NUOVI SCONTRI in medio oriente

Gerusalemme capitale, la Lega Araba si rivolge all’Onu

di Roberto Bongiorni

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Scontri in Cisgiordania


3' di lettura

Nel martoriato Medio Oriente si chiude – forse solo temporaneamente - una gravissima crisi, e se ne apre subito un’altra, potenzialmente altrettanto grave. Nel giorno in cui il premier iracheno Haydar al-Abadi ha annunciato la fine della guerra contro l’Isis, un conflitto durato in Iraq quasi quattro anni, la nuova crisi israelo-palestinese si aggrava e minaccia di degenerare in un conflitto aperto tra Hamas e il Governo israeliano.

Rispettando un copione già visto troppe volte in questo angolo del Medio Oriente, i lanci di razzi dalla Striscia di Gaza – tre solo nella sera di venerdì, di cui uno avrebbe colpito un’auto nella cittadina di Sderot – hanno subito innescato la rappresaglia dell’esercito israeliano che ha bombardato con colpi di artiglieria postazioni delle milizie armate di Hamas, effettuando anche raid aerei contro depositi di armi continuati anche ieri mattina. Il bilancio dei raid è di due vittime palestinesi e diversi feriti, che si aggiungono alle due vittime delle manifestazioni di venerdì. In tre giorni di “collera” palestinese i feriti sarebbero oltre 700.

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Se nei Territori Palestinesi le proteste violente si stanno allargando a macchia d’olio (ieri particolarmente duri sono stati gli scontri a Hebron, Ramallah e Nablus) a Gerusalemme i disordini sono contenuti. Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha più volte lanciato un appello ai palestinesi incitandoli a scatenare una Terza Intifada. Finora non ha sortito gli effetti desiderati.

Ma la situazione resta molto tesa e potrebbe degenerare da un momento all’altro. In un clima rovente lo scontro diplomatico tra la comunità internazionale e il presidente americano Trump si fa sempre più duro. Il mondo intero appare ogni giorno più compatto nel respingere la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Stanno nascendo anche inedite alleanze. Come quella tra il presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. Durante un colloquio telefonico i due presidenti hanno deciso di lavorare insieme per persuadere il presidente americano a riconsiderare la sua decisione. Erdogan ha spiegato che è un dovere di tutta l’umanità preservare lo status di Gerusalemme, ha lodato l’atteggiamento dei Paesi europei, lanciando poi un monito: passi sbagliati potrebbero avere un impatto negativo anche su Israele.

Venerdì sera in una riunione di emergenza al Consiglio di Sicurezza dell’Onu gli ambasciatori Onu di cinque Paesi europei (Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia) avevano letto una dichiarazione comune precisando di essere in “disaccordo” con la decisione di Trump”. Ieri è scesa in campo anche la Lega Araba, che in una riunione ha chiesto formalmente all’Onu di adottare una risoluzione che respinga il riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele. La mossa degli Stati Uniti è «contraria al diritto internazionale», ha ribadito ieri il ministro francese degli Esteri, Jean-Yves Le Drian.

Sempre più isolato sul fronte internazionale, Trump sembra aver perso agli occhi non solo del palestinesi, ma anche della comunità internazionale, la legittimità a mantenere il ruolo degli Stati uniti come mediatori del processo di pace israelo-palestinese

Dopo l’annuncio su Gerusalemme, Trump ambiva a dare subito il via ad una nuova fase di negoziati. La Casa Bianca aveva già fissato il fitto calendario che il vicepresidente americano Mike Pence doveva seguire nel suo imminente viaggio in Medio Oriente. Trump ha ricevuto indietro uno schiaffo diplomatico. Venerdì, una delle massime autorità mondiali del mondo sunnita, il grande imam della moschea del Cairo di al-Azhar, lo sceicco Ahmed al-Tayyib, aveva annunciato di non voler incontrare il vicepresidente Pence il 20 dicembre. Ieri si è aggiunto anche il papa copto Tawadros II. Ma soprattutto è saltato l’incontro più importante, quello con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. «Gli Stati Uniti hanno superato le linee rosse», ha dichiarato il consigliere diplomatico di Abu Mazen, Majdi Khaldi, precisando che il presidente palestinese non incontrerà Pence. Negli ultimi 30 anni forse nessun presidente americano impegnato nel processo di pace aveva ricevuto un simile trattamento.

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