quattro palestinesi morti

Gerusalemme: strappo all’Onu. Italia e 4 Paesi Ue contro Trump

di Roberto Bongiorni


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Proteste ad Amman, in Giordania

5' di lettura

Con la crisi di «Gerusalemme capitale d’Israele» sale a quattro il numero dei morti palestinesi: due uccisi nei violenti scontri con l'esercito israeliano vicino la barriera difensiva tra Israele e Gaza, due nel raid dell'aviazione dello Sato ebraico dopo i missili lanciati dall'enclave palestinese nel sud di Israele. Come era prevedibile la crisi si sta avvitando, sia sul campo sia dal punto di vista diplomatico.

Ora il timore è che le frange estremiste islamiche diano seriamente il via al lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro il territorio israeliano – per ora sono stati episodi limitati. Se ciò dovesse accadere, seguiranno inevitabili e sempre più pesanti le rappresaglie militari israeliane.

La decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele potrebbe aprire un’altra grave crisi in Medio Oriente in un periodo già molto difficile. Il presidente palestinese Abu Mazen
(Mahmoud Abbas) non incontrerà il vicepresidente Usa Mike Pence in viaggio in Medio Oriente. Lo ha confermato il consigliere diplomatico di Abu Mazen, Majdi Khaldi, affermando che “gli Usa hanno superato le linee rosse” su Gerusalemme.

Onu, 5 Paesi Ue in disaccordo con Trump
Alle Nazioni Unite a New York gli ambasciatori Onu di cinque Paesi europei (Italia, con l’ambasciatore Sebastiano Cardi, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia ) hanno letto una dichiarazione comune al Palazzo di Vetro dicendosi in «disaccordo» con la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di prepararsi a trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. La decisione «non è in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e non è di aiuto alla prospettiva per la pace nella regione» hanno avvertito i cinque ambasciatori: «Lo status di Gerusalemme deve essere determinato attraverso negoziati tra israeliani e palestinesi».

Per i 5 paesi Ue «Gerusalemme dovrebbe essere la capitale dei due stati, e fino ad allora non riconosceremo alcuna sovranità». «Data la situazione instabile sul terreno, facciamo appello a tutte le parti e gli attori nella regione a lavorare insieme per mantenere la calma», hanno aggiunto. «Siamo pronti a contribuire a sforzi credibili per riavviare il processo di pace sulla base di parametri concordati a livello internazionale e incoraggiano l'amministrazione Usa a presentare proposte dettagliate», si legge ancora nella dichiarazione comune.

Sono stati i francesi i protagonisti di quello che si profila uno scontro diplomatico sul processo di pace israelo-palestinese. Se il presidente francese Emmanuel Macron, questa volta si è limitato a un appello «alla calma e alla responsabilità», il ministero degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha di fatto dichiarato che gli Stati Uniti si sono auto-esclusi dal processo di pace: «Sento alcuni, incluso Tillerson, dire che è il momento dei negoziati. Fino a ora avrebbero potuto avere un ruolo di mediazione in questo conflitto ma si sono un po’ esclusi da soli. La realtà è che sono da soli e isolati su questo tema» .

Territori occupati nel caos
La “seconda giornata della collera” non è degenerata finora nello scoppio della terza Intifada, come si augurava il movimento islamico Hamas, ma il bilancio dei feriti, e l'imponente numero delle manifestazioni nel giorno della preghiera islamica - in coincidenza con il 30°anniversario dell’inizio della prima Intifada – sono un segnale inequivocabile: la situazione sta virando al peggio. Per quanto fosse previsto, sono arrivate le prime vittime. Un giovane palestinese è rimasto ucciso a nord della Striscia di Gaza, colpito da proiettili sparati dall’esercito israeliano. Secondo la Mezzaluna Rossa i feriti in due giorni di proteste sono oltre 220 solo in Cisgiordania. Se a Gerusalemme la protesta è stata contenuta (qualche tafferuglio, grazie anche al massiccio dispiegamento delle forze di sicurezza ), nei Territori Occupati è andata peggio: a Betlemme, Hebron, Ramallah, Nablus e a Beit Khanun, ai margini della Striscia, molti giovani hanno ingaggiato scontri con i militari israeliani. In serata da Israele sono partiti colpi di cannone e attacchi aerei verso il nord della Striscia dopo il lancio di razzi dalla Gaza verso lo stato ebraico.

La protesta dilaga dalla Tunisia all’Iraq
Anche in questo caso rispettando un copione già visto, le potreste contro Israele e gli Stati Uniti sono dilagate a macchia d’olio in tutto il mondo musulmano. Nella gran parte dei Paesi del mondo arabo (tra cui Egitto, Tunisia, Giordania, Iran, Libano, Iraq) – passando per la Turchia fino all’Asia. In Pakistan Malaysa e in Indonesia, il paese musulmano più popoloso del mondo, centinaia di persone hanno dimostrato davanti alle ambasciate americane. Immagini di Trump e bandiere americane sono state date alle fiamme.

Gerusalemme infiamma il mondo arabo: proteste in piazza dall'Iraq al Libano

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Durissima la dichiarazione del presidente palestinese Abu Mazen: «Con questa posizione gli Stati Uniti non sono più qualificati ad essere gli sponsor del processo di pace». A New York Abu Mazen dice che la decisione Usa viola la legittimità internazionale. Abu Mazen - citato dall'agenzia Wafa - ha detto di accogliere con favore “la grande condanna internazionale testimoniata dalla riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu” di oggi al palazzo di Vetro.

La frenata di Tillerson
Il Segretario di Stato americano Tillerson ha cercato di ammorbidire l’annuncio di Trump, sostenendo che ci vorranno due anni prima che l’ambasciata americana sia trasferita a Gerusalemme, precisando che lo status finale di Gerusalemme sarà definito nei negoziati tra israeliani e palestinesi. La Casa Bianca vuole mostrarsi convinta che i negoziati ripartiranno. Trump sembra scommettere che i suoi alleati in Medio Oriente non assumeranno iniziative drastiche contro Washington, sia perchè sono troppo distratti da altre crisi regionali, sia perchè non vogliono rischiare di mettere a repentaglio il sostegno americano contro l’Iran e i movimenti estremisti.

Gerusalemme, le tensioni nella giornata di preghiera e protesta

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Giallo sul viaggio di Pence in Egitto
Un processo di pace tuttavia non si può imporre. Né tantomeno si può costringere una parte ad accettare un determinato mediatore. Il viaggio del vicepresidente americano Mike Pence,a metà dicembre, che Trump vorrebbe desse il via alla fase negoziale, rischia di trasformarsi in un boomerang.

L’imam della moschea egiziana al-Azhar, Sheikh Ahmed al-Tayeb ,una delle massime autorità del mondo musulmano, ha rifiutato di incontrare Pence (richiesta venuta dalla Casa Bianca) in segno di protesta alla decisione di Trump. Ma potrebbe saltare anche l’incontro tra Pence e il presidente palestinese Abu Mazen. Jibril Rajoub, uno degli uomini di punta di Fatah, il partito di Abu Mazen, ha detto che Pence «non è il benvenuto in Palestina» e che l’incontro con il presidente palestinese, il 19 dicembre, «non ci sarà». Per Trump sarebbe uno smacco. Che non potrebbe nascondere.

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