleratore della trasformazione digitale della manifattura (la celeberrima Industrie 4.0) e prolungare le misure di sostegno come le esenzioni fiscali, soprattutto per le imprese medie dell’ancora più celebre Mittelstand.

Se sulla bontà della seconda raccomandazione non si possono nutrire molti dubbi (e anche in Italia, dopo mesi di imbarazzanti esitazioni, sembra acquisito che Industria 4.0 sia buona politica industriale), della prima vale la pena discutere. Nella misura in cui la performance della principale (e di molto) economia europea si riflette altrove, a 10 anni dalla sua introduzione varrebbe la pena avviare un dibattito serio sulla regola che, in circostanze normali, limita fortemente la possibilità di aumentare l’indebitamento, sia del governo federale (non più dello 0,35% del Pil ogni anno), sia dei Laender (zero disavanzo dal 2020). Essa ostacola il rilancio della domanda aggregata mediante riduzione delle tasse e, in un frangente che molti economisti credono possa prolungarsi a lungo di bassi tassi d’interesse, impedisce di investire di più in infrastrutture, in particolare in strade e ferrovie. Una forma d’indebitamento che si ripaga nel tempo, dato che aumenta il prodotto potenziale, ma è dal 2014 che il Tesoro tedesco non emette nuovo debito.

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La congiuntura attuale, di crescenti paure che la recessione tecnica evitata di poco l’anno scorso finisca presto per arrivare, incita al dibattito. Voci che su altri temi discordano, come quelle dell’IW German Economic Institute, vicino agli imprenditori, e di Marcel Fratzscher del DIW di Berlino, considerato uno degli economisti più a sinistra, sostengono che la regola andrebbe adattata alla realtà. In chiave italiana, sono ovviamente buone notizie. Peraltro, prima di concludere che l’austerità è criticata anche dai suoi adepti più entusiasti, e che quindi può essere gettata alle ortiche anche a latitudini più meridionali, meglio ricordare che il “debt brake” comunque è servito a qualcosa — a ridurre un macigno che era cresciuto a dismisura (perlomeno per gli standard tedeschi) a causa della crisi del 2008-09. Se ora in Germania si può prospettare di spendere soldi pubblici in chiave anti-ciclica è perché esiste un margine di manovra, che invece manca laddove si pensa che le tasche di Pantalone siano veramente senza fondo.

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