il destino della grande coalizione

Germania: o Merkel o l’opposizione, l’ora della verità per l’Spd

dal corrispondente Isabella Bufacchi

Tempi nuovi richiedono politiche nuove: il leader Spd Martin Schulz sul palco del Congresso

3' di lettura

«Non è chiaro, non è stato ancora definito nel dettaglio: sembrerebbe che circa metà degli interventi andranno in tagli delle tasse e il resto venga ripartito equamente tra maggiore spesa pubblica per il sociale e un aumento degli investimenti»: così Ludger Schuknecht, capo economista del ministero delle Finanze, risponde a chi gli chiede quali siano i numeri dell’accordo raggiunto da Cdu/Csu e Spd in via preliminare alla vera trattativa sulla Grande Coalizione (GroKo): un documento di 28 pagine, che lascia molte porte aperte e sul quale Martin Schulz deve ottenere oggi il disco verde dalla maggioranza dei circa 600 delegati del partito socialdemocratico.

Un voto contrario oggi aprirebbe due scenari: un governo di minoranza, con l’Spd che torna all’opposizione - come fortemente voluto dai giovani capitanati dal 28enne Kevin Kühnert per bloccare l’emorragia dei voti - oppure elezioni lampo come minacciato dalla cancelliera Angela Merkel ma soluzione vista male del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier.

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L’Spd ha perso terreno sistematicamente con l’elettorato dalle riforme di Gerhard Schröder e nelle tre grandi coalizioni con la Merkel (alcuni sondaggi lo vedono sceso sotto il 20%): la quarta Grosse Koalition, questa, per molti potrebbe essergli fatale. «L’Spd si trova davanti a un bivio: il suicidio o la morte certa», ha sintetizzato con tono macabro un politologo tedesco.

Uno spiraglio di luce?

Non è chiaro nulla sullo scenario politico tedesco: è la conseguenza del voto dello scorso 24 settembre, del fatto che Cdu, Csu e Spd abbiano dovuto tutti incassare l’esito elettorale peggiore dal dopoguerra.

La GroKo è ancora tutta da costruirsi. Ma i delegati socialdemocratici della Renania Settentrionale-Vestfalia (una cartina di tornasole) ieri hanno dato un filo di speranza a Schulz,indicando che il documento delle 28 pagine è un punto di partenza che andrà modificato pesantemente per poi essere accettato dagli iscritti. Contrari ai ritocchi i conservatori bavaresi della Csu, per i quali l’impianto potrà essere solo limato nel caso in cui si passasse alla trattativa vera da domani.

Il voto dei delegati Spd di oggi resta una tappa importante ma non decisiva perchè non mette la parola fine all’incertezza. Un ok oggi porterebbe alle “vere” trattative sulla GroKo, che potrebbero durare quattro settimane. Finite quelle, Schulz dovrà ottenere su un librone di compromesso da 100 pagine (questa volta con numeri veri) il via libera della maggioranza dei 440mila iscritti al partito (circa la metà sopra i 60 anni).

I timori dei tedeschi

La Germania viaggia con un Pil a +2% sopra la crescita potenziale,ha raggiunto tecnicamente la piena occupazione (anche se con la scorciatoia del part-time, ha un surplus di bilancio solido e un surplus delle partite correnti tra i più alti al mondo, il suo debito/pil si dirige velocemente verso il 60%. Eppure, l’elettorato tedesco non è contento, né nel centrodestra né nel centrosinistra. Salgono gli astenuti e crescono i partiti estremisti come AfD.

La Germania ha di che preoccuparsi: il ricordo di essere stato ancora nel 2003 il “sick man of Europe” è ancora fresco. Il trauma del salvataggio di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro è recente.Il tracollo delle grandi banche, comprese quelle del mercato domestico, ha lasciato il segno e molto resta da fare a livello di Sparkasse e Landesbank. Dall’ingresso di un milione di immigrati (saldo netto) nel 2015, la preoccupazione cresce per i vecchi e nuovi richiedenti asilo. Gli attacchi del terrorismo islamico sono ferite aperte. L’invecchiamento della popolazione, con quel che comporta per la tenuta delle pensioni e del sistema sanitario, con il suo peso rallenterà la crescita a medio-lungo termine.

L’elettorato tedesco protesta e ciò coinvolge tutti i partiti tradizionali che perdono elettori. Il lavoro a tempo determinato dilaga e semina incertezza. L’innovazione non va avanti senza un’adeguata digitalizzazione: nelle zone rurali non c’è banda larga e le Pmi arrancano, paralizzate da una burocrazia farraginosa. Le infrastrutture dei trasporti, un tempo avanzatissime, richiedono investimenti che non arrivano: il patto di stabilità interno ha funzionato per frenare l’aumento del debito pubblico ma il freno è stato tirato eccessivamente portando alla paralisi degli investimenti locali. Anche sul sistema scolastico si è levato il dito accusatore dell’elettorato: manca la mano d’opera specializzata e c’è da rilanciare l’istruzione dagli asili all’università. «Servono urgentemente le riforme strutturali», è il grido di lamento che si leva dall’elettorato, dalla classe imprenditoriale, dagli economisti e anche dalle classi meno agiate. La Germania non è stata risparmiata dal problema della disuguaglianza.

Che sia la verifica di Schulz sulla GroKo tra delegati e iscritti, che siano le elezioni in arrivo in autunno della Csu, che sia il crollo dei sondaggi di gradimento della Merkel: lo stallo della politica in Germania ha radici profonde.

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