I discussi esperimenti sulle emissioni

Germania, politica all’angolo dopo il nuovo scandalo auto con i test su scimmie e cavie umane

di Roberta Miraglia

Angela Merkel a un incontro del partito Cdu (EPA/HAYOUNG JEON)

3' di lettura

Un nuovo colpo sfregia l’immagine dell’auto tedesca, il cuore dell’industria nazionale, il motore del suo gigantesco surplus commerciale. Un’industria che non sembra trovare pace da quando nel 2015 venne a galla lo scandalo delle emissioni truccate. Gli esperimenti sulla nocività delle emissioni diesel effettuati su scimmie e forse anche su cavie umane rischiano di azzerare l’enorme sforzo (finora riuscito, stando ai numeri delle vendite) per ridare credibilità a un settore vitale dell’economia e possono proiettare la loro ombra distruttiva fin sulla soglia della cancelleria.

Nel momento meno opportuno, mentre Angela Merkel è alle prese con trattative più spinose del previsto per formare un governo di Grande Coalizione. Consapevole della gravità del caso, la cancelliera è dovuta intervenire per arginare il crescendo di critiche sbigottite. Il piccolo gruppo, poco conosciuto, che conduceva test presso l’università di Aquisgrana era finanziato da Volkswagen, Daimler e Bmw. Le industrie dell’auto avrebbero dovuto limitare le emissioni e non cercare di dimostrarne la presunta innocuità, ha commentato il portavoce della cancelleria. Le commissioni etiche avevano approvato gli studi, si difendono adesso le case costruttrici che promettono inchieste interne.

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Il rapporto tra politica e industria automobilistica, in Germania, si muove da sempre su un terreno minato. Il Land della Bassa Sassonia possiede il 20% dei diritti di voto di Volkswagen e nella campagna elettorale dell’estate scorsa Merkel e il suo partito erano riusciti a disinnescare il dieselgate con abilità , cercando di separare il proprio destino da quello della più importante industria del Paese, respingendo l’accusa di essere stati troppo acquiescenti nei confronti di politiche poco rispettose della salute dei cittadini.

Stretta tra auto e ambiente, entrambi temi che fanno breccia nei tedeschi, Merkel ha cercato di tenere insieme le ragioni di tutti, costringendo i grandi brand a impegni per la riduzione delle emissioni. A questo era servito un summit in pieno agosto al ministero dei Trasporti, concluso con la decisione di tagliare del 30% le emissioni di ossidi di azoto; richiamare 5 milioni di vetture diesel per l’aggiornamento dei software; istituire un fondo da 500 milioni di euro, a carico dei produttori, per promuovere la mobilità sostenibile. Tanto era bastato perché il dieselgate tornasse negli archivi e non agitasse la campagna elettorale in cui le questioni ambientali hanno avuto un profilo basso.

Parlare di divieti di ingresso nelle città alle vetture diesel è tema impopolare per i politici tedeschi anche se l’elettorato sembra spaccarsi quasi a metà con il 53% contrario ai divieti e il 42 favorevole. Ma nella Cdu prevale la cautela e così nell’Spd. I socialdemocratici, peraltro, sono stati al governo in Grosse Koalition negli ultimi quattro anni e guidano la Bassa Sassonia, patria di Volkswagen, con il premier Stephan Weil.

Nelle difficili trattative sul nuovo Governo sembra che lo scoglio maggiore tra le parti sia la gestione dei ricongiungimenti familiari dei 270mila rifugiati in Germania con protezione speciale. La “fine del diesel”, di cui ormai si parla apertamente, non è in agenda. Ma Berlino, al pari delle altre metropoli europee dovrà prendere decisioni. In alcune delle 89 città tedesche che hanno costantemente superato i limiti dell’inquinamento stabiliti dalle direttive Ue i giudici hanno ordinato alle amministrazioni di adottare provvedimenti che vengono spesso individuati nel divieto di ingresso per i diesel. Per questo la transizione di un’industria che dà lavoro a 800mila persone nella sola Germania è già iniziata. La politica, però, non ha ancora il coraggio di guidare con decisione questo delicatissimo passaggio.

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